oppure Registrati
Articolo

Mishima e Noi: se la morte si specchia nella vita

a cura di Angelo Favaro

A Paola Populin

Ho un’immagine. La porpora del sangue che scorre da un corpo abbandonato al suolo. La fine del tempo.
Mishima, 45 anni or sono: il 25 novembre 1970, affondava nella sua carne tonica, fra muscoli esercitati dalla costante attività fisica, la lama ben temprata di un lungo yoroidoshi, l’affilatissimo pugnale giapponese, e poi un suo giovane allievo lo decapitava con quella preziosa e nobile katana. Può una spada essere nobile? Per Yukio Mishima lo era: una katana opera di Seki no Magoroku, forgiata nel XVII secolo.
Una morte inutile.
Non lo è mai la morte. Prima di suicidarsi, Mishima si prende giusto il tempo per leggere questo breve discorso al Giappone e al mondo.

“La nostra Tate-no Kai [contingente paramilitare] si è sviluppata grazie al Jieitai [Forze di autodifesa]; così possiamo ben dire, il Jieitai è nostro padre e fratello maggiore. Perché mai corrispondiamo a tale debito di gratitudine con una azione tanto ingrata? Guardando al passato abbiamo ricevuto nelle Forze di Autodifesa, io per quattro anni, gli altri membri per tre anni, un trattamento quasi come soldati del Jieitai, e un addestramento completamente disinteressato. Noi amiamo sinceramente il Jieitai, perché lì abbiamo imparato a sognare il “vero” Giappone al di fuori delle caserme militari, e proprio lì, abbiamo conosciuto lacrime virili che non avevamo potuto conoscere nel nostro Paese del dopoguerra. Abbiamo versato qui sudore genuino; abbiamo corso insieme ai camerati per le vallate del monte Fuji, accomunati dallo stesso amore per la Patria, di questo non abbiamo il minimo dubbio. Per noi il Jieitai è stato la Patria, l’unico luogo in questo Giappone attuale indifferente a tutto, in cui si poteva respirare un’aria di intenso ardimento. È immenso l’affetto che abbiamo ricevuto dagli istruttori Perché dunque, nonostante ciò, siamo arrivati al punto di intraprendere una simile impresa? Può sembrare una scusa forzata, ma affermo che ciò avvenne per amore del Jieitai. Abbiamo visto come il Giappone del dopoguerra per seguire l’infatuazione della prosperità economica, abbia dimenticato i grandi fondamenti della nazione; lo abbiamo visto perdere lo spirito nazionale e correre verso il futuro, senza correggere il presente; lo abbiamo visto piombare nell’ipocrisia e precipitare nel vuoto spirituale. Abbiamo assistito stringendo i denti, al gioco della politica interna a dissimulare le contraddizioni, mentre sprofondava nell’ipocrisia e nella bramosia di potere. Abbiamo assistito alla difesa dei particolarismi e degli interessi personali. Abbiamo visto affidare a Paesi stranieri i piani riguardanti i prossimi cento anni della Nazione; abbiamo visto l’umiliazione della disfatta nascosta per non essere cancellata, e gli stessi nostri connazionali profanare la storia e le tradizioni del Giappone. Abbiamo sognato di vedere i veri Giapponesi e lo spirito dei veri samurai sopravvivere nel Jieitai. Tuttavia è chiaro che secondo la legge il Jieitai è incostituzionale e che la difesa, problema fondamentale per un paese, è stata dimenticata con opportunistiche interpretazioni legali. Proprio in questa circostanza, perché c’è un esercito che non porta questo nome, è da ricercare la causa fondamentale della degenerazione morale e del decadimento spirituale dei giapponesi. L’esercito che dovrebbe tenere in gran conto l’onore è stato oggetto di un inganno quanto mai malvagio. Il Jieitai ha continuato a portare il disonore della Nazione dopo la sconfitta. Non è stato riconosciuto come esercito nazionale, né come nucleo su cui costruire un corpo armato; è diventato una specie di abnorme forza di polizia. Non gli è stato neppure chiaramente indicato a chi dichiarare fedeltà. Siamo furibondi per il troppo lungo sonno del Giappone del dopoguerra. Abbiamo creduto che il risveglio del Jieitai corrispondesse al momento del risveglio del Giappone! Ci siamo convinti che il Giappone dormiente si sveglierà solo quando il Jieitai si sveglierà. Siamo assolutamente certi che dobbiamo adoperarci al massimo, pur nei limiti delle nostre umili energie, come cittadini di questa Nazione, per far sì che un giorno, con un emendamento alla Costituzione, il Jieitai assurga al suo significato originale di nucleo su cui costruire un esercito, e poi diventi un autentico esercito nazionale. Quattro anni fa, entrai come volontario nello Jieitai, avendo ben chiaro questo proposito. L’anno dopo, fondai la Tate-no Kai. Alla base di questa Associazione sta la risoluzione di sacrificare la vita, per far destare il Jieitai, per farlo diventare un esercito nazionale, un esercito con una propria dignità. Se un emendamento alla Costituzione in tal senso è ormai impossibile, la sola e unica possibilità è un’azione che mobiliti l’ordine pubblico. Noi intendiamo offrire la vita per diventare l’avanguardia di questa mobilitazione, ci proponiamo di diventare una piccola pietra su cui fondare l’esercito nazionale. L’esercito protegge la Nazione, la polizia difende la struttura politica. Quando giunge il momento in cui le forze di polizia non riescono più a difendere la struttura politica, la Nazione si sente protetta grazie all’azione delle forze armate e queste riacquistano il loro valore originario. Tale principio fondamentale, consiste esclusivamente nel “difendere la storia, la cultura e le tradizioni del Giappone fondate sull’Imperatore”. Noi, pur essendo pochi, ci siamo addestrati e ci siamo offerti volontari per rettificare i principi fondamentali della Nazione che sono stati travisati e distorti. Cosa è accaduto il 21 ottobre