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Bessarione e l’Umanesimo greco

a cura di Angelo Favaro

Bessarione e l’Umanesimo greco. Quell’infinito amore per i codici antichi e la civiltà occidentale.

Angelo Fàvaro 

A Luigi Bianco, Bruno Elpis e Anna Pozzi,
che, ognuno a proprio modo, sanno insegnare
lo stupore dei libri.

Ci sono momenti nella storia della civiltà occidentale affidati a persone che, inconsapevolmente o forse con appena una lata coscienza degli eventi, tracciano una storia diversa o nuova, o almeno apparentemente tale e che invece si colloca in un solco che retrospettivamente appare segnato e preparato precisamente dagli eventi. Senza ricavare teoresi manzonianamente provvidenzialistiche, sufficiente riconoscere che nulla accade invano o ingiustamente, come osserva Agostino (Sermones XXIV) siamo in un torchio oleario che spreme e la “spremitura” avviene nel mondo e nella storia, una parte è costituita da calamità, è scoria da eliminare, e una parte invece si pone come un bene per l’umanità, qualcosa si getta, e qualcosa è olio “splendente”, ogni momento si configura a suo modo come un momento di crisi, e a posteriori può divenire oggetto di un edenico rimpianto. E questo non vuol dire che si riesca a determinare un fine ultimo, l’esperienza del mondo è sempre esperienza della storia, non relativizzando, ma attraverso l’esistenza degli uomini e delle donne. Appare chiara la riflessione secondo la quale ogni momento nel quale si raccolgono le azioni degli uomini e delle donne deve essere interpretato non solo in sé, nella sua dispersione, ma in una continuità essenziale e problematica, ove anche le fratture sono parte non di una catena, ma di un processo spiraliforme. E la storia è sempre storia della civiltà umana. Non sappiamo se c’è un ordine storico del mondo, ma quel che si riesce semplicemente a considerare è che nell’errare del tempo la storia si fa e il suo significato è nel suo compier-si, in un modo così precisamente provvisorio.

Una di queste persone, al centro della storia della civiltà occidentale, venuto da Oriente, è Basilio Bessarione. Immaginiamo di poterlo osservare, scrutando il suo volto nello studio di Federico da Montefeltro (oggi invece al Louvre): il suo, fra i ventotto ritratti di uomini illustri, realizzati da Giusto di Gand attorno al 1475, con la collaborazione di Pedro Berruguete, lo mostra nerovestito da monaco basiliano, con il cappello cardinalizio rosso, la lunga barba solonica o platonica, con un pesante codice fra le mani. Egli, che mai aveva abbandonato l’abito da monaco e mai aveva voluto indossare la porpora cardinalizia (ben altra porpora avendo conosciuto) nonostante fosse divenuto tale nel seno di Santa Romana Chiesa, scriveva e si esprimeva perfettamente in greco e latino. Ormai anziano in quel ritratto, concentrato e in riflessione, forse ripensava ai suoi maestri: Ignazio Cortasmeno, metropolita di Selimbria, o Giorgio Crisococca, e poi non poteva non considerare che era stato allievo del celebre Giorgio Gemisto Pletone. A Mistrà il filosofo platonico aveva plasmato convinzioni-idee di Bessarione, e il Tiraboschi ricostruisce: «Teodoro Gaza avendo scritto un libro contro Platone, e in difesa d’ Aristotele da lui ingiuriato, diede occasione al cardinal Bessarione di fargli una modestarisposta intitolata de Natura et Arte, ch’egli poi aggiunse più anni dopo alla sua opera contro Giorgio da Trebisonda», intitolata Comparationes Philosophorum Aristotelis ed Platonis, del 1458.

Siamo negli ultimi decenni dell’impero bizantino: Costantinopoli cade la sera del 29 maggio 1453, quando l’appena ventenne Maometto II, uomo di cultura e nobili letture (greche, latine, persiane), sferra l’attacco conclusivo, e vede morire combattendo Costantino XI Paleologo, l’imperatore di Marmo. Per tre giorni e per tre notti i soldati turchi saccheggiano la capitale dell’Impero Romano d’Oriente: ormai Costantinopoli è divenuta la prima città dell’Impero Ottomano e lo sarebbe rimasta fino al 1922. Sono disperate le pagine scritte dal logoteta bizantino Giorgio Sfrantze sullo strazio di Costantinopoli. Sembra di poter udire ancora le urla del figlio quattordicenne Giovanni, che essendo stato fatto prigioniero, diviene una delle prede nell’harem del sultano: non volendo sottomettersi all’atto di sodomia, che l’emiro avrebbe compiuto sul suo bellissimo corpo, è ucciso dal sovrano con le sue stesse mani.

