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La morte di un premio Nobel: Dario Fo contro il potere

a cura di Angelo Favaro

 

Angelo Fàvaro – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

«Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo
per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare,
verificare di persone e non fidarsi di quello che ti dicono.
La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere.
Di ogni potere.»

Dario Fo

 

Lo ricordo così, durante una lezione spettacolo sulle maschere, quelle da lui amate della Commedia dell’arte. In particolare sulla maschera di Arlecchino. Aveva capovolto il concetto pirandelliano: con una maschera sul volto, diceva, celando l’espressività, non si può più mentire, la voce deve fare tutto.

Quando a Dario Fo fu conferito il Nobel per la Letteratura nel 1997, forse non molti lo rammentano, con l’immediatezza del fulmine fu scagliata contro di lui una gragnuola di critiche feroci e violente, ma si sa come vanno le cose: prima si infama e poi l’apoteosi post mortem, perché de mortuis nihil nisi bonum.

È morto un grande artista (regista, attore, pittore, scrittore, polemista), un maestro, un intellettuale controcorrente e perfettamente disorganico al potere, un vero anti-conformista e contro ogni forma di conformismo. Antipatico e delicatissimo. Fustigatore delle ipocrisie connaturate al nostro bel paese e ai suoi nobili mores: voleva «dar voce a chi non l’aveva mai avuta, ai poveri diavoli, alla gente comune», per questo aveva composto e messo in scena Mistero buffo. È morto un uomo che ha voluto risvegliare le coscienze italiane e negli ultimi cinquant’anni, giorno dopo giorno, ha fatto di questa “missione impossibile” una ragione di vita. Recitare e raccontare, dipingere e illustrare, cantare e gorgheggiare, scrivere e esercitare il corpo sulle assi di un palcoscenico per esprimere la sua contrarietà e dissentire.

Aveva compiuto i suoi novant’anni in una Milano in festa e in un’Italia falsamente grata, il 24 marzo, e non ha fatto in tempo a raggiungere il novantunesimo anno, perché stamane nella sua città, alle 8 del mattino (mentre tutti si recavano al lavoro e si affaccendavano ognuno nelle consueta attività) per un’insufficienza respiratoria – lui che di fiato ne aveva emesso tanto in questi novant’anni, spettacolo dopo spettacolo -, è spirato. Toccanti e sincere le parole di Sala (il sindaco di Milano, manager prestato alla politica): «La scomparsa di Dario Fo ci colpisce nel profondo. Perdiamo uno dei più grandi rappresentanti della letteratura, del teatro e della cultura milanese e italiana. Fo è stato uno dei migliori interpreti della storia del nostro tempo. Milano non dimenticherà i suoi insegnamenti».

Questi insegnamenti presero le mosse dalla più bella tradizione della Commedia dell’Arte italiana, con una comicità graffiante e comunicativa: fra satira e farsa i suoi monologhi, i dialoghi che con le tecniche del saltimbanco e un’improvvisazione piena di verve fanno crescere lo spettacolo drammatico. La radio, la televisione, il teatro, le piazze accolgono i suoi testi e i canovacci, fino alle ultime prove su pittori, scrittori, personaggi differenti. Mistero buffo il suo capolavoro dal 1970 misto di italiano e grammelot. Tremendo il suo Morte accidentale di un anarchico.

La sua scomparsa invero ci colpisce duramente, ma al contempo ha richiamato l’attenzione di molti che fino a oggi lo avevano ignorato e ha indotto la nostra cultura ufficiale a considerare il suo posto nella civiltà italiana e europea: il giullare irriverente e sempre ludicamente pronto al gioco ironico ormai salterà altrove, intrattenendo un altro pubblico. Presente e passato si mescolano nelle sue Opere teatrali.

Ricordare un passaggio su La Stampa di Torino mi sembra necessario, in questo momento:

«Indegno il Nobel a Fo”. ROMA. Una valanga di fax all’Accademia Reale di Svezia per protestare contro l’«indegno» Nobel assegnato a Dario Fo: è lo scopo della mobilitazione lanciata da «Studi Cattolici», che più che l’attore, «osceno» e «irriverente» verso la religione, intende colpire l’impegno politico prò Sofri. La rivista diretta da Cesare Cavalieri, membro dell’Opus Dei, esprime «indignazione» per «l’affronto alla letteratura e alla cultura italiana», ma soprattutto per «il personaggio premiato». Secondo Cavalieri, Fo avrebbe alimentato «il clima di odio, nato negli ambienti di Lotta Continua, nei confronti del commissario Calabresi, poi sfociato nel delitto».

Così in prima pagina il 25 novembre 1997. Già sul Corriere della Sera, del venerdì 10 ottobre 1997, invece, Montefoschi definì quel Nobel «un’offesa». A chi? Perché?

Voglio ricordare anche queste rimostranze.