del 44° anno dell’era Showa (1969)? Una dimostrazione, l’ultima prima del viaggio in America del Primo Ministro, è stata soffocata dalle forze schiacciati della polizia. Ne fui testimone nel quartiere di Shinjuju (Tokio) e provai un profondo rammarico. In quell’occasione ho capito che in questo modo non era possibile far cambiare la Costituzione. Che cosa è successo quel giorno? Il governo si rese chiaramente conto dei limiti delle forze di estrema sinistra, dalla reazione del popolo nei confronti dell’intervento della polizia, non dissimile a un coprifuoco, trasse la sicurezza di poter riuscire a tenere sottocontrollo la situazione, anche senza dover arrivare alla spinosa questione dell’emendamento alla Costituzione. L’azione dell’esercito per ristabilire l’ordine pubblico divenne inutile. Il governo, per il mantenimento delle proprie strutture politiche, ha avuto la certezza che le forze di polizia erano assolutamente sufficienti. E queste non erano in conflitto con la Costituzione. Così il governo può continuare a fingere di ignorare il problema fondamentale del Paese! Il governo è riuscito a placare le forze di sinistra con la favola della difesa della Costituzione, ha rafforzato la sua politica che preferisce i vantaggi concreti all’onore, e si è proclamato difensore della Costituzione. Non si cura della forma, dell’onore, preferire i vantaggi, per i politici può anche andar bene. Ma questi stessi politicanti non si sono accorti che per il Jieitai quell’episodio è stato una ferita mortale. Ed ecco, ancora più di prima, ipocrisia ed inganni, false promesse e sotterfugi. Questo giorno resti impresso nella vostra memoria! Il 21 ottobre del 44° anno dell’era Showa è stato per il Jieitai il giorno della tragedia. È il giorno in cui questa organizzazione, che da vent’anni, sin dalla sua fondazione, attendeva ansiosamente un emendamento alla Costituzione, ha visto tradire in maniera definitiva ogni sua speranza. In quel giorno l’emendamento alla Costituzione è stato escluso dal programma politico. In quel giorno il Jiminto (Partito Liberale Democratico) ed il Kyosanto (Partito Comunista), che insistono sull’importanza della politica parlamentare, hanno spazzato via ogni possibilità di ricorrere a metodi non parlamentari. Così, come conseguenza logica, il Jieitai, che fino ad allora era considerato un figlio illegittimo della Costituzione, da quel giorno fu riconosciuto come “Esercito di Protezione della Costituzione”. Può esistere un paradosso più grande di questo? Da quel giorno noi abbiamo cominciato ad osservare attentamente il Jieitai. Se nel Jieitai, come avevamo sognato, sopravviveva lo spirito del samurai, come potevano i suoi membri tollerare questa situazione? Se siete uomini la vostra, fierezza virile, come può permettere tutto questo? Quando, continuando a sopportare, si oltrepassa anche l’ultima linea, che si dovrebbe difendere, è da uomo, da samurai, ribellarsi assolutamente. Noi, trepidamente siamo rimasti in ascolto. Ma nel Jieitai non si è levata nessuna voce virile contro l’ordine vergognoso che dice:” Difendete la Costituzione che vi rinnega”! In questa circostanza, consapevoli delle vostre forze, sapendo che non esiste altra strada che quella di correggere la logica distorta della Nazione, voi del Jieitai siete rimasti in silenzio, come un canarino senza voce. Abbiamo provato dolore, sdegno e disperazione. Voi dite che non potete fare niente senza ordine. Ma, ahimè, i compiti che vi sono stati assegnati, non provengono dal Giappone. Si dice che il controllo civile sia la principale caratteristica di un esercito democratico. Ma in Inghilterra e in America, il controllo civile riguarda solo l’amministrazione finanziaria dell’esercito. Non consiste, come in Giappone, nell’essere soggiogati e maneggiati dai politici, che mutano col mutare delle stagioni, e nell’essere strumentalizzati da interessi di partito. Il Jieitai si è lasciato sedurre dalle lusinghe dei politici e percorre un sentiero che lo conduce all’autoinganno e all’autodissacrazione più profonda. Si è forse corrotto il suo spirito? Dov’è finito lo spirito dei samurai!? Il Jieitai è diventato un enorme arsenale privo di anima. Dove vuole andare? In un negoziato riguardante il settore tessile, alcuni imprenditori non hanno esitato a chiamare “traditore” il Partito Liberale Democratico (Jiminto), ma nel Jieitai nessun generale si è suicidato tagliandosi il ventre, per protesta, quando è risultato chiaro che il Trattato di Antiproliferazione Nucleare, che concerne i piani a lunga scadenza della nostra politica nazionale, era in pratica identico al Trattato ineguale del 5-5-3. E della restituzione di Okinawa che ne dite? E della responsabilità della difesa del territorio nazionale? È evidente che l’America non desideri che un esercito giapponese veramente autonomo difenda il territorio del nostro paese. Se il Jieitai non riacquisterà la propria autonomia entro due anni, rimarrà per sempre, come afferma la sinistra, mercenario dell’America. Abbiamo aspettato quattro anni. L’ultimo anno con ansia. Ora non possiamo più aspettare! Non possiamo più aspettare qualcuno che continua a rinnegare se stesso. Tuttavia aspetterò ancora trenta minuti. gli ultimi trenta minuti! Insorgeremo insieme e moriremo insieme per la giusta causa. Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. Non c’è nessuno tra voi che desideri morire per sbattere il proprio corpo contro quella Costituzione che ha evirato il Giappone? Se c’è, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione spinti dall’ardente desiderio che voi, che avete uno spirito puro, possiate tornare ad essere veri uomini, veri samurai!”

