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Marta Di Nuccio: Il vulcano Alberto

a cura di Redazione i-LIBRI

Il vulcano Alberto.
Pensare, agire, vivere moravianamente.

di Marta Di Nuccio

Sull’isola di Santorini, al centro dell’Egeo, sorge un vulcano reso celebre dal mistero di Atlantide, oggi attivo, ma sempre silente. Pur essendo entrato nel mito, è continuamente davanti agli occhi dei turisti distratti, nessuno sembra riconoscerlo, né pare provi a frequentarlo nelle proprie fantasie. A ben vedere, è anzi  percepito dai vacanzieri come un accessorio ingombrante che si frappone tra l’isola e il panorama sulle Cicladi.

Nei periodi di maggiore afflusso turistico si possono incontrare flotte di villeggianti che, approfittando della possibilità di una gita in barca, si inerpicano sui suoi fianchi, per poi discendere scontenti del paesaggio desertico e disadorno che incontrano. Armati di fotocamere e selfie stick, li si vede girare a vuoto in cerca di un “effetto wow” da immortalare e pubblicare in istantanea sul social network.  Il loro è lo sguardo umano del XXI secolo, che ha bisogno continuamente di esteriorizzare e condividere ciò che percepisce, ma non riesce a contenere, trattenere, perché il posto più sicuro che ha trovato per  sopravvivere all’angoscia del nulla è lontano da sé. Infatti, quegli stessi turisti che prima arrancavano nello spazio desolato, si possono ritrovare poche ore dopo sull’isola tutta bazar e hotel di lusso, a sorridere rassicurati a suon di selfie con il cratere sullo sfondo. Le ragioni di questo apparente primo sconcerto andrebbero ricercate nella forte carica simbolica e reale di ciò che, in un’ottica psicoanalitica, esso rappresenta: l’idea – condizione imperdonabile anche se collocata anche solo nel pensiero – dell’imponderabilità della morte.

L’osservazione dell’uomo al cospetto del vulcano fa pensare che la sola accettazione possibile di un “paesaggio mentale” che rimandi a realtà umane più complesse, debba e possa passare unicamente attraverso un filtro, in questo caso ottico, per prenderne le distanze e modificarne il senso. L’insofferenza dei turisti é già il sintomo di una presa di coscienza che non può andare a fondo e che ha bisogno continuamente di essere deviata e infine rimossa.

Spostando l’orizzonte del vulcano sulla linea del panorama letterario italiano, una delle figure che sembra accomunata dalla stessa sorte è lo scrittore Alberto Moravia. Ben considerando la situazione, per motivi non troppo dissimili. Infatti entrambi  sono, oggi, oggetto di rimozione in quanto rappresentano e descrivono «la percezione interna ed esterna del sé e del mondo, vale a dire della coscienza»[1], in un momento storico in cui l’uomo ha ceduto il passo alla derealizzazione, assurta a strumento primario di rapporto con il reale. E trovarsi di fronte all’avamposto accidentale di un’idea “attiva” di morte, il vulcano, o leggere Gli indifferenti e riconoscer-si, noi tutti lettori, con una pistola in mano nell’atto di uccidere l’amante della propria madre, è un’idea che spaventa il “turista della vita” più spensierato, come il lettore più incallito. Nel caso di Michele, non è la pistola a far sussultare il lettore, ma il ritratto umano “in trasparenza” che ne fa l’autore prima di consegnarlo al suo pubblico con l’arma tra le mani. I suoi istinti di morte, la rinuncia della volontà, l’impotenza, la frustrazione e la sofferenza di non sentirsi esistere si ritrovano dentro ognuno di noi. Non a caso Gli indifferenti fu motivo di biasimo da parte del regime fascista, secondo il quale il romanzo aveva l’effetto di demoralizzare il lettore attraverso un ritratto corrotto della famiglia italiana.

Inaudite le parole e tremendi i pensieri di Michele ne Gli indifferenti:

