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Il mio Rimbaud

a cura di Paolo Pitorri

Il mio Rimbaud

Credo si sia scritto tanto e tanto si scriverà, qui scriverò poche righe di quello che questo straordinario poeta mi ha lasciato. So che non riuscirò a dire tutto, ogni sua frase ogni volta cambia significato, quindi parlerò delle mie sensazioni. Per me Rimbaud è riuscito a donare una nuova tradizione, un nuovo anno zero alla letteratura. Non nego tutto quello che è stato scritto su questo raro poeta. Ho letto Une saison en enfer quando avevo sedici anni senza capirci molto, forse era la figura dell’enfent prodige e maledetta ciò che mi affascinava. Lo lasciai per riprenderlo più tardi, capendoci qualcosa in più. Oggi invece è un mese che per una volta al giorno leggo la Saison quasi fosse una preghiera. Questa lettura martellante nasce dopo aver intervistato per YAWP il poeta Giorgio Anelli, dove per qualche minuto abbiamo parlato di Rimbaud: “Rimbaud in realtà diceva il contrario in quello che scriveva. Siamo sicuri che chi legge Rimbaud o legge Baudelaire capisca realmente quello che c’è scritto? In realtà io vedo in Rimbaud nella sua opera una redenzione, molto più evidente che in Cattaneo. In Cattaneo, tu stesso dicevi di questi cieli che sono grigi, parlavi di cemento e così via, ed è così. In Rimbaud questo è più evidente, se leggi una stagione all’inferno, se riesci a leggerla dall’inizio alla fine, non te lo dico in senso provocatorio, ma in senso realistico, cazzo, lo capisci che c’è qualcosa che ti porta al positivo. Positivo è un parolone per Rimbaud, ma mi viene naturale da dire”. Allora l’ho ripreso con tutte le buone intenzioni e ora scrivo queste poche parole.

René Char ribadiva che con Rimbaud la poesia cessa di essere un genere letterario, una competizione. In sostanza Rimbaud spalanca le porte per una poesia senza genere, una poesia simbolica ed emblematica, proprio quella poesia che ancora oggi è difficile da inserire nella Letteratura. Benedetto Croce ad esempio diceva che la poesia di Rimbaud “dovrebbe semmai chiamarsi con il nome di una nuova categoria spirituale ancora non definita e che sarebbe da scoprire”. Il pensiero di R. è filtrato, chiaramente, dalla spiritualità – uno come lui come poteva scrollarsi di dosso millenni di chiesa? Leggendo la Saison è impossibile non pensarci, non tanto per l’irreale ferino, l’allucinazione in sé, ma proprio perché R. sembra cogliere nei suoi occhi la verità, non la verosimiglianza della fede religiosa, ma proprio la verità di un Creatore chiamato dai più e anche da lui, Dio. Questo a mio parere è tra le cose più affascinanti: tutti possiamo avvicinarci a Dio, tutti possiamo creare. Rimbaud lotta contro Dio per avvicinarsi sempre di più alla sua essenza.
Il nostro problema o il nostro non-problema sta nel non riuscire ad andare oltre il limite del concetto di letteratura e ci rifugiamo come Croce nella “categoria spirituale”. Oggi, leggendo molta poesia, mi chiedo cosa sia la letteratura: bene, non lo so più. Come possiamo avvicinarci a colui che ha dato colore alle vocali? Credo che per comprendere a pieno Rimbaud ci sia bisogno di scindere la forma del testo, ma cercare i colori delle sensazioni, entrare nella Saison sporchi, pieni di peccato, con la speranza di uscirne puri o almeno illuminati. Se questo non accade, pace. Per conoscere dobbiamo abbracciare il Creatore; in questo sta l’iniziazione: nell’escludere. Mi spiego, per escludere intendo eliminare il nero dell’oblio, illuminando la propria strada sempre più scura: la geenna che ognuno di noi ormai vive.

L’effetto che la Saison ha avuto su di me è stato particolare. Sapete, affrontando Rimbaud, è inevitabile chiedersi cosa significa scendere nel proprio inferno, ritrovarsi, superare il proprio essere e guardarsi, o meglio, guardare sé stessi per comprendere il reale, ma cos’è la realtà? Me lo chiedo ogni volta che vado dal mio psicologo e vorrei tanto spiegare ciò che vedo, ma non riesco a descriverla è troppo luminosa, forse è per questo che R. scrive “io capisco, e siccome non mi so spiegare con parole pagane vorrei tacere”.