In fondo tutta la storia in ogni momento è un processo di demolizione e di ricostruzione.

Bessarione entra nella vita politica e pubblica quando viene chiamato da Giovanni VIII Paleologo per recarsi come ambasciatore da Alessio IV Comneno, nel 1426. E diviene protagonista di uno degli eventi culturali e storici più importanti nel passaggio dall’età umanistica al Rinascimento in Italia: il Concilio di Ferrara-Firenze (1437-1438). Non solo egli spinge l’imperatore a convocare il Concilio e a parteciparvi direttamente, ma è uno degli ispiratori della risoluzione e della ricomposizione dello scisma, perché nominato insieme a Marco Eugenico come oratore per difendere le tesi dell’ortodossia. Il papa Eugenio IV (1431-1447) aveva fortemente voluto convocare a Ferrara, nel 1438, quel Concilio per riunire la Chiesa latina d’Occidente con la Chiesa greca d’Oriente. Le missioni francescane e domenicane avevano riacceso la speranza che le Chiese si potessero conciliare. La questione centrale che aveva separato le due Chiese era stata quella del Filioque: nel Credo Symbolum questa specificazione aveva generato una reazione durissima da parte deigreci. Rileggiamolo per comprendere più precisamente:

Symbolum Nicænum-Costantinopolitanum

Credo in unum Deum,
Patrem omnipoténtem,
Factorem cæli et terræ,
visibílium ómnium et invisibilium.
Et in unum Dóminum Iesum Christum,
Filium Dei unigénitum
et ex Patre natum ante ómnia sǽcula:
Deum de Deo, Lumen de Lúmine,
Deum verum de Deo vero,
génitum, non factum,
consubstantiálem Patri:
per quem ómnia facta sunt;
qui propter nos hómines
et propter nostram salútem,
descéndit de cælis,
et incarnátus est de Spíritu Sancto
ex Maria Vírgine et homo factus est,
crucifíxus étiam pro nobis sub Póntio Piláto,
passus et sepúltus est,
et resurréxit tértia die secúndum Scriptúras,
et ascéndit in cælum,
sedet ad déxteram Patris,
et íterum ventúrus est cum glória,
iudicáre vivos et mórtuos,
cuius regni non erit finis.

Credo in Spíritum Sanctum,
Dominum et vivificántem,
qui ex Patre Filióque procédit,
qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur,
qui locútus est per prophétas.

Et unam sanctam cathólicam
et apostólicam Ecclésiam.

Confíteor unum Baptísma
in remissiónem peccatórum.
Et exspécto resurrectiónem mortuórum,
et vitam ventúri sæculi.
Amen.

Per i greci l’unica fonte era il Padre, per la Chiesa occidentale inveceera necessario citare il filioque per evitare l’eresia ariana, che negava la divinità di Cristo. Un altro tema di discussione era costituito dal primato del papato: per l’Occidente il Papa è il capo indiscusso della chiesa universale, ha giurisdizione su tutta la Chiesa. Per la Chiesa ortodossa il Patriarca non ha alcun ruolo universalistico: si fonda invece sul principio della pentarchia. Ci sono cinque patriarchi (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme) con medesimo potere e giurisdizione. Terza questione oggetto di analisi nel corso del Concilio di Ferrara – Firenze fu il problema del Purgatorio: per la Chiesa Ortodossa non c’è alcun riferimento nei testi sacri a nulla che lasci credere in un tale spazio.Altre piccole questioni dottrinarie e liturgiche vennero affrontate. A Ferrara l’8 ottobre 1438 gli Ortodossi guidati dall’imperatore di Costantinopoli aprirono il Concilio: l’orazione Pro pace è un capolavoro di genio e opportunismo politico e di finissima forza persuasiva, fu pronunciata da Bessarione, aristocratico arcivescovo di Nicea, quasi trentenne, dalle lunghe chiome ancora d’un castano ramato, bruciante di intelligenza come riconobbero immediatamente coloro che lo accolsero a Ferrara, elegante, colto non meno che astuto e di impareggiabile sagacia diplomatica. Il fulcro di quell’orazione, pronunciata abilmente e con il ricorso ai più sottili espedienti retorici, risiede in un fatto: il bene non consiste soltanto nella vittoria, se si possiede la verità, ma potrebbe egualmente essere contenuto nella capacità di perdere bene, che è qualcosa di molto simile al vincere. Anzi potrebbe essere quasi un bene maggiore: perché è «più vantaggioso ricevere un beneficio che farlo, ascoltare che parlare, essere liberati che liberare dall’errore gli altri» (cit. in Silvia Ronchey, L’enigma di Piero, Rizzoli, Milano 2006, p. 55). Il messaggio è chiaramente rivolto ai suoi connazionali ed è chiaro che vuole far comprendere: ci sono alle porte i turchi e noi abbiamo bisogno dell’Occidente cattolico, anche se è evidente che abbiamo ragione noi su tutte le questioni dottrinarie, è tuttavia più opportuno salvare Costantinopoli e il nostro popolo.

