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Temperie barocca e neobarocco contemporaneo

a cura di Alessandro Di Simone

Temperie barocca e neobarocco contemporaneo: fra deformità e spigolosità inerziale della condizione umana

L’enciclopedismo, ben lungi dal liberarci dalle necessità, ci cattura in una prigione. Enciclopedismo barocco, enciclopedismo contemporaneo. Infinite conoscenze che si intrecciano e si complicano. Ricerca della sintesi di ogni certezza e conoscenza, alle quali il Barocco (praticamente l’arrovello di un intero secolo -il Seicento-  in tutta l’Europa) non può sottostare, ma che paradossalmente[1], ricerca con il fervore della disperazione e con la consapevolezza di non potervi giungere. Diversamente da quel che accade oggi?

Per questo, l’estetica e l’estetismo Barocco si accentuano nei lineamenti di una moda naturale, che vuole rifare l’intricato e labirintico organismo della Natura, nell’espressione apparentemente onirica[2] e giocosa[3], non nel tentativo di una fuga dal reale alla ricerca di una stabilità immaginaria, ma di una parcellizzazione ellittica dell’esistenza, che comprenda quei soli aspetti (benché infiniti) esteriormente appariscenti e non per questo spiritualmente (o semanticamente) frivoli. A questa evidente complessità e naturalezza espressiva si contrappone il tentativo descrittivo, che anche questo lavoro tenta di attuare, apparentemente ossimorico e certamente riduttivo nei confronti della prolissità ed espansione, sovraesposizione Barocca (per cui è sufficiente ripercorrere le sonanti ottave dell’Adone[4]); ma proprio poiché paradossale, anche efficace. Auto-disconoscersi e auto-contraddirsi rappresenta l’unico metodo adatto a comprendere una tendenza non solo artistico-espressiva, ma anche (e principalmente) spirituale e psicologica: dal limpido e persuasivo cogito cartesiano al nostro confuso e nevrotico scacco postmoderno!

Il Barocco diviene, in un tempo brevissimo, una vera e propria categoria antropologica, che non presuppone una rappresentazione artistica canonica da concettualizzarsi in quanto tale; così come accade per il profilarsi di un “uomo barocco”, che si esprime e manifesta tramite quegli strumenti e quelle opere (principalmente relative all’arte) che non costituiscono mai, in definitiva, né il movimento né l’emblema del Barocco stesso, ma ne sono parti, rappresentazioni parziali, sfuggenti, inclassificabili. Insieme ad Apollo e Dafne di Bernini convive il Ragazzo con la canestra di frutta di Caravaggio; con il Trionfo della divina Provvidenza di Pietro da Cortona si incontra la Maddalena penitente di Artemisia; oggi Carlo Franza è il rappresentante di un neobarocco dolente e inquietante.

 Il tempo si dilata, i margini ed i limiti sfumano fino a scomparire nel desiderio[5] o nel tormento spirituale dell’uomo; il Barocco vive della sua stessa atemporalità, si nutre dell’instabilità, della fragilità (storicamente ricorrente) della mente umana, della paura e dell’entusiasmo, della labilità della vita stessa[6]: esso si ripete, torna a cicli continui, con influenze quantitativamente, ma non qualitativamente, differenti (si pensi al Neobarocco post-moderno contemporaneo).

Questa forte spiritualità e complessità percettiva e appercettiva si manifesta, tangibilmente, nella teatralizzazione, nel ballo frenetico e destabilizzante (il “Calibano” di Greenaway[7]), nelle forme che, come impalcature, si sorreggono su poche travi prive di un “liquido interstiziale” (inteso come essenza) che le unisca; e in generale, in un’inerzia spigolosa, composta di apici e “ventri”, su cui grava, paradossalmente, il peso di un’assenza. I volumi si intrecciano, le certezze crollano; la Terra, da millenni immobile, inizia a muoversi, con insospettabile (ed insopportabile) leggerezza, come una vela trascinata dal sospiro del vento della “nuova” ed autentica scienza[8].

Se la storia può ripetersi, certamente anche l’uomo è costretto a farlo: corsi e ricorsi, cicli e ri-cicli vichiani e anti-vichiani[9]. Così, siamo tutti soggetti al dominio di un aspetto antropologico su di un altro: risalgono alla luce di un’osservazione più attenta non solo somiglianze negli avvenimenti, ma anche sentimenti, paure ed esperienze simillime. L’uomo fa la storia, nell’istante stesso nel quale essa stessa produce l’uomo perfetto per il proprio contesto.

