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Articolo

Quando Alberto Moravia andò da Padre Pio

a cura di Angelo Favaro

Quando Alberto Moravia andò da Padre Pio

In un articolo del 1954, apparso ne «Il Mondo» di Pannunzio, con il titolo Il sorriso di Padre Pio, la narrazione di un viaggio alla scoperta del frate cappuccino, a San Giovanni Rotondo

di Angelo Favaro

Non molti sanno che proprio l’ateo e lo scrittore “senza Dio”, quello la cui opera omnia era stata messa all’indice dei libri proibiti, Alberto Moravia, il romanziere dell’incesto e delle prostitute, che aveva raggiunto la notorietà con due romanzi “maledetti”: Gli indifferenti (1929) e La romana(1947), ecco proprio lui, nel 1954, era andato a vedere e a studiare il caso Padre Pio, oggi si direbbe la vicenda di San Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione.

Disperso fra le pagine del settimanale «Il Mondo» di Mario Pannunzio, si trova un articolo, nel quale Alberto Moravia ripercorre le tappe di un viaggio nel sud Italia, alla volta del monastero di San Giovanni Rotondo. Il documento non meno che tassello per la biografia dello scrittore, offre un utile spaccato storico-antropologico. Ed è un vero “delitto” che i massimi esperti del narratore dei Racconti romani lo abbiano ignorato finora: curiosissimo e sempre all’erta rispetto ai fenomeni sociali e culturali, Moravia si reca, con due amiche americane, delle quali si guarda bene, onde evitare di suscitare l’insuperabile gelosia della moglie, Elsa Morante, fino in Puglia, giungendo al convegno di Padre Pio.

Poco dopo, il 12 gennaio 1954, alle pagine 3 e 4 del «Mondo», nella rubrica Foglietti di viaggio, con il titolo Il sorriso di Padre Pio, finalmente leggiamo la descrizione di questa esperienza unica ed eccezionale. L’articolo è scritto con una chiarezza e una schiettezza senza cedimenti: non si nasconde nulla, non si mistifica, non si esalta, non si indaga se non con il fine di documentare.

Così l’attacco dell’articolo è una fotografia dell’Italia contadina del sud che sta per subire quella che Pasolini avrebbe lamentato e stigmatizzato come la “mutazione antropologica”, operata dalla onnivora società dei consumi:

«Termoli. Strade larghe, disselciate, con nel mezzo spazio per una aiuola, ma senza erbe né alberi, soltanto sassi. Case, casette, casupole bianchicce o biancastre. Qua e là qualche paesano, vestito di nero, titubante e ozioso sul marciapiede. Il cielo pallido entra in queste strade sventrate, tutte in pendenza, che vanno dalle colline al mare. […] Questa è Termoli moderna, costruita nello stile che chiameremo meridionale. Termoli antica sta invece raccolta sopra un promontorio: strade strette tra case annerite e sottopassaggi: un paio di piazze del tutto asimmetriche, piene di sassi e di monelli; e in fondo, il titolo di nobiltà del paese, l’inevitabile duomo col portale romanico.  […] Andiamo al castello che domina la baia con le sue muraglie a sghembo, entriamo per una porticina con l’intenzione di salire sulla torre. Ma come sbuchiamo sopra gli spalti, un uomo ci balza incontro coi gesti e le parole di un sagrestano che difenda un luogo santo dall’intrusione dei miscredenti: zona militare, osservatorio della marina, indietro, indietro.»

Lo ritroviamo poi, in una sequenza successiva, in un ristorante, frequentato da uomini, il viaggiatore osserva divertito: sarebbe sufficiente questo particolare a consentire una carrellata neorealista in bianco e nero di un Sud facilmente riconoscibile, per alcuni tratti antropologici:

«Ai tavolini, in quella sordida penombra, seggono soltanto uomini, forse mercanti e viaggiatori di commercio, che si voltano vedendomi entrare con due donne, come se entrassi con due liocorni.»

Procede il viaggio:

«Attacchiamo il Gargano dopo San Severo. La strada si fa montanina, tutto va in su, muli, uomini, case, rocce, tutto ascende verso il cielo che si arrossa delle luci del tramonto. Poi la luce si abbassa rapidamente, i boschi diventano prima azzurri, poi grigi, poi bruni, scompaiono finalmente nei fumi della notte. Ecco, ad una svolta scritto su un vecchio muro, a grossi caratteri nei come il carbone: San Giovanni Rotondo.»

Qui, Non può non osservare l’intellettuale romano, tutti dipende dal sessantasettenne Padre Pio da Pietrelcina, tanto noto e celebrato, quanto avversato e ostacolato dalla Chiesa.  Venerato, per le sue penitenze e per le estasi, per le apparizioni, per le febbri a 52° e, fin dal 1918 per la trasverberazione e le stimmate: l’interesse, ma più le maldicenze intorno al frate cappuccino provocano le gerarchie ecclesiastiche, in particolare il Sant’Uffizio, che revoca la facoltà del ministero sacerdotale, dal 1930 al 1933.  Del frate l’intendimento di fondare, nei pressi del monastero, un ospedale, la Casa sollievo della Sofferenza: Moravia si reca a San Giovanni Rotondo un anno prima che inizi la costruzione della nuova chiesa, conclusa e consacrata nel 1959, e dal 1947 è avviata anche la costruzione dell’ospedale. Evidente che il paesino pugliese subisca una vera metamorfosi e stia divenendo, grazie al fenomeno religioso e delle guarigioni, grazie alla fede, un luogo completamente nuovo e differente dal resto del Sud. L’albergo dimostra questo strano rinnovamento:

«L’albergo, infatti, è nuovissimo, in stile Novecento, ma con quell’aria nuda, astinente, melensa e speculativa propria degli alberghi che si trovano in prossimità di santuari e luoghi di pellegrinaggi. Il Novecento di quest’albergo scavalca i secoli, è parente stretto della nudità delle locande per pellegrini medievali. Vasti saloni vuoti e disadorni, legni chiari e resinosi di economico abete, scale sonore, non un ornamento, non un tappeto, nulla che non sia razionale; e questa razionalità, poi, richiama invincibilmente alla mente, con strana contraddizione, l’irrazionalità estrema del motivo per cui l’albergo è stato edificato.»

