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Lettera a un lettore novus di Alberto Moravia, a 25 anni dalla morte

a cura di Angelo Favaro

In occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Alberto Moravia, pubblichiamo un testo/testimonianza/racconto che vuole essere – oltre che un vibrante ricordo e un commosso omaggio  al grande scrittore – uno stimolo alla lettura delle sue opere. 

La redazione di i-libri.com 

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Lettera a un lettore novus di Alberto Moravia, a 25 anni dalla morte

Caro Lettore,

anzi è più esatto ricorrere all’aggettivo nuovo, considerandolo sia nella sua accezione di recente o che si sta accingendo a… sia nella costellazione di significati derivati dall’etimologia latina, secondo la quale novus significa al contempo a seconda dei contesti: inesperto, novizio, singolare, straordinario, insolito, e infine sovversivo. E, allora, caro Lettore novus delle opere di Alberto Moravia, ormai morto da ben 25 anni, è a te che mi rivolgo con questa lettera scritta di getto, in questo strano 26 settembre del 2015.

Porto con me sempre questa sua riflessione autobiografica: «Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare». Non aveva deciso né di soffrire di quella terribile coxite (tubercolosi ossea che lo terrà immobile per gli anni dell’adolescenza), né di subire la morte del fratello e il fascismo.

Mi manca Alberto Moravia, mi manca sinceramente, oggi, la sua voce, la sua scrittura, il suo solitario essere “contro”, il suo illuministico discorso intorno alla vita, all’uomo come fine, volto a smascherare le ipocrisie della nostra società, della nostra vita. Mi sono affezionato a lui negli anni, leggendolo e ascoltandolo, lo ho compreso nella sua timidezza e nella sua umanità, nei suoi silenzi e nel suo prorompere quasi adirato nei dibattiti. Fra le pagine dei suoi romanzi, dei suoi racconti, delle recensioni filmiche, dei saggi o degli articoli di giornale c’è una sapienza e una esperienza della vita e del dolore, dell’amore e della insensatezza; c’è un sentimento del disagio e una ricerca della verità, che me lo hanno sempre fatto immaginare come uno dei nostri grandi intellettuali del Rinascimento. Un uomo curioso e desideroso di conoscere e comprendere, di studiare, di sapere, di viaggiare. Impietoso nei confronti di qualsiasi forma di mistificazione o di falsità.

Il primo misterioso appuntamento con lui avvenne molti, molti anni or sono, a Sabaudia, ma non è importante, perché è stato l’incontro con un anziano signore sostenuto da un bastone, che faceva roteare in aria o sbatteva su un tavolino del Bar Italia; più importante l’appuntamento con la sua scrittura. È avvenuto tardi. Forse anche io sono, come te che mi stai leggendo un lettore novus. Il primo libro che divorai fu il romanzo Gli indifferenti. Il giovane Michele, un ragazzo appena uscito dall’adolescenza, personaggio del romanzo, pensa: «Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede». Mi lasciò un profondo senso di nausea il testo, soprattutto nelle pagine finali. Si era luminosamente condensata tutta la brutalità della contraddizione e dell’insincerità di cui è capace la borghesia in pochi capoversi, con la descrizione di Carla e di Michele mascherati pronti per recarsi a un ballo. La metafora della maschera tornava in un altro romanzo che ho molto amato e, contrariamente a quel che dice e sostiene la critica ufficiale, ritengo un grande capolavoro: La mascherata. Anche qui alla fine del romanzo, c’è una festa in maschera, in una villa di un paese sudamericano governato da Tereso, un dittatore, ma la mascherata si trasforma in modo surreale nel funerale della bella e sensuale Fausta, tutti gli ospiti vi partecipano: «Erano tutti mascherati, gli invitati; e in quell’ombra della galleria poco illuminata, addensavano una moltitudine di visi dipinti, di costumi colorati, di lustrini e di pennacchi. L’ombra non era così densa che non si scorgesse qui un enorme naso scarlatto e bitorzoluto di cartone, lì una testa gigante di pulcinella, qui una gialla sembianza di cinese, lì una maschera mostruosa, bianca e rossa, contratta in una risata avvinazzata. Come videro apparire i quattro che portavano la branda, gli invitati non seppero fare altro che scoprirsi quelli che avevano un cappello, e gli altri togliersi chi il naso di cartone, chi la maschera, chi la finta barba di stoppa. Così i quattro servitori trasportarono la morta verso la cappella, sotto gli occhi avidi della folla travestita. La duchessa, imbambolata, il bariletto ballonzolante al fianco, incapace per una volta di ritrovare il solito sussiego, veniva dietro insieme con il segretario, malinconico e occhialuto spilungone. Poi l’agente e Doroteo. Ultimo seguiva Tereso impettito e rigido nella sua attillata uniforme, il pollice nella cintura».