Bessarione segue le fasi del Concilio fino alla fine, il 6 luglio 1439, in un momento solenne e di straordinaria concentrazione, a Santa Maria del Fiore, con la bolla Laetentur Coeli Eugenio IV proclama la ricomposizione fra le due Chiese nuovamente unite in un unico organismo della Cristianità: Vespasiano da Bisticci, nella sua Vita di Eugenio IV, narra quell’evento:

Et un dì solenne venne il pontefice con tutta la corte di Roma et collo imperadore de’ Greci, et tutti e’ vescovi et prelati latini in Sancta Maria del Fiore, dov’era fatto un degno aparato, ed ordinato il modo ch’aveva a istare a sedere i prelati de l’una Chiesa e dell’altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelio, e’ cardinali, e’ prelati della Chiesa romana, dall’altro lato istava lo ’mperatore di Gostantinopoli con tutti e’ vescovi, arcivescovi greci. Il papa era parato in pontificale, e tutti e’ cardinali co’ piviali, et i vescovi cardinali colle mitere di domaschino bianco, e tutti e’ vescovi così greci come latini colle mitere del bocaccino bianco et parati, e’ vescovi latini co’ piviali, e’ Greci con abiti di seta al modo greco molto richi, et la maniera degli abiti greci pareva assai più grave et più degna che quella de’ prelati latini. Cantò il papa una missa solenne, et infra la messa si lesono [scil. lessero] i privilegi fatti dell’unione de’ Greci con grandissima solennità, et quivi promissino in futuro non discordarsi dalla Chiesa romana come avevano fatto per lo passato, et soscrisesi in su questi privilegii lo ’mperadore, e tutti e’ principali erano tra loro, non vi si trovò il patriarca loro, perchè, sendo già rimasti d’acordo, et avendo consentito amalò, et in pochi dì si morì, riconciliato colla Chiesa romana. Il luogo dell’imperadore<era> in questa solennità dove si canta la pistola a l’altare magiore, et da quelo medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci. Eravi concorso tutto il mondo in Firenze, per vedere questo atto sì degno. Era una sedia al dirimpeto a quella del papa da l’altro lato, ornata di drappo di seta, et lo ’mperadorecor una vesta alla greca di brocatodomaschino molto rica, cor uno capeletto alla greca, che v’era in su la punta una bellissima gioia: era uno bellissimo uomo colla barba al modo greco. Et d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto ricamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come de’ secolari. Mirabile cosa era a vedere con molte degne cirimonie et i Vangeli si dicevano in tutta dua le lingue, greca et latina, come s’usa la notte di pasqua di Natale in corte di Roma.

Veramente i Cieli si sarebbero potuti rallegrare se tornato a Costantinopoli Giovanni VIII Paleologo avesse convinto i suoi sudditi ad accogliere le decisioni del Concilio, ma questo non accadde e soprattutto Bessarione che era con lui subì la più aspra delusione. Il conflitto dogmatico e politico sembrava ricomposto, non fu così. Dal 1054 perdurava e perdura quella divisione.

Se la civiltà bizantina e quel che restava dell’Impero Romano d’Oriente non poterono giovarsi del Concilio di Ferrare – Firenze, al contrario, l’Italia e il mondo occidentale trassero da questo evento un vantaggio senza pari: gli intellettuali bizantini, al seguito dell’Imperatore, quasi settecento delegati, fra i quali c’erano l’anziano Giorgio Gemisto Pletone, Giovanni Argiropulo, Basilio Bessarione appunto, Giorgio Scolario, portarono con loro numerosi codici antichi greci, un patrimonio di inestimabile valore. Non si errerebbe se si facesse iniziare quel processo di “innamoramento” per la cultura greca e ellenica da questo momento e da questo avvenimento. Non si può, dunque, pensare che sia per caso o solo per le finanze di banche e banchieri se Firenze diviene in questi anni, proprio a partire da questi anni, la culla del Rinascimento e la patria della filosofia neoplatonica. Li possiamo quasi vedere gli intellettuali vicini a Cosimo il vecchio impegnati nella traduzione dei codici greci in lingua latina e nella diffusione nelle corti della penisola e dell’Europa di quelli che saranno gli studia humanitatis. Si pensi ad uno per tutti Marsilio Ficino che traduce il Corpus Hermeticum probabilmente risalente alle ricerche e alla sistemazione di Michele Psello.

