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Il diritto di essere Sciascia

a cura di Angelo Favaro

Il diritto di essere Sciascia. Grazie Leonardo!

A cento anni dalla nascita, non per celebrare, ma per ricordare

di Angelo Fàvaro

«Grandissimo scrittore, ma non lo amo. Piccolo o grande che sia, uno scrittore deve essere fazioso. Chi ama Tolstoj non può amare Dostoevskij, chi ama Stendhal non può amare Proust, chi ama Dante non può amare Petrarca. Eugenio D’Ors diceva: se la Fontaine è poeta, Hugo non lo è; e viceversa. Non arrivo a tanto: La Fontaine è poeta, è poeta Hugo (purtroppo, diceva Gide, il più grande dei poeti francesi), ma non posso ugualmente amarli: purtroppo, amo Hugo
Leonardo Sciascia intervista rilasciata a Claude Ambroise

È da qualche tempo voga fastidiosa celebrare nascite e morti di personaggi noti o meno noti, a seconda degli ambiti, capaci o meno capaci, in relazione a sintomatici punti di vista, ormai nell’Olimpo dell’anamnesi o pronti ad entrarvi, stando ai dibattiti social o accademici. L’8 gennaio 1921, a Racalmuto, in provincia di Agrigento, esattamente cento anni or sono, nasceva Leonardo Sciascia: Racalmuto, da etimologia araba, è il “villaggio morto”… la morte, esperienza indicibile e inenarrabile, diviene nel corso di tutta l’esistenza dello scrittore dato da indagare, mistero da svelare, tarlo da stanare. «Vorrei raccontare il morire, la morte come esperienza», aveva spiegato a Claude Ambroise durante un’intervista, e dichiarava l’ossessivo desiderio di crogiolarsi in quel “pensiero dominante”, come “ultima, suprema curiosità intellettuale”. Non sarebbe riduttivo o meno determinante, dal punto di vista speculativo, critico e dell’impegno, considerare questo senso della morte, come chiave per comprendere non solo quel patrimonio di romanzi e di racconti, di riflessioni e di scritti giornalistici o saggistici, ma su tutto per intendere quel desiderio di vivere come Stendhal, con leggerezza, come un “dilettante”.

Chi ha il coraggio di un tale e tanto intenso rapporto con la morte non teme nulla, non teme nessuno, forse solo sé stesso, forse solo ciò di cui è capace, messo alle strette: e Sciascia si trovò messo alle strette sovente, si scoprì solo, preda del pregiudizio e di una critica incomprensiva e sostanzialmente faziosa. Fu amico di Pasolini, anche lui un escluso, pirandellianamente. Ogni suo testo inventivo, ogni sua narrazione, ogni sua inchiesta finzionale/surreale sono intrisi di morte e di morti anche umanamente intesi. Come non pensare all’omicidio del Giorno della civetta o alla sequenza di assassinii in Todo modo, o ancora a Morte dell’inquisitore? Inevitabile rimembrare l’omicidio del giudice nel Contesto. Così Nocio a Rogas: «E se io avrò creduto in Dio, nella vita eterna, nell’immortalità dell’anima, quand’anche queste cose non fossero, che prezzo pagherò? Nessuno. E se non avrò creduto, e queste cose sono, che il prezzo da pagare è di eterna morte… Ora questa possibilità di scommettere è passata dalla metafisica alla storia. L’aldilà è la rivoluzione. Rischierei di perdere tutto se scommettessi per negarla. Ma se punto per affermarla: non perdo niente se non ci sarà, vinco tutto se ci sarà… e non una proposizione, come lei dice, mostruosa: l’enunciazione utilitaristica non deve far dimenticare che siamo sempre nel problema del libero arbitrio per Agostino e per Pascal …»: dal Contesto ricaviamo un passaggio necessario squisitamente sciasciano: dalla letteratura alla metafisica, dalla metafisica alla storia, dalla storia alla politica: perché nulla è più politico della morte e della scommessa sul libero arbitrio. La morte chiede giustizia, la ricerca della verità conduce inevitabilmente alla morte. La giustizia è una questione di distanza e di equità, è una richiesta di puntualità, solo così si può sperare nella verità: come si dimostra, quasi un teorema, nel Consiglio d’Egitto, dove incontriamo un frate eretico, Diego La Mantia, anche lui di Racalmuto, che dopo la tortura subisce la condanna a morte.