In Italia, il teatro, soprattutto in questi ultimi decenni, è arte ostracizzata, non sostenuta economicamente, confinata all’interesse di un pubblico sempre più sparuto di appassionati che appassiscono (troppi anziani in platea, pochi, pochissimi giovani): Fo ha lottato fino alla fine contro tutto ciò, contro quello che lui chiamava il rigurgito fascista, accogliendo/raccogliendo la gente nelle piazze, nei luoghi più strani e impensati, nei teatri appunto. Le folle di un’epoca ormai lontana seguivano gli spettacoli di Carmelo Bene, di Vittorio Gassmann, di Dario Fo. Con Dario Fo quell’epoca è definitivamente finita. Ognuno si sceglie i propri maestri, reali o virtuali, in anni lontani io seguii un corso di regia svolto da Luca Ronconi: su “Rinascita” il 22 febbraio 1986, lasciando un’intervista disse:

«Un teatro dovrebbe essere come una casa dove a qualcuno piace stare e a qualcuno piace venire. A parte questo che è quasi un gioco di parole non credo si possa dire come dovrebbe essere un teatro se non si pensa prima a che cosa serve, anche se sappiamo che non si può dire a che cosa serve se non si stabilisce prima a chi serve. E difficile, infatti, parlare di servizio pretendendo, con questa parola, di rispondere alla globalità della domanda. Il teatro non è un servizio universale, valido per tutti, ma, semmai, un servizio differenziato. Con questa riflessione torno all’idea che è mia da sempre, che non esiste un solo teatro, ma che ne esistono tanti quanti potenzialmente possono essere i pubblici e che la vitalità del teatro si misura non soltanto sulla qualità degli spettacoli che è irrinunciabile ma anche sulla mobilità dei pubblici, sulla possibilità che esistano diversi modi di fare teatro che, di volta in volta, cercano il loro pubblico. Noi, invece, abbiamo un’idea generale del pubblico, un’idea quantitativa, veramente generica. […] Io amo le sfide. Allo stesso tempo non dico che se avessi in sorte un teatro mio le cose andrebbero sicuramente meglio. Ma penso che se Strehler avesse (come ha) il suo teatro, se Dario Fo avesse il suo, Guazzotti il suo, e così via, si potrebbe sul serio sviluppare un confronto che non c’è. Solo allora faccio un esempio l’eventuale confronto fra Fo e Proietti diventerebbe qualcosa di civile per il pubblico perché sarebbe un confronto fra due modi di fare teatro e non fra due attori. Il vero teatro è continuità. L’importante è che ci siano possibilità per creare altre continuità: il che ovviamente non significa creare degli altri teatri stabili. Significa, invece, ribadire la necessità del confronto: solo così il teatro vive, solo così nasce una vera storia teatrale».

Il vero teatro è continuità e confronto, l’idea dei molti modi di fare teatro è principio portante la vita stessa dell’opera drammatica e del testo spettacolare.

Il manuale minimo dell’attore è una breve e necessaria bibbia, scritta dal giullare sferzante, per chi voglia intraprendere questa nobile professione o per chi sia semplicemente curioso.

A me piace rileggere, oggi, ripensando al suo sorriso e alla sua voce, al suo modo di muoversi e saltare sul palco, con il discorso per il conferimento del Nobel: Contra jogulatores obloquentes,

«Ecco, io sono abituato da tanto tempo a realizzare dei discorsi con le immagini, invece di scriverli li disegno. Questo mi permette di andare a soggetto, di improvvisare, di esercitare la mia fantasia e di costringere voi ad usare la vostra. […] Ma bisogna ammetterlo, diciamo la verità, cari Membri dell’Accademia, stavolta avete esagerato: andiamo, avete cominciato una diecina d’anni fa col premiare un nero … un Nobel di colore. Poi avete dato il Nobel a un ebreo … adesso addirittura a un giullare!! Ma che, – come dicono i napoletani – pazziamme? Anche nel clero alto ci sono stati momenti di pazzia … proprio i grandi elettori del Papa: vescovi, cardinali, prelati dell’Opus Dei sono andati in escandescenze. Tant’è che costoro hanno richiesto che venga ripristinata la legge che permette di bruciare i giullari sul rogo: una cosa delicata, a fuoco lento. Per contrasto devo dirVi che però ci sono state masse straordinarie di persone che hanno gioito con me in modo incredibile per questa Vostra scelta. E io Vi porto il più festoso dei ringraziamenti da parte di una caterva di guitti, di giullari, di clown, di saltimbanchi, di contastorie. […] Qualche giorno fa, un giovane attore di grande talento mi ha detto: “Maestro, tu devi cercare di proiettare la tua energia, il tuo entusiasmo ai giovani. Questa carica che tu hai devi darla a loro. Ai giovani devi dare la conoscenza e la sapienza del tuo mestiere”. Io e Franca (mia moglie) ci siamo guardati e abbiamo detto: “Ha ragione”. Ma quando noi insegneremo un mestiere, daremo una carica effervescente di fantasia, poi a che cosa servirà, dove verrà portata questa fantasia, questa vitalità, questo entusiasmo, questo mestiere?»

https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1997/fo-lecture-i.html

Così, grazie Dario.

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