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Intervista a Carlo Fenizi

a cura di Simone Pozzati

Carlo Fenizi  – foggiano, classe 1985 – è un giovane e talentuoso regista che ha alle spalle diverse pellicole (La luce dell’ombra, Effetto Paradosso e Quando si muore… si muore) e vari videoclip musicali. Istmo è il suo ultimo film. Una pellicola che parla essenzialmente delle relazioni ai tempi dei social, mettendo in luce le maschere cucite ad arte. Zoomando sulla linea di confine tra realtà e finzione, la sceneggiatura postata da dietro un monitor con aforismi e foto è spesso trama inventata e non riproduzione verosimile. Il soggetto incarna pienamente lo spirito del nostro tempo. Un tempo ormai così spoglio e nudo che si veste e ci veste di finzione. Un tempo sottratto e svuotato della sua essenzialità. Di contro, un inno ai rapporti autentici e al superamento della solitudine dilagante.

Più precisamente la storia di Orlando, un traduttore che lavora da casa per un festival del cinema; traduce dallo spagnolo vecchi film latinoamericani. Nella sua vita parallela è un “influencer” contornato nella realtà da una vita quotidiana monotona, caratterizzata da tante bizzarrie, emicranie e visioni notturne.

Come mio solito preferisco che sia lo stesso regista a parlarci del suo lungometraggio attraverso le domande di questa intervista.

D – Perché il titolo Istmo?
R – L’istmo è una lingua di terra che unisce due terre e separa due masse d’acqua. È una terra di passaggio, una passerella. È la metafora della condizione di Orlando, il protagonista, diviso tra due approcci opposti alla vita, ma con ancora una possibilità di scelta e di salvezza. È la condizione dell’uomo contemporaneo.

D – Ha forse a che fare con il concetto di unione e separazione?
R – Sì, separa per chiarire le differenze tra due modi differenti di vivere e unisce perché la vita e le scelte sono un processo di continuità e di speranza.

D – Quanto conta la simbologia nei tuoi film?
R – Tantissimo, non conta solo nei miei film. Il cinema stesso è un contenitore di simboli, di non detti, di messaggi solo accennati che lo spettatore deve continuare a costruire attraverso la sua sensibilità e la sua personale interpretazione.

D – Che ruolo ha la musica nei tuoi film?
R – È una parte integrante del racconto e della poetica. A volte dice cose che né i personaggi, né le azioni raccontano. La musica è un personaggio in più all’interno di una storia.

D – Sono presenti dei riferimenti alla letteratura in questa specifica pellicola? 

R – La mia formazione è linguistica e letteraria più che tecnica. Per questo è imprescindibile per me il riferimento letterario, anche se non esplicitamente dichiarato. Apparentemente il nome del personaggio protagonista potrebbe far pensare ad una citazione di Ariosto. Sebbene ci siano dei punti di coincidenza, il riferimento non è voluto. Ci sono invece riferimenti alla letteratura del novecento, ma che non voglio svelare per non offrire chiavi di lettura fuorvianti e unidirezionali.

D – Cosa può aspettarsi lo spettatore che guarderà il tuo film? 
R – Una prima parte di mistero e lenta attesa, una seconda parte di cambi di rotta e di colpi di scena. In generale sarebbe bello che lo spettatore si immedesimasse nel concetto di Istmo, lasciandosi guidare in questa terra di passaggio. Io, invece, mi aspetto e mi auguro che almeno un po’ si emozioni. Se questo avviene, la missione del film magicamente si compie.

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