Pirandellianamente Moravia vuole smascherare e rendere evidenti gli inganni del potere, della borghesia, della società dei consumi e palesare le distorsioni della cultura di massa.

Caro Lettore novus puoi trovare le sue opere (i romanzi, i racconti, alcuni saggi, il volume di favole, tutto il suo teatro, alcuni articoli giornalistici) nelle edizioni economiche Bompiani, e puoi star certo che ognuno di questi volumi ti lascerà macerare nel dubbio, ti consentirà di comprendere in modo migliore te stesso, ti aprirà una prospettiva nuova rispetto ad alcune problematiche di significativa importanza. Vedi (e se leggerai sinceramente Moravia diventeremo anche un po’ amici, un po’ complici) è proprio nel suo modo di affrontare i temi e i problemi che quest’uomo riesce ad essere stupefacente: anche una persona totalmente ignara di tutto, anche una persona semplice e diciamo pure incolta, dopo la lettura di un suo qualsivoglia testo, senza necessità alcuna di un vocabolario o di elevati sostegni accademici, può comprendere e farsi un’idea “chiara e distinta” (come direbbe un altro mio caro amico, di alcuni secoli or sono). Ti offro un esempio: La noia è un romanzo di Alberto Moravia, pubblicato nel 1960, su un sentimento davvero complesso e indefinibile, ci aveva provato già Leopardi. Partiamo proprio dalle parole di Giacomo: «Poco propriamente si dice che la noia è mal comune. Comune è l’essere disoccupato, o sfaccendato, per dir meglio; non annoiato. La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Più può lo spirito in alcuno, più la noia è frequente, penosa e terribile. la massima parte degli uomini trova bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e quando è del tutto disoccupata, non prova perciò gran pena. Di qui nasce che gli uomini di sentimento sono sì poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta maravigliare talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con quella gravità di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e  più inevitabili della vita» , altrove afferma: «La  noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani . (……) Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena , né, per dir così dalla terra intera, considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si veggia nella natura umana. perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento e pochissimo o nulla agli altri animali». Sufficienti questi due exempla leopardiani per comprendere l’ambivalenza del sentimento. Moravia, al protagonista del suo romanzo, Dino, fa semplicemente e direttamente spiegare: «Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi versi essa assomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno; la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento è tutto chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere». Di fronte a questa spiegazione, si potrà concordare o meno con Dino-Alberto, tutti avranno compreso chiaramente cosa si intenda per noia: ecco, quando le cose non bastano più, non sono più sufficienti, quando tutta la realtà è inadeguata, allora si percepisce e si vive la noia. Chiarissimo.