La stagione in inferno è un testo che ingoia, che affoga nelle proprie pagine, ma allo stesso tempo si libra, è innegabile. Verso quale altura? La parabola di R. è proprio quella, detta in maniera spicciola, di scendere nelle profondità dei propri inferi, che a mio parere oggi possiamo chiamare, passatemi il termine, depressione. Una depressione nata da una società che non sa più come accogliere e proteggere l’uomo. Non voglio dire che R. fosse un depresso. Io dico solo che ha visto, comprendendo la sua sofferenza, la miseria dell’uomo, dell’altro. Una sofferenza che d’altronde è così simile a quella del mondo. L’immedesimazione in Rimbaud è sogno, lui può essere chiunque e qualunque cosa, le cose le attraversava come un’ombra. Rimbaud è riuscito ad accarezzare il fondo di un’epoca che di lì a poco avrebbe sperimentato la prima guerra mondiale, la seconda, le innumerevoli morti e il novecento. Per questo è profetico e veggente. Rimbaud preme la depressione, arriva nella cavità dell’inferno creata precedentemente dai suoi antenati, da quel sangue cattivo che scorre nelle sue vene. Come può lui essere salvo, puro? Come può redimersi? Forse staccandosi da quel ventre chiamato occidente.

L’inferno dovrebbe essere per sempre, qui invece si parla di una stagione, un lasso di tempo dove il dannato in questione sicrede in inferno. “Mi credo all’inferno, dunque ci sono”, quindi non è altro che un attraversamento, come già detto, un episodio. Per questo mi piace pensare che tutti noi viviamo, almeno una volta o più volte nella vita, la nostra stagione nell’inferno.
Anche noi come Rimbaud dovremmo saper ritrovare la chiave “del festino antico”, la chiave che riporta alla libertà, come tirare dei brutti tiri alla follia, come scarcerare l’oscurità, essere albatri che, gettandosi nel mondo, non ne hanno paura. Questo nella stagione è presente dalla prima all’ultima riga. Rimbaud cerca con tutto sé stesso di avvertire, di dire con le parole di Dio la sua verità, per essere creduto. Come è possibile possedere la verità nell’anima e nel corpo? Come trovare la libertà nella salvezza? Meglio essere creduti o desiderare la fiducia dell’uomo? Come possiamo manipolare e plagiare la purezza e il peccato? Come fondere tutto questo? Come liberarci? Sicuramente leggendo profondamente questo straordinario testo, come ha detto il “mio amico” Giorgio Anelli.

Rimbaud rimuove e cambia continuamente i sentimenti umani ricercandosi in un altro. Indubbiamente l’attrazione al possibile e all’impossibile e alla contraddizione è quello che ci destruttura, è questa secondo me la chiave: cercare di creare un equilibrio nel proprio disordine, un caos da manipolare a nostro piacimento.

 

Paolo Pitorri, classe 1990, studia Lettere Moderne alla Sapienza. È il frontman del gruppo musicale “Lamaglietta”, ha pubblicato nel 2019 due singoli per Vina Records ed è seguito dall’ufficio stampa Sollevante Press di Torino. Collabora come fotografo con la testata di musica indipendente Talassa. Sue foto sono apparse su Rolling Stone e su Rockit, e ha seguito nomi di band famose del panorama indie italiano. Nel febbraio del 2019 ha curato la mostra “Elogio dell’imperfezione” nella galleria Fondamentea della rivista di arte contemporanea Inside Art. È coredattore per Yawp Poesia. Sue poesie inedite sono apparse su: Atelier Poesia, Poetarum Silva, Argo, La tigre di carta, Poesia ipercontemporanea, Patria letteratura  e altro.
10 – fine

Leggi gli articoli precedenti dedicati a Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud cliccando sui seguenti titoli:

1 – Mage ou ange, Arthur Rimbaud dall’inferno alla vita a cura di Angelo Favaro, critico letterario e docente universitariodi letteratura

2 – Cattivo sangue – Pane, fuoco e profezia. Appunti su Rimbaud a cura di Mattia Tarantino, poeta

3 – Notte dell’inferno  a cura di Ornella Donna, critico letterario

4. Deliri – Vergine folle a cura di Daniele Sannipoli, scrittore

5. Alchimia del verbo – Lo sposo infernale a cura di Gabriele Galloni, poeta e scrittore

6. L’impossibile a cura di Luigi Bianco, critico letterario

7. Il lampo a cura di Eleonora Rimolo, poetessa

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