Possiamo forse rimanere indifferenti di fronte al contesto, o siamo il prodotto di una storia che noi stessi produciamo? Siamo storia o dominati dalla storia?

È l’evidenza barocca che abita nel neobarocco contemporaneo: da una peste seicentesca di manzoniana ascendenza, ad un virus 2020 virologicamente analizzato, giorno dopo giorno, dai media come nei laboratori del Pianeta; un vero e proprio aspetto/assetto dell’animo, la manifestazione pura dell’instabilità e della “caduta libera” nello smemoramento del dubbio che, a sua volta, non nasce da una crisi solamente personale, ma da una frattura epocale assolutamente esterna e radicata più nelle masse, che nei singoli individui. È l’evidenza barocca che abita nel neobarocco contemporaneo: con la concezione e la consapevolezza di una crisi interiore non sentimentale, ma universalmente condivisa nell’ottica di una crisi del genere umano, piuttosto che dell’individuo nella sua assoluta specificità ed identità[10].

Così, oggi, sull’ondata della grande crisi della fisica, di un Universo che si colora di un’illogica “infinità in espansione”[11] così complessa da apparire relegata più al caso, che ad una volontà divina; il Barocco riaffiora e riconquista il suo ruolo preponderante sull’uomo, forte di una frattura epocale non abbastanza profonda da dividerlo spiritualmente e scoraggiarlo esistenzialmente, ma certamente sufficiente a mescolare, con evidente trepidazione, ogni certezza, ogni sensazione, ogni senso ed ogni struttura della civiltà stessa. Il Neobarocco (con il relativo e fondamentale “uomo neobarocco”), certamente non prioritario nella manifestazione cronologica, si potenzia e amplifica rispetto all’originale storico: l’antica frustrazione dovuta all’inconsapevolezza del reale (da cui deriva la crisi Barocca) si mitigava nel dogmatismo ecclesiastico e filosofico, in cui l’uomo moderno, surclassato dal regno della probabilità e della complessità, non può più credere o, ancor peggio, sperare.

L’uomo Neobarocco ha perso l’ultimo tratto di spensieratezza, di apparenza frivola e di leggerezza strutturale del Barocco, caricando ogni sua manifestazione e ogni comunicazione di un peso tanto insostenibile e irremovibile, da limitarlo in ogni azione, piegandolo sotto il peso dell’impossibilità di conoscere e spiegare. Il ballo frenetico ed ansiogeno del Calibano di Greenaway, ritmicamente interrotto, spezzato ed aguzzo nei movimenti si trasferisce nel Joker[12] di Phillips, conservandone l’inadeguatezza fisica, ma associandogli un’ulteriore dislocazione mentale, mentre discende una scalinata che conduce all’abisso insondabile del suo male.

Alessandro Di Simone

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Letture non arbitrarie

Omar Calabrese, Il Neobarocco. Forma e dinamiche della cultura contemporanea. Con un saggio di Umberto Eco, La Casa Usher, 2013

Tomaso Montanari, Il Barocco, Einaudi, 2012

Rosario Villari, L’uomo barocco, Laterza, 2006

Giovan Battista Marino, Adone, http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_6/t330.pdf

Giovanbattista Vico, La scienza nuova, http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_7/t204.pdf

Note

[1] Il paradosso è uno dei cardini dell’espressione Barocca, una certezza ineludibile (la possibilità di comunicare e pensare incoerentemente non è solo l’effetto della casualità, ma il fondamento certo di infinite modalità di cogitare).

[2] P.CALDERÓN DE LA BARCA, La vida es sueño, 1635.

[3] G.BASILE, Lo cunto de li cunti, 1634.

[4] G.BATTISTA MARINO, Adone, 1623.

[5] Il termine assume un’importanza fondamentale soprattutto in contrapposizione alle tendenze Neobarocche.

[6] Il “memento mori” è una costante nel sentimento Barocco.

[7] P.GREENAWAY, L’ultima tempesta, 1991.

[8] G.GALILEI, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632.

[9] G.VICO, Scienza nuova, 1725.

[10] Il termine è da intendersi non nel rapporto esteriore ed identificativo del soggetto, quanto nella prospettiva della singolarità e unicità personale, propria dell’esistenza.

[11] Il riferimento è alla costante cosmologica di Einstein.

[12] T.PHILLIPS, Joker, 2019.

Leggi il precedente articolo di Alessandro Di Simone, cliccamdo su questo link –  L’uomo di fronte all’infinito

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