«” Io sciocco? ” ripeté il ragazzo: ” Ben mi sta ” pensò ” sciocco… sì…, sciocco a volermi per forza appassionare a queste tue questioni “. Un orribile senso di futilità e di noia l’oppresse; girò gli occhi intorno, per l’ombra ostile del salotto; poi su quelle facce; Leo lo guardava, gli parve, ironicamente, un sorriso appena percettibile fioriva sulle sue labbra carnose; quel sorriso era ingiurioso; un uomo forte, un uomo normale se ne sarebbe offeso e avrebbe protestato; lui invece no… lui con un certo avvilente senso di superiorità e di compassionevole disprezzo restava indifferente… ma volle per la seconda volta andar contro la propria sincerità: ” Protestare “, pensò ” ingiuriarlo daccapo “. Guardò Leo: ” E… dico “, profferì con voce incolore ” che bisogno c’è di sorridere?”.  […] ” Dico ” soggiunse Michele alzando con uno sforzo penoso la voce; era così che bisognava litigare; ricordava di aver assistito in tram, a un alterco tra due signori ugualmente grassi e importanti; ciascuno dei due dopo aver preso per testimoni i presenti e citato, con parole risentite, la propria onorabilità, la propria professione, le proprie ferite di guerra, e in generale tutti quegli elementi che potessero commuovere l’uditorio, aveva finito, pur di soverchiar l’avversario, per urlare francamente, e arrivare a un certo grado di collera sincera; così doveva fare anche lui: ” Non credere che perché è venuta Lisa io non sia più capace di ripetere quello che ho detto prima… anzi guarda lo ripeto… mascalzone!”.»

A partire da Gli indifferenti, Alberto Moravia non ha fatto altro che  «ritrovare quella stessa percezione del mondo nella descrizione di un sentimento»[2], depositando sulla pagina la dimensione oggettiva, dunque irrazionale, della realtà interiore, non soggetta all’avvicendarsi delle stagioni sociali, quindi in tensione costante con il presente. Per questo Moravia, la sua Opera, quegli scritti romanzeschi, giornalistici, saggistici resteranno e continueranno a costituire una lettura attuale! Oserei affermare almeno fino a quando l’uomo avrà memoria di sé .

Sarebbe molto appropriato riflettere e far riflettere su un fatto: «La sua volontà analitica era una metafisica dell’oggettività: una posizione narrativa che ha teorizzato in La noia, L’amore coniugale, L’attenzione, L’uomo che guarda. Descrivere il sentimento amoroso come si può descrivere un oggetto del mondo fisico»[3], solo in tal modo è possibile dare/formare una coscienza persino a chi nel mondo stesso si offre come oggetto per antonomasia: è ciò che ha guidato lo scrittore a costruire uno dei personaggi più controversi e anomali della sua galleria umana: la prostituta Adriana, de La romana, la quale raggiunge un livello di consapevolezza in perfetto equilibrio tra la percezione del mondo esterno e quello interiore: «Questo smarrimento mi faceva per qualche momento raggricciare la pelle di paura; rabbrividivo profondamente, sentendo tutti i miei capelli smuoversi e formicolare alla radice; e mi pareva ad un tratto che le mura della mia casa, la città e perfino il mondo svanissero e io mi trovassi sospesa in uno spazio vuoto, nero e senza limiti; e, per giunta, sospesa proprio con quei vestiti, quei ricordi, quel nome, quella professione. Una ragazza a nome Adriana sospesa nel nulla»[4]. Leggendo queste poche righe si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un autoritratto in fermo immagine; è Adriana stessa a scattare la foto e a raccontare cosa c’è dietro. Dalle sue parole si percepiscono i brividi che la stanno attraversando mentre si guarda e si vede nuda … per la prima volta! Si riesce a immaginare lo sgomento di fronte ad un mondo che si disintegra e diventa buio e rarefatto, e nel quale ognuno rimane, proprio come un’ immagine fissa, sospeso nella propria condizione esistenziale nella quale non si intravedono vie di scampo. La struggente umanità di Adriana coinvolge il lettore fino alle lacrime, fa esplodere un vulcano interiore che lascia colare una lava di misericordia per questa donna, quando si legge alla fine:

«Pensai a Mino e poi pensai a mio figlio. Pensai che sarebbe nato da un assassino e da una prostituta; ma a tutti gli uomini può capitare di uccidere e a tutte le donne di darsi per danaro; e ciò che più importava era che nascesse bene e che crescesse sano e vigoroso. E decisi che se fosse stato un maschio l’avrei chiamato Giacomo in ricordo di Mino. Ma se fosse stata femmina, l’avrei chiamata Letizia, perché volevo che, a differenza di me, avesse una vita allegra e felice ed ero sicura che, con l’aiuto della famiglia di Mino, l’avrebbe avuta.»

Ed è forse proprio questo che si rimprovera ad Alberto Moravia: il portare continuamente alla ribalta il riflesso di un’immagine interiore che pietrifica l’anima e la getta al centro di un fascio di luce che attraversa un mondo buio e deserto, il nostro, pronto ad esplodere non appena viene percepito per quello che è. Anche il vulcano rappresenta un “io” ingombrante perché altamente significante e onnipresente. Ciò che inquieta e disturba è saperlo vivo e vicino, stretto in un complesso rapporto dialettico con “l’uomo che guarda”;  come vivi e vicinissimi sono gli impulsi atavici e abissali descritti da Moravia nell’arco di tutta la sua produzione letteraria, che oggi, ancor più di ieri, è materia scottante.