Bessarione, che tanto aveva suscitato interesse nel papa, viene invitato a far parte della curia romana: mentre era a Costantinopoli riceve la notizia che è stato insignito del titolo di cardinale ed ha come sede cardinalizia la basilica dei Santissimi XII Apostoli. Torna così in Italia dopo un breve periodo fra la Grecia e Costantinopoli, e nel 1443, si trasferisce a Roma. Aveva due missioni specifiche da condurre in porto: tentare di persuadere tutti della assoluta necessità dell’unione delle Chiese, trovare un modo per fermare l’avanzata dei Turchi, attraverso una vera crociata, sostenuta dall’Occidente, e promossa dal papa. Le armi di Bessarione sono la scrittura e l’abilità diplomatica, ma insufficienti contro la storia che segue propri percorsi insondabili e inossidabili.

È un umanista fra umanisti, i suoi intimi sodali sono Pomponio Leto, Flavio Biondo, il Platina e Domizio Calderini, Francesco della Rovere, Andrea Giovanni de’ Bussi, Niccolò Perotti e Lorenzo Valla, a Roma e in Italia conversa in latino, in greco e perfino in italiano, ma rimane per tutta la vita anche un monaco basiliano, che lavora per il proprio ordine. Unire l’attività religiosa con quella politica e culturale (filologo e filosofo) è una peculiarità alla quale il cardinale non si sottrae: di grande interesse la lettera che egli invia al doge di Venezia Francesco Foscari, il 13 luglio 1453, nella quale chiede che il doge si ponga come arbitro e paciere fra gli stati italiani in lotta gli uni contro gli altri. La repubblica veneziana lo assolda fra i membri del Maggior Consiglio.Si conquista la fiducia e l’amicizia di alcuni influenti papi, fra i quali il libertino e umanista Enea Silvio Piccolomini, Pio II.

Contro i Turchi nemmeno la sacra reliquia della testa di Sant’Andrea poté far nulla: ma Bessarione accolse a Roma la testa del Santo. E proprio nel 1463 viene mandato come legatoa Venezia dal papa, per assicurare l’appoggio del papato contro i Turchi: la Repubblica di Venezia dichiarava così di non aver più alcun tipo di rapporto con i Turchi e Roma avrebbe sostenuto economicamente la guerra contro gli infedeli. A guidare la crociata Pio II. Il papa morì e la crociata fu annullata. Offeso da papa Paolo II, il cardinale si ritirò dalla cura romana, ma continuò a lavorare. Con papa Sisto IV riprese il suo ruolo di diplomatico in Francia, in Bretagna, in Germania per fomentare la crociata contro i Turchi. Dopo aver a lungo viaggiato e senza sortire veri insuccessi, ma nemmeno portare a termine il proprio compito, a Ravenna, nella casa di Antonio Dandolo, che governava la città per Venezia, Bessarione moriva il 18 novembre 1472: è sepolto nella chiesa dei Santissimi Apostoli. C’era anche, in quella solenne cerimonia, Sisto IV, mentre Niccolò Capranica descriveva l’amico Bessarione nell’orazione funebre: «Erat […] summus ac plane caelestis animi vigor, quem eminentes oculi, duo lucidissima sydera prae se ferebant; […] erat lata frons, regium super cilium; erat denique facies tota Maiestatis plena, et imperio dignissima: neque enim minus corporis pulchritudine, quam mentis claritate, et decore maximo. Et si taceret, loqueretur, staret, ambularet, denique aliud quid ageret, erat laude, et admiratione dignus». Era il 3 dicembre.

A partire dal febbraio del 1464, a Venezia, Bessarione aveva redatto un primo testamento: egli prevedeva l’architettura e le decorazioni della sua cappella funeraria nella Chiesa dei Santissimi XII Apostoli. Precisamente delineata è la descrizione della cappella sul modello di una cappella bizantina, che avrebbe contenuto il suo sepolcro, ma con una decorazione in affresco: Cristo in trono con Maria, S. Giovanni Battista, l’Arcangelo Michele, S. Eugenia e il cardinale Bessarione, ma inginocchiato accanto ai santi. L’affresco doveva essere realizzato da Antoniazzo Romano.