Il Moravia più moraviano, tuttavia, lo individuiamo nell’analisi e descrizione di uomini e donne, che sembrerebbero personaggi estratti dai suoi racconti e trasferiti in questo “pezzo giornalistico”, se non fossero ritratti dal vero:

«I portieri parlano del resto di Padre Pio con una freddezza e una disinvoltura tutta turistica: “Celebra la messa alle cinque del mattino, quindi confessa gli uomini e poi le donne. La comunione è alle dieci. Nel pomeriggio confessa i soli uomini”. Andiamo a mangiare nella sala da pranzo […]; ai tavoli seggono, in gruppi familiari, i pellegrini di Padre Pio: donne enormi, un po’ truci, in capelli, vestite di nero; uomini seri, cupi, con abiti rozzi ma solidi; ragazze pallide, sparute, anch’esse vestite di nero. Questi fedeli parlano poco o nulla e hanno un’aria risoluta, indaffarata e un po’ misteriosa come se fossero venuti a San Giovanni Rotondo non per vedere Padre Pio, bensì per concludere qualche compravendita che esiga discrezione e serietà commerciale.»

I pellegrini giunti fin qui per incontrare Padre Pio sono personaggi inquietanti, quasi cinematografici, spettrali o “truci”, che non hanno l’aria di essere coinvolti in un’esperienza religiosa o pronti all’incontro con il sacro. Moravia e le sue amiche, mescolandosi ai pellegrini, vanno ad acquistare rosari da far benedire e donare:

«Ogni tanto bancarelle e baracchette che vendono alimentari: i venditori hanno l’aria assai allegra e perfino canzonatoria, segno che i pellegrini affluiscono e gli affari vanno bene. Entriamo in un negozio di oggetti di devozione, per rifornirci prima della visita a Padre Pio. Oltre ai soliti rosarii, alle solite medaglie e santini, il negozio vende quasi esclusivamente ricordi del padre. Ci sono numerose cartoline con la sua fotografia, tutte notevoli e degne di essere descritte una per una. In alcune Padre Pio è fotografato in atto di servir la Messa o di compiere altri gesti rituali; in altre è sorpreso mentre sorride o addirittura ride. Ce n’è una nella quale Pare Pio, col cappuccio in testa, si affaccia appena da dietro un muro con un’espressione assai singolare. Così a prima vista, la mente corre subito alle rare immagini che ci sono state conservate del monaco Rasputin.»

L’ idea del paragone con Rasputin dipende soltanto dalla somiglianza somatica, ma più ancora da una «vitalità sconcertante che si legge nel sorriso o negli occhi oltremodo penetranti e svegli». Finalmente ecco l’entrata in chiesa:

«La chiesa è gremita soprattutto di donne che si stringono ansiosamente intorno l’altare. […] È quasi al buio e Padre Pio sta ritto controluce presso una finestra, indossando i paramenti. Non vedo la faccia ma soltanto il profilo della sua persona, grande, robusta e un po’ corpulenta. […] Mi faccio avanti al suo passaggio e porgo la mano con i due rosarii. Quasi senza fermarsi Padre Pio ci fa sopra un rapido segno della Croce e quindi entra nella chiesa accolto da un sollecito e diffuso mormorio.»

Neoealisticamente e senza alcuna finzione«Padre Pio appare quello che è nella realtà: un uomo di stirpe contadine che è diventato quello che è con le sole sue forze [corsivo nel testo].»Grazia e un ritmo della cerimonia piacciono a Moravia; al contrario dei guanti dalle dita tagliate: una “stranezza” ripugnante, o “non attraente”.

Nell’analisi di Moravia si coglie una ricerca di senso e soprattutto la coscienza intima di una fascinazione, pur se inconfessata, che confligge con la logica, con la razionalità, con la fame di realtà: non sa o non vuole abbandonarsi a coltivare nemmeno il dubbio, in un oscuro impulso al cedimento, che viene immediatamente ricondotto allo scetticismo e all’interpretazione critica e disincantata dei fatti. Si cerca una giustificazione a tutto ciò:

«Questa è senza dubbio religione, almeno come la s’intende in questa parte d’Italia e in genere nel Mediterraneo; d’altra parte questa religione sembra essere uscita dalla storia, senza più alcun rapporto con la cultura e la civiltà, ed essersi ancorata nell’immobilità e mancanza di significati umani che è propria alla natura.»

La fede si esplica in una religione, secondo Moravia, immobilizzata e fuori dalla storia, dalla cultura, dalla civiltà, ma naturale o propria della natura, dunque non più completamente o pienamente umana, secondo l’inconciliabile opposizione polare romantica fra natura e cultura. L’illuminista razionale Moravia deve fare i conti con l’irrazionale della fede. Padre Pio morirà nel 1968, Moravia non ne parlerà più, non rievocherà questo viaggio, né l’esperienza di quella messa, nonostante la fama del frate cappuccino fosse ormai divenuta planetaria, cresciuta anno dopo anno, fino alla proclamazione della santità nel 2002.

Leggi l’articolo Grandangolo su Moravia a cura di Angelo Fàvaro

1951 Alberto Moravia - Le Stigmate Di Padre Pio - 2 Foto Ristampa

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