La montagna lavica che si staglia sui celebri tramonti di Santorini, così come la produzione moraviana, possono essere considerati testimoni e protagonisti di qualcosa che non esiste più e che al contempo continua a vivere nella dimenticanza; sono dunque oggetti storici e insieme moderni, «intendendo per storico qualche cosa di  bello e di concluso, e per moderno qualche cosa di vitale e di pratico» [5]. A ben guardare, è proprio questa duplicità a renderli  invisi all’occhio umano; infatti viene da pensare che se il vulcano si  fosse inabissato nel corso delle sue passate manifestazioni, avrebbe forse reso una risposta emotiva differente, meno gravata dal peso di un confronto forzato. Allo stesso modo, oggi non si legge più Moravia ma al contempo “si sente” e non si può fingere che non sia stato uno dei maggiori scrittori del novecento italiano ed europeo.  Non è un caso che uno dei primi detrattori dell’opera dello scrittore  fu  proprio «l’ipocrisia borghese, minimizzandone il valore: pur leggendone appassionatamente l’opera, una parte dei lettori si sforzerà di ridicolizzare il “borghesismo” dell’ispirazione di Moravia, il quale peraltro si difenderà assai fiaccamente, limitandosi a dire di scrivere solo ciò che conosce. Il rifiuto di Moravia da parte di un’intera categoria di benpensanti italiani è in parte legato al rifiuto del ruolo che il romanziere fa svolgere alla sessualità e alle sue diverse forme nella conoscenza dell’essere umano» [6], come dimostra peraltro la fredda accoglienza a molti suoi romanzi o volumi di racconti, ma non da parte dei lettori, bensì da parte della critica. Alla domanda:

«Tu continui a scrivere romanzi e racconti quando tutti dicono che il romanzo è morto, che la gente vuole verità, che persino i bambini vogliono i fatti, la rappresentazione realistica della vita piuttosto’della favola. Eppure tu, ogni mattina, ti metti al tuo tavolo di lavoro, e. ogni giorno produci un racconto oppure alcune pagine di un tuo romanzò. Come ti vedi, nel mondo che hai intorno, nelle librerie piene di saggi e saggetti che sembrano offrire la verità (non l’immaginazione) su ogni cosa, in un mondo deciso dà un lato a fare a menò della fantasia, dall’altro a superare l’immaginazione con fatti incredibili? E come ti vedi rispetto a coloro” che dicono che. gli intellettuali devono partecipare alla costruzione di un mondo nuovo, non chiùdersi nella zona privata di creatività personale?» Alberto Moravia, in una bella intervista in Tuttolibri de «La Stampa», l’1/11/1975, a pagina tre, rispondeva:

«Mah, io dico che l’arte ha una sua funzione sociale che è … di essere antisociale. Voglio dire questo: l’arte esprime ciò che è represso. Ciò che viene represso non è un contenuto: mettiamo una storia, un’idea è il giro stesso di una frase, il modo del parlare, dell’esprimersi – dunque del raccontare. È lo stile, l’originalità del modo di esprimersi (la forma cioè) che conta e che svela l’inconscio. Questo è un compito o un lavoro, o una vocazione, o qualcosa di inevitabile, che accade allo scrittore da soler, separato dal resto dei suoi doveri o dei suoi impegni sociali. È il lato “antisociale” della sua vita. Ma compiendo questo atto antisociale, sblocca la repressione, dunque fa una cosa, positiva, grande, forse. Certo importante. […] L’arte ha la funzione del sogno. Non si può sognare collettivamente, o in pubblico. Ma senza sognare si muore. […] Io scrivo per vocazione, ho cominciato a narrare prima di saper scrivere. Mi raccontavo storie ad alta voce. Se è vero che la letteratura è nata prima della scrittura, come esperienza orale, bene, questo è il mio caso. Una volta imparato a scrivere, ho scritto per anni senza punteggiatura. Solo trattini. Mi regolavo secondo il suono, l’orecchio.» Ecco, sufficiente questa chiarezza e al contempo questa complessità. Vulcanico! Alberto Moravia scrive in questo modo e per queste ragioni. Noi dobbiamo tornare a leggerlo, e l’atto di lettura non occorre tanto al narratore dell’Attenzione, quanto ai lettori di questa epoca malata, che Moravia ha preconizzato e previsto. La sua vita, la sua scrittura, la sua natura umana sono una fonte inesauribile di idee, riflessioni, tensioni, modi d’espressione, buon senso, analisi dei comportamenti borghesi e del popolo, suggestioni. Nell’ intervista precedentemente citata, alla domanda:

