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Sulla traduzione di alcuni frammenti di Anacreonte e sulla melica greca antica

a cura di Angelo Favaro

Sulla traduzione di alcuni frammenti di Anacreonte e sulla melica greca antica

di Angelo Favaro

A Luigi B. e Giuseppe B.

 

Si può morire per un chicco d’uva andato di traverso, quando per tutta la vita si sono cantati i piaceri del banchetto e del vino?

Quando nel 1958 Bruno Gentili pubblicava l’edizione critica commentata e annotata delle liriche di Anacreonte, finalmente un poeta fra i più vivaci e raffinati della melica greca antica tornava a diffondere i suoi nitidi, giocosi e intensi versi, in una forma e in un volume di notevole spessore filologico e letterario. Poesia pura di un poeta che affida al verso il significato di un’esistenza votata all’Eros e alla giovinezza, al simposio e al godimento. E non si potrebbero comprendere i suoi componimenti in un ambito differente.

Come sostiene Domenico Musti: «Nell’ottica del simposio, come lo vive e lo canta Anacreonte, le battaglie, le lotte e i pugilati «buoni» sono quelli d’amore, non le vere battaglie; la sua è un’esaltazione prepotentemente unilaterale dell’evasione e del tempo libero, di tutto ciò che è contro la guerra, la politica, la storia, l’impegno» (in Il simposio nel suo sviluppo storico, Laterza). Quel che dà significato all’esistenza è racchiuso nel piacere e nel gioco d’un’adolescenza senza fine. Perché tutta intima e psicologicamente duratura oltre l’età.

 Ἀνακρέων nacque a Teo (ndr: nella foto, l’antico teatro), una cittadina dell’Asia Minore, nel 570 circa e sappiamo che morì nel 485 a.C.: visse in luoghi differenti. Da Abdera passò a Samo, frequentò la corte di Policrate, poi giunse ad Atene, ma dopo l’uccisione di Ipparco, si recò in Tessaglia, dove morì, come si tramanda ucciso da un chicco d’uva, a ottantacinque anni. Egli scrisse numerosi versi, i grammatici antichi le raccolsero in cinque libri, di cui a noi oggi rimangono solo pochi frammenti.

Quel che noi possiamo ancora cogliere dalla delicata produzione di Anacreonte è una riflessione sulla vita e sull’amore, talvolta venata di una mestizia appena pudicamente mostrata, e ancora lo ammiriamo nell’arte dell’invettiva. I suoi versi sono: il gliconeo variamente combinato col ferecrateo, si serve spesso di versi coriambici o ionici a minore. È un poeta ionico.

È possibile immaginare il poeta da una pittura vascolare su un cratere, esattamente il cratere del pittore di Kleophrades: e lì lo notiamo nella sua grazia e eleganza. Certamente lo stile di Anacreonte dovette esaltare le classi colte e più elevate di Atene: dove c’è Dioniso c’è simposio, e dove c’è simposio c’è poesia, arte, filosofia. E non si dà conversazione o gara poetica senza porre al centro Eros-Amore. L’amore configura la magia dell’esistenza, ma anche il più aspro dei turbamenti. Ogni estasi e ogni abbandono al potere di Amore si trasforma in dolore e frustrazione. Anacreonte è capace di dosare sapientemente i motivi della passione e dell’abbandono: ogni momento della vita è segnato dalla presenza di un incantesimo, che può trasformarsi in un misterioso tormento. La misura è un principioideale nel simposio ionico, insistentