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Articolo

Roland Barthes Frammenti

a cura di Angelo Favaro

I frammenti di un discorso amoroso, per frammenti d’amore

Angelo Fàvaro

Il primo anno di università, per il corso di Letterature Comparate, il prof. A. Gnisci, nel programma senza fine e letteralmente infinito su La Letteratura e l’Amore, fra i numerosi testi, secondo la precisa indicazione di letture “da fare da rifare e fare per la prima o per l’ennesima volta”, aveva inserito i Frammenti di un discorso amoroso di R. Barthes. Ricordo distintamente lo scandalo fra i colleghi studenti e soprattutto la disapprovazione dei docenti che occupavano il terzo piano della facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza” di Roma.

Acquistai il volume. Lo lessi. Non capii cosa potesse o dovesse destare scandalo. Ma si era solo all’inizio: il giorno dell’esame nugoli di studenti e di studentesse si aggiravano per il dipartimento rimasticando parole, cercando di mettere insieme qualche concetto sensato, tentando di trovare un modo per “raccontare” e “descrivere” un volume inenarrabile e indescrivibile. Una ragazza mi si avvicinò tremante e mi chiese: «Ma se ti interroga sul libro di Barthes, tu che gli dici?» Sorridendo, risposi semplicemente che avrei indicato in qual modo era stato concepito dall’autore e soprattutto che avrei evidenziato la scelta di costruire un lessico amoroso. Rimase interdetta e ribattendo, replicò: «Che è un lessico amoroso?» Fui invitato ad entrare mentre stavo per risponderle, e non mi venne chiesto alcunché dal prof. Gnisci su Frammenti di un discorso amoroso. Accade sempre così non si viene interrogati su ciò su cui si crede di essere più preparati e sicuri. Invero, io ero convinto di essere molto preparato su quel volume, per una semplice ragione: perché a vent’anni avevo amato follemente e completamente, avevo sofferto lungamente per amore, avevo offerto tutto me stesso al dio saettante.

In fondo, non credo e non credevo allora che dell’amore si dovesse parlare, ma che si dovesse viverlo intensamente e pervasivamente quel sentimento assurdo.

Avevo sottolineato quasi fosse un’avvertenza nella mezza paginetta introduttiva al volume che «il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine […]. Trascinato … nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Quest’affermazione è in definitiva l’argomento del libro che qui ha inizio».

Per me era ed è tutto chiaro. L’amore, e il proliferare di discorsi intorno al suo essere-non essere-svanire-tornare-perdersi, non riesce ad occupare le sedi del potere, non può entrare nei dibattiti accademici, non è ammesso che parzialmente nelle sedute degli psicologi o degli psicanalisti, è relegato a tema-problema individuale o banalizzato nelle trasmissioni tv. Forse alla Letteratura è concesso occuparsene più seriamente e più sinceramente, ma la Letteratura non è considerata, oggi, attività seria e sincera, quanto invece passatempo, lusus, relax.

Cosa cercava di dire Roland Barthes quando esortava e desiderava far del discorso amoroso lo spazio di un’affermazione? Probabilmente avrebbe voluto semplicemente che non si considerassero l’amore, l’innamorato e l’amante come oggetti di uno studio sintomatologico, ma offrire ai lettori una serie di modi e luoghi e forme e manifestazioni dei quali ognuno si può impossessare, confrontandoli con i suoi modi, con i suoi luoghi e forme e manifestazioni d’amore.

Ironicamente l’autore crede che il libro si debba esaminare come un volume cooperativo e non finito: perché vi partecipano ognuno per il proprio ruolo l’autore, gli exempla e i lettori – gli innamorati.

Così, come in un vocabolario della lingua amorosa, una serie alfabetica di condizioni e stati d’amore viene snocciolata nel corso del volume: da abbraccio a adorabile, da alterazione a annullamento, da assenza a atopos, da catastrofe a contingenze, da demoni a dichiarazione, da esilio a identificazione, da lettera a oggetti, da piangere a rapimento, da scrivere a suicidio, da tenerezza a verità (e sono solo alcune parole del lessico amoroso) vengono analizzati e messi alla prova di exempla letterari, musicali, individuali dell’autore. Il lemma da me preferito è “adorabile”.

È una lettura che si può fare in modo incostante, un volume da tenere a portata di mano e confrontare giorno dopo giorno con la propria esperienza, certamente non è un testo da consultare cominciando a pagina 1 e concludendo a pagina 215. Il frammento o più esattamente la frammentarietà con cui il volume procede è intrinseca agli stati d’amore, non è un metodo, ma una condizione essenziale del sentimento ed esistenziale di chi prova il sentimento o di chi ne è oggetto. Quello che potrebbe apparire un delirio e un delirare d’amore, prende significato dal confronto con l’esperienza (reale e non virtuale o immaginaria o desiderata) dei lettori in un dis-corso che non si riesce a chiudere.

Spiega Barthes: «Non riuscendo a precisare la specialità del suo desiderio per l’essere amato, il soggetto amoroso non trova di meglio che questa parola un po’ stupida: adorabile». Ho provato a pronunciare anche io una volta questo aggettivo, dicendo semplicemente “sei adorabile”. L’effetto è stato disastroso: «Adorabile lo dice a un cagnolino, a un gattino … non a me!!!» Cosa era accaduto? La mia esperienza di adorabile non corrispondeva alla sua esperienza. Non ci saremmo mai potuti comprendere.

Solo un innamorato può capire questo libro. Solo chi è stato innamorato può riconoscer-si. I frammenti costituiscono, dunque, un’escursione nella lingua per dire l’amore, e per ridirlo comunque nello stesso modo, eppure sempre nuovamente. Il discorso amoroso si fonda sull’interlocuzione e sulla corrispondenza, su quel riconoscimento dell’altro in sé e di sé nell’altro.

(Matisse – Bonheur de vivre)

(Nella cover: Bernini – Apollo e Dafne)

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