«Prendiamo il problema del tuo lavoro da un altro punto di vista. Quello del capitalismo “maturo”, delle società colme di informazioni, cariche di comunicazioni di massa. Tutto ciò non rappresenta una specie di schermo di piombo, un ostacolo, un impedimento alla libera creatività del narratore e del poeta? Non c’è un assedio, percettivo, visivo, sonoro, fisica, della realtà intorno all’immaginazione? Non può essere un assedio mortale?» Alberto risponde:

« L’informazione non ci dice mai niente che non si sappia già. La sua funzione, indispensabile com’è, ricorda quella dei maestri di scuola. I maestri sono utili, chi lo nega? Ma essi non svelano il mondo. Non fanno che confermare al bambino ciò che il bambino sa già. Il vero informatore è l’artista. Che cos’è un complotto, una cospirazione? Me lo può dire un’inchiesta giornalistica oppure Dostoyevsky? L’importante è leggere “I Demoni”. Il resto è questione di quantità, di dettagli. L’informazione è l’arte. Il resto è divulgazione».

Sarebbe opportuno che si riprendesse considerare quell’aggettivo e quell’avverbio che dal cognome del romanziere romano derivano: moraviano, moravianamente. Mi occupo di letteratura e di cinema, mi occupo di comunicazione, ritengo di potermi definire realmente e sinceramente moraviana. Cosa significa? Non posso rivelarlo in queste pagine. Quello che posso affermare con certezza è che ho piena consapevolezza della mia percezione d’essere moraviana, come dissi alcuni anni fa durante un esame ad un professore titubante e incredulo. Per comprendere, forse, basterebbe penetrare nella profondità di questo pensiero espresso da Alberto Moravia, nel luogo che più amava, l’Africa:

«Sulle sabbie del deserto come sulle acque degli oceani non è possibile soggiornare, mettere radici, abitare, vivere stabilmente. Nel deserto come nell’oceano bisogna continuamente muoversi, e così lasciare che il vento, il vero padrone di queste immensità, cancelli ogni traccia del nostro passaggio, renda di nuovo le distese d’acqua o di sabbia, vergini e inviolate». Sono le sue Lettere dal Sahara inviate a noi.

 La presenza simbolica del vulcano, così come i ritratti psicologici dei personaggi moraviani, vengono percepiti oggi, nel mondo moderno, come qualcosa di troppo “vitale” e troppo “pratico”, cioè tangibile,  che implica una partecipazione attiva nel dialogo tra sé e l’immanenza del mondo, che sembra diventato insostenibile. Volendo portare degli esempi “pratici” di questa sintomaticità, tutta volta alla rimozione, provate a chiedere in giro cosa si pensa o si ricorda di Alberto Moravia.  Una buona parte degli intervistati lo ricorderà come lo scrittore erotomane di Io e Lui[7], altri ripenseranno al film di De Sica[8] e citeranno il neorealismo, altri ancora lo etichetteranno come lo scrittore borghese che scriveva sul «Corriere della Sera». Certamente si ribadirà la capacità naturalmente filmica della sua scrittura romanzesca e delle sue novelle. Si ricorderà la sua produzione saggistica. Ma della carica esistenzialista di tutto il significato primario della sua  letteratura sembra non esserci più nessuna traccia. Essa sembra rimasta imprigionata nella camera magmatica del vulcano dormiente, che custodisce materia viva, come vivissima è la voce di Moravia nel 2016 d.c. Analogamente, ponendosi in osservazione dei villeggianti rivolti verso il vulcano, si ha l’impressione che lo sguardo umano si allontani da esso nella misura stessa in cui non riesce e non vuole penetrare nel senso profondo di quell’enigma magmatico che giace sotto ai loro occhi. Essi sono ancora ignari che dentro quell’immagine gigantesca e mostruo

[1] R. DECCATTY, Alberto Moravia,  Bompiani, Milano, 2010, p.21

[2] Ibidem, p. 25

[3] Ibidem, p. 25

[4] A. MORAVIA, La Romana, Bompiani, Milano 1947, p.133

[5] A.MORAVIA, Diario Europeo, Bompiani, Milano 2007, p. 328

[6] R. DECCATTY, Alberto Moravia, Bompiani , Milano 2010, p. 10

[7] A.MORAVIA, Io e lui, Bompiani, Milano 2000

[8] La Ciociara, 1960.

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