La Letteratura è strumento di verità, come si apprende da Borges, da investigare nonostante tutto, nonostante tutti, anche se la verità, per Sciascia, non coincide più con la realtà.

Il diritto a essere Sciascia, a cento anni dalla nascita, è ancora un diritto incerto, complesso, contrastato, perché Sciascia e la sua scrittura non si lasciano addomesticare, semplificare, minimizzare, perché l’autore e le sue opere sovvertono conformismi e ogni forma di conciliazione, tanto politica, quanto storico letteraria o artistica. La scrittura è breccia nella crepa, tormento, più che lenimento, non c’è amore; talvolta restituzione, più spesso disfatta e sconfitta. È il diritto ad essere sé in una individualità che non si affida conventicole e diffida dei partiti accoglienti, ma drammaticamente tende ad inoltrarsi “nero su nero” nell’oscurità e nell’imprevedibilità dell’inchiesta, di cui non si conosce esito, se lieto o macabro. Fino alla malattia di cancro che dalla vita si trasferisce nel romanzo, e penso a Il cavaliere e la morte. Viene rivelato che Vice, il protagonista, un commissario, è ossessionato dalla celebre incisione di Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo: ma nel titolo del romanzo il diavolo è stato escluso, perché secondo una suggestione machiavelliana: «il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui».

Molti maestri per il maestro Leonardo: scrittori, poeti, filosofi… una lista vertiginosa nella quale perdersi fra epoche e lingue e civiltà lontane. Molti maestri per il maestro Leonardo che proprio nel Cavaliere e la morte torna a pensare ai bambini, così il Vice: «Ci saranno, nel 1999, nel 2009, nel 2019: e che cosa il susseguirsi di questi decenni avrebbe portato loro? E si accorse, così pensando, di essere arrivato al cancello della preghiera, intravedendola come un giardino desolato, deserto».

Dubito che Sciascia avrebbe accolto a cuor leggero e apprezzato le ormai quotidiane celebrazioni per questo suo centenario, perché ogni celebrazione ha un sapore polveroso di stantio e falso, avrebbe riportato alla sua mente il fascismo; azzardo a ritenere che avrebbe preferito essere ricordato come «uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone»; e da quell’angolo di Sicilia occidentale aveva riconosciuto e denunciato mistificazioni, mafie, retoriche, da intellettuale scomodo, nella sua lucida e volteriana vena speculativa, appresa dagli amati illuministi, come aveva dichiarato su «La Stampa» del novembre ’77, cioè come «uno che esercita nella società civile, la funzione di capire i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili. La funzione, insomma, che l’intelligenza, unita a una somma di conoscenze e mossa – principalmente e insopprimibilmente – dall’amore alla verità, gli consentono di svolgere». Memoria e ricordo sono lemmi irresistibili per Sciascia! Ricordo e memoria escludono ogni forma di moralismo, e, al contrario, entusiasmano alla morale e all’enigma del nostro essere nel mondo, consapevoli sciascianamente che alla vita si può scampare, alla morte mai!

In un’intervista, rilasciata circa quindici anni prima della morte, a «Panorama», esibiva timori e desideri:

«Io vado a letto molto presto, alle undici già dormo. E prima di addormentarmi, sempre penso che potrei non svegliarmi. A questo pensiero si collegano sempre il ricordo di quella pagina di Giacomo Leopardi sul sonno e la morte e due versi di Giuseppe Ungaretti: «Quando il cuore di un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d’ombra». Penso anche a Stendhal che prevedeva di dover morire per strada, e così morì. Poiché amo moltissimo Stendhal, credo finirò col somigliare a lui soltanto nella consimile previsione che morirò nel sonno: e vorrei invece morire da sveglio.»

                                                                                                  Grazie Leonardo…

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Leggi l’articolo di Angelo Favaro intitolato Leonardo Sciascia, per non smarrire il senso della realtà cliccando su questo link

E, a proposito di ricorrenze… il 2021 è anche l’anno di Dante. Visualizza a questo link  la lectio magistralis del prof. Angelo Favaro che, nei cinque minuti prescritti dalla rubrica dell’UniBg, commenta “La misura della dismisura nella superbia: Purg., X-XII“.

 5 minuti con Dante - Angelo Fàvaro, "La misura della dismisura della superbia: Purg., X-XII"

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