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Moravia oggi

a cura di Angelo Favaro

Moravia oggi: pubblichiamo il primo di una serie di articoli apparsi sulla rivista “Mosaico” in un numero speciale dedicato ad Alberto Moravia.

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«Un libro non è un libro bensì un uomo che parla» A.M.

Dall’interno, ormai, di un nuovo secolo che, casualmente e fatalmente, si incastra come in una scatola cinese in un nuovo millennio, fra infinite polemiche letterarie sull’attualità o sulla decadenza e obsolescenza di un autore e della sua Opera Omnia prende le mosse un discorso che ha lo stigma della necessità.

Il 26 settembre 2015 cadeva il venticinquesimo anniversario dalla morte di Alberto Moravia, il più prolifico narratore italiano e intellettuale fra i più acuti e intelligenti nel panorama mondiale, per la vastità degli interessi e per la poliedrica capacità di aggredire, con la sua scrittura limpida e cartesiana, gli argomenti più scomodi e i temi più scottanti. Sempre presente a sé stesso e contemporaneo ai problemi che via via nel corso degli anni di una lunga vita si palesavano alla sua attenzione, fino a essere eletto al Parlamento europeo come deputato, con il peculiare progetto di rendere consapevole il mondo intero del pericolo generato dalle armi atomiche.

Si legge ancora e dove la multiforme Opera di Alberto Moravia? Cosa resiste, oggi, di quel ritratto della borghesia, del popolo, dei paesi che ha visitato e dei popoli che ha giornalisticamente raccontato come inviato e corrispondente, dell’analisi della società italiana in metamorfosi dal conformismo degli anni Venti fino all’omologazione non meno conformista degli anni Novanta? Cosa rimane del suo stile scabro e limpido, del suo continuo ragionare, indagare, curiosare, interrogare?

La forma critica di questi interrogativi si ripropone ad ogni occasione propizia, ma soltanto dislocando il lessico e la sintassi, il pensiero, appare possibile abbracciare la reale portata dei problemi, e diversamente penetrare nel senso. Il discorso, che si vuole intraprendere dalle pagine di questo numero di « Mosaico », va liberato dalle stereotipate posizioni, degenerate in luoghi comuni, di critici ormai privi di slanci appassionati, di ideali, e alla ricerca di stilemi e preziosismi postumi, proni alla diagnostica del più becero mercato culturale (oξύμωρον intollerabile), e capaci di riciclare passate carte. Ipotizzare una rotta critica intentata interpella l’intelligenza e provoca la volontà: si deve fomentare l’urgenza dell’abbandono di tutto quel che rassicura e avviarsi verso una discontinuità per configurare la novità e con pazienza una nitidezza partecipativa, che ammette il dissenso e non cerca il consenso. Solo la discussione sull’Opera mantiene vivo l’autore.

A una critica che si esaurisce e serpentina si svolge su sé stessa si deve sostituire una critica che affonda le proprie radici sull’analisi e sul dialogo, normalizzando le insofferenze e le nevrosi di critici paternalistici. Superiamo le formule e aboliamo le pratiche di lettura rassicuranti. Alberto Moravia è chiaro, non rassicurante!

Gli indifferenti (1929), Agostino (1944), La romana (1947), La disubbidienza (1948), L’amore coniugale (1949), Il conformista (1951), Il disprezzo (1954), La ciociara (1957), La noia (1960), L’attenzione (1965), Io e lui (1971), La vita interiore (1978), 1934 (1982), L’uomo che guarda (1985), Il viaggio a Roma (1988) sono le prove narrative – insieme a numerosi volumi di racconti – nelle quali si dispiega una poetica complessa e che ha ritmato la storia della letteratura italiana del secolo scorso. Due dati tecnici sui quali invito i lettori a riflettere: certa critica sostiene che l’Opera di Moravia non si legga più, non sia più attuale, e tuttavia i dati richiesti alla Casa Editrice Bompiani e ricevuti celermente dimostrano esattamente il contrario: romanzi, racconti, volumi di scritti giornalistici – in particolare i tre testi africani – vengono stampati e pubblicati senza soluzione di continuità, con costante successo di pubblico (non scolastico, perché Moravia nelle scuole italiane ancora non è studiato). In secondo luogo, le traduzioni nelle varie lingue del mondo dimostrano la vitalità inesausta e inesauribile del corpus moraviano: dagli Stati Uniti all’America latina, dalla Finlandia alla Norvegia, in Svezia, e poi in Russia, in Brasile, in Corea, in Egitto, in Giappone, in India, in Israele, in Libano, in Tailandia, in Turchia, in Vietnam si legge e si studia Alberto Moravia, e si impara l’italiano sui suoi testi. Anche la Cina ha intrapreso la traduzione dell’Opera omnia.