Il documento è accorato. Sconvolgente.
Anche quella tremenda morte passa in secondo piano di fronte alla necessità della denuncia: il Giappone ha perso il suo onore.
Cosa ci dice tutto ciò del romanziere e dell’intellettuale?
Temo ci indichi molto.
Rileggendo le parole di Henry Miller o di Marguerite Yourcenar, di Donald Keene sullo scrittore giapponese si comprende qualcosa che per noi, oggi, sembra incomprensibile: la letteratura è la vita. Si deve vivere come si scrive, si deve scrivere come si vive. La bellezza, la morte, la ricerca della felicità, l’eros e il desiderio, il destino, la contemplazione, la perdita e la sconfitta, l’onore e l’azione politica, l’accettazione di sé e dell’alterità, la differenza e l’indifferenza, che attraversano i romanzi di Mishima, sono prima e insieme l’attraversamento della sua esistenza.
La tragedia della morte sancisce la coerenza della vita.
Il rituale del seppuku intossica l’incoerenza di un popolo, di una nazione, di una politica che agisce ormai abdicando ai valori morali della tradizione, guardando avidamente al piacere dell’ottuso e ottundente consumismo pervasivo e compulsivo. Il bellissimo Yuichi di Colori proibiti, o il non meno affascinante e perverso Senkichi di La scuola della carne, ancora l’adorabile pescatore Shinji de La voce delle onde raccontano le loro vite percorrendo un Giappone incerto fra tradizione e innovazione. Yumigawa Reiko è la complessa protagonista di Musica : un romanzo psicanalitico e labirintico sulla difficoltà di comprendere sé stessi, di amare e di amarsi, sull’indeterminato confine fra piacere e dolore. Anonima la voce narrante, in prima persona, delle Confessioni di una maschera: la vita è la scoperta della propria sessualità, differente per ognuno, ma non per la società, che impone riti e modi conformistici. Sempre la grazia e l’attesa, la disperazione e l’onore nelle pagine vergate con pazienza dalla straziante malia della bellezza e dall’insostenibile fulgore del tragico.
La critica, violentemente scagliata da Mishima contro il Giappone del dopo guerra, si fonda sull’ormai ineliminabile dominio degli Stati Uniti e dei paesi vincitori su questo Stato dalle antichissime tradizioni, dalla spiccata identità culturale e morale.
Nello stesso anno nel quale opera il seppuku rituale, Mishima pubblica un personale commento all’Hagakure, apparso in Italia con il titolo La via del samurai (Bompiani, 1983). Tsunetomo Yamamoto è l’autore, nel XVII secolo, dell’ Hagakure. Il codice dei samurai: un trattato di strategia e di etica del Samurai, ove si apprende da dove derivi quella imperturbabile saggezza del guerriero giapponese e quanto sia fondante ogni azione e decisione del guerriero giapponese lo spirito del Bushido. Mishima definisce l’Hagakure come il suo libro dei libri, e afferma: «Ecco un libro che predica la libertà, che insegna la passione. Coloro che ne conoscono solo la frase più famosa, lo ritengono intriso di odioso fanatismo. Questa frase, “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte”, può essere intesa come il paradosso che simboleggia il libro nel suo insieme. Fu questa frase, però, a darmi la forza di vivere» (p. 38). E subito dopo chiarisce: «Questo libro trabocca della libertà ed esuberanza di gente che viveva sotto i rigori di una severa morale pubblica. Questa morale era insita nel tessuto sociale e nel sistema economico dell’epoca. Essa era la premessa alla loro esistenza, e, posta tale premessa, tutto era poi glorificazione della passione e dell’energia. L’energia è il bene, la letargia è il male. Una stupefacente concezione del mondo si dispiega in Hagakure senza la minima sbavatura di cinismo. Il suo effetto è il diametralmente opposto della “nausea di poi” di cui parla La Rochefoucauld, per esempio» (p. 39). Quel che appare assolutamente evidente a chiunque legga con attenzione le lezioni di Mishima è l’amore per i più alti ideali tradizionali: la patria, la vita, il servizio all’imperatore; ma soprattutto splende la meditazione sul fatto che  non è importante quanto a lungo si viva, se la vita è fondata su aspirazioni piccolo borghesi e su una meschina rassegnazione. Soltanto meditando sulla morte si può comprendere l’eroismo di una vita che non teme più nulla, e sa anche offrirsi in sacrificio interamente e completamente per una causa più alta.