Nell’ormai lontanissimo 2007, per celebrare i cento anni dalla nascita di Alberto Moravia lavorai alacremente affinché si potesse svolgere una giornata di studi a Sabaudia, città che Moravia amò lungamente e che frequentò dagli anni Settanta fino a pochi giorni prima di morire, nella quale c’era una bella casa sul mare, fatta edificare con l’amico Pasolini, una bifamigliare. Ormai non c’è più quella casa è stata venduta a un privato. Io ne avrei fatto un Centro Studi Alberto Moravia sul Romanzo e sulla Scrittura romanzesca del XX-XXI secolo. Quando mi ritrovai a riflettere su un titolo per il convegno che avesse potuto condensare in sintesi tutta l’attività intellettuale e di scrittura, d’arte, fui folgorato dal titolo che il romanziere de L’attenzione aveva dato a un suo saggio: L’uomo come fine. Mi parve e mi pare ancora perfetto: quel sintagma quasi aforistico  comprende in una perfetta sintesi il pensiero e la scrittura di un Moravia, e coagula completamente la sua poetica, l’estetica, la altezza della concezione politica dal punto di vista e d’azione dell’artista (non del politico). Perdonami, lettore novus, se voglio indugiare ancora un po’, sottraendoti tempo prezioso, ma prova a fidarti di me, so che non hai nessuna buona ragione per farlo, tuttavia prova. L’uomo come fine è un saggio, non troppo lungo, contenuto in un volume che porta il medesimo titolo e contiene altri vari saggi di Moravia, è stato scritto alla fine del secondo conflitto mondiale, per dimostrare, dopo dittature e campi di sterminio, dopo l’affermazione completa del capitalismo, che il potere vorrebbe rendere l’uomo un mezzo, e invece ogni essere umano in primo luogo deve essere considerato e trattato come un Uomo. L’Uomo in quanto tale è fine. Non può in alcun modo divenire mezzo o strumento per altri fini. Ma il romanziere dimostra che l’uomo da quando è entrato nella modernità è divenuto soltanto un mezzo. Se all’uomo viene lasciata la possibilità di pensare e di riflettere sulla propria condizione, di solito ciò accade perché qualcosa va in crisi o a un momento di turbamento, allora comprende che: «il lavoro è servitù, che onori, compensi e incoraggiamenti sono inganni, illusioni e sonniferi, che la cultura è lusinga per sedurlo, fracasso per non farlo pensare, propaganda per convincerlo, e la religione un chiodo di più per tenerlo ben fermo sulla sua croce». (p.118, L’uomo come fine). Soltanto un mondo che torni ad essere a misura d’uomo consentirà nuovamente di porre l’uomo e l’umanità come fine, e ciò inoltre non è in contrasto con la natura: «Un mondo moderno fatto secondo la misura dell’uomo dovrà da un lato esser fatto secondo la sua fisica capacità di muoversi, di vedere, di abbracciare e di intendere; dall’altro secondo la sua misura intellettuale e morale, ossia la sua capacità di entrare in rapporti con le idee e i valori morali» (p. 149, L’uomo come fine). Caro Lettore novus, ti starai chiedendo a questo punto cosa c’è sotto, cosa ci guadagno, perché io abbia impiegato gratuitamente del tempo, per scrivere questa lettera, per te, solo per te.

 La risposta è in quel che hai letto finora, o meglio nella lezione che, senza alcuna volontà di essere maestro o professore, Alberto Moravia mi ha dato nel corso di questi anni. Mi manca … è vero, ma la sua opera parla per lui, e lui continua a esprimersi attraverso la sua opera.

Cosa mi ha spinto a scriverti questa lettera? La gratitudine che si deve a chi ha scritto opere come La ciociara e La vita interiore, a chi ha fondato e tenuto in vita la rivista Nuovi Argomenti, a chi, nonostante tutto, ha instaurato con me, con noi, un discorso, per vincere l’estrema solitudine nella quale ci ha voluto scagliare la modernità e la postmodernità. Ho solo voluto gettare un seme.

Ho scritto questa lettera, per te Lettore novus, solo per te, e perché … non sono ancora riuscito a trovare le parole per dire addio a Alberto.

Angelo Fàvaro

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