A cinque donne è stato proposto l’arduo cimento con questa prospettiva critica e di suggerire un punto di vista peculiare e originale su Moravia oggi: a Gianna Cimino, nipote, figlia di Elena Pincherle Moravia Cimino, e rappresentante dell’Associazione Fondo Alberto Moravia Onluss, a Sandra Petrignani, scrittrice e amica di Alberto Moravia, a Zosi Zografidou, professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Aristotele” di Salonicco, a Marta di Nuccio, regista e appassionata studiosa del romanziere romano, e infine – con un testo già apparso in un importante volume – a Dina d’Isa, scrittrice, romanziera, giornalista de «Il Tempo», esperta di cinema, cara amica scomparsa prematuramente a 57 anni, il 5 ottobre 2015, da giovanissima intellettuale, che aveva lungamente conversato con Alberto Moravia, come un’amica e confidente sincera, e poi, aveva pubblicato una bella intervista, essenziale per gli studiosi dell’intellettuale, Moravia dialoghi confidenziali con Dina d’Isa (Newton Compton,1991), e successivamente aveva dato alle stampe un altro bel volume Moravia e la sua generazione. Caratteri nell’Italia fascista (Aracne, 1994). Ascoltiamole.

«La maniera più razionale per raggiungere un fine è impiegare gli uomini come mezzi» (L’uomo come fine p.108).
«Il lavoro è servitù, […] onori, compensi e incoraggiamenti sono inganni, illusioni e sonniferi, […] la cultura è lusinga per sedurre [l’uomo], fracasso per non farlo pensare, propaganda per convincerlo, e la religione un chiodo di più per tenerlo ben fermo sulla sua croce» (L’uomo come fine p.118).
«Oggi, nel mondo moderno, l’uomo […] viene adoperato come mezzo né più né meno dell’animale, della pianta, del sasso. […] Da quando l’uomo non si pone più come fine l’uomo bensì varie cose disumane come lo Stato, la nazione, il denaro, la società, l’umanità e via dicendo, è commovente e al tempo stesso sconcertante vedere quanto l’uomo si sia avvicinato all’animale e ne subisca gli stessi destini e partecipi delle stesse proprietà. Che differenza c’è tra l’alveare, il formicaio e lo Stato moderno? Così nell’alveare e nel formicaio come nello Stato moderno, formiche, api e uomini sono mezzi all’alveare, al formicaio e allo Stato, e il fine è invece l’alveare, il formicaio e lo Stato.» (L’uomo come fine p.125).

«Il residuo lasciato dall’uomo allorquando viene adoperato come mezzo è dunque il dolore» (L’uomo come fine p.135).

«Il mondo moderno rassomiglia assai ad una di quelle scatole cinesi […] Ossia l’incubo generale del mondo moderno ne contiene degli altri minori, sempre più ristretti, finché si giunge al risultato ultimo che ogni singolo uomo risente se stesso come un incubo» (L’uomo come fine, p.136).

«Ciò che permette all’uomo di ritenersi uomo e non mezzo è il dolore che egli prova nell’essere adoperato come mezzo. Il residuo di dolore che lascia il suo impiego come mezzo. Ora è avvenuto questo: che l’uomo nel mondo moderno è uomo e non mezzo appunto perché soffre; e d’altra parte non riesce a soffrire, ossia a sentirsi uomo, se non accettando e magari cercando di essere mezzo. In altri termini e con un bisticcio, se non fosse mezzo non sarebbe uomo e se non fosse uomo non sarebbe mezzo» (L’uomo come fine, p.236).

Angelo Favaro

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