Casualmente, era un sabato notte dello scorso anno, non riuscendo a prendere sonno, ho visto, su rai 3, 25/11 Il giorno dell’autodeterminazione – Mishima e i giovani il film di Koji Wakamatsu. Il film presentato a Cannes, senza troppo scalpore, è una cronaca delle ultime ore di vita di Mishima. Girato glacialmente come un documentario, e nonostante ciò in grado di far rabbrividire e fremere e commuovere chiunque abbia letto e amato le opere del romanziere Giapponese.
Per la nostra civiltà il gesto di Mishima si presenta come  l’ inaccettabile che irrompe e prorompe nella calma dell’esistenza più monotona, lo dice bene Alberto Moravia, nella prefazione ai racconti raccolti nella silloge Morte di mezza estate, quando scrive: «La fine atroce e spettacolare di Mishima mi ha molto rattristato, perché l’avevo conosciuto durante un mio viaggio in Giappone e avevo avuto molta simpatia per lui, e così mi dispiace che sia morto e che sia morto per i motivi per cui è morto. Questi motivi sono per me assurdi anche se comprensibili, ma troppa gente, in Europa e altrove, è morta intrepidamente per simili motivi, perciò dobbiamo non giudicarli per quello che sono, fermandoci, come si dice, riverenti di fronte alla morte. Tuttavia non è esatto definire fascista Mishima, come molti hanno fatto. Lo chiamerei semmai un conservatore di tipo decadente, lodatore estetizzante del tempo passato, vagheggiatore raffinato di un’epoca definitivamente conclusa anche se recente». Moravia tenta di spiegare quel che è accaduto attraverso un esempio chiarissimo: «Immaginiamo un momento che in Italia il feudalesimo dell’anno Mille si fosse prolungato fino al 1945. Mishima aveva la nostalgia di un simile feudalesimo che in Giappone effettivamente non è del tutto scomparso che con l’occupazione americana». Ma Moravia non è mai stato uomo d’azione, ma di meditazione.
Forse, per comprendere fino in fondo quel gesto per noi e ancora per molti inaccettabile, un solerte ausilio lo porge Mishima nelle sue lezioni: «Se sia la morte naturale o sia (come vuole lo Hagakure) la morte per mezzo della spada da ritenersi il più adeguato traguardo del cammino di un uomo verso la perfezione, a me non sembra faccia tanta differenza. Il fatto che uno debba essere uomo d’azione non altera, né attenua in alcun modo, la legge del tempo: gli esseri umani sono soggetti al passaggio del tempo». Probabilmente è il passaggio del tempo, o la fine del tempo, che non siamo pronti e capaci di comprendere e di accettare, quando la morte si specchia nella vita.

Angelo Fàvaro

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati
Text selection is disabled by content protection wordpress plugin