L’eredità dell’umanista, intellettuale, cardinale latino e monaco basiliano-patriarca bizantino è per noi davvero un tesoro dal valore eccezionale: nel 1469 egli dona le sue collezioni di volumi a Venezia, con un formale atto inviato al doge. Era in possesso di una grande quantità di codici greci e latini, di volumi preziosi e rarissimi, inoltre non si contentava dell’attività di collezionista, ma era incline a far eseguire copie. Non perse occasione durante i suoi viaggi di cercare, raccogliere e studiare, far copiare testi vari. Voleva a tutti i costi salvare la tradizione greca, soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli. Dall’inventario dell’epoca ricaviamo che aveva recuperato 482 manoscritti greci e 264 latini. Le prime casse giungono in dono a Venezia subito, poi negli anni fino alla morte raccoglie ancora codici e testi che probabilmente raggiungono il migliaio. Oggi complessivamente il lascito di Bessarione è costituito da 548 codici greci, 337 latini, 27 incunaboli.

Finalmente nel 1537 il Sansovino progetta e fa realizzare il palazzo per la Biblioteca Nazionale Marciana (http://marciana.venezia.sbn.it/) dove oggi sono custoditi. Così è denominato, nel codice Lat. XIV, 14 =4235, l’atto con il quale Bessarione effettua la sua donazione: Acta ad munusliterarium D. Bessarionis cardinalis Nicaeni, episcopi Tusculani et patriarchae Constantinopolitani, in Serenissimam rem publicam Venetam collatum spectantia.

A noi sembra di straordinaria importanza rimarcare che questo amore per gli antichi codici greci e latini persuase Bessarione a fondare anche un’Accademia, per lo studio filologico dei codici antichi, che venivano accuratamente letti e trascritti con metodi e principi seriamente messi a punto, dopo lunghe discussioni, e quel che più contava era la comprensione e la trasmissione, con paziente dedizione e una cura senza pari.

L’Accademica e la Biblioteca di Bessarione non sono una semplice accademia e una delle tante biblioteche, costituiscono un atto d’amore assoluto nei confronti della cultura e della civiltà del codice e del libro: l’ultima missione del cardinale e del monaco basiliano, dell’intellettuale bizantino ormai residente in Italia, è quella di salvare la cultura greca e conservare tutto quanto rimane dell’Ellade e di Costantinopoli, della cultura e civiltà bizantina, per i posteri, per noi.

La storia semina indizi e gli storici raccolgono prove. Decifrare gli indizi e renderli probanti è il nostro compito. Inesauribile.

Qualcosa finiva o sembrava finire in quello scorcio del Quattrocento, e qualcosa cominciava o sembrava cominciare alla morte di Bessarione. La sua lezione perdura nelle righe conclusive del suo lascito a Venezia: «Senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo alcuna conoscenza delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi, cancellerebbe anche la memoria degli uomini», e nei libri egli ritrova la forza e la profezia del mondo, perché i libri sono nel mondo la forza e la profezia, soltanto attraverso di loro si raggiunge la felicità, e con la pura gratuità, Bessarione rimembra il suo e il  nostro stupore di essere nella storia.

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Letture consigliate

Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Milano 1993

Alain DucellierMichel Kaplan, Bisanzio (IV-XV secolo), San Paolo Edizioni, Milano 2005

Judith Herrin, Bisanzio, Corbaccio, Milano 2008

Giorgio Sfranze, Paleologo. Grandezza e caduta di Bisanzio, Sellerio, Palermo 2008

Ivan Djuric, Il crepuscolo di Bisanzio, Donzelli, Roma 2009

BessarionNicaenus, Oratio dogmatica de unione, PontificiumInstitutumOrientaliumStudiorum, Roma 1958

http://www.persee.fr/doc/rebyz_0766-5598_1963_num_21_1_1317_t1_0280_0000_2

Bessarion, De SpiritusSancti processione ad AlxiumLascarinphilanthropinum, Edizioni Orientalia Christiana, Firenze 1961

Bessarione e l’umanesimo. Catalogo della mostra (Venezia, Biblioteca nazionale Marciana, 27 aprile-31 maggio 1994), a cura di Gianfranco FiaccadoriAndrea CunaIstituto italiano per gli studi filosoficiAndrea GattiBiblioteca nazionale marcianaSaverio Ricci, EdizioniVivarium, Napoli 1994

Luigi Bandini, Vita di Bessarione, Roma 1777

Giuseppe L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’Occidente, L.S. Olschki, Firenze 2009

Bessarione, La natura delibera – La natura e l’arte, Bompiani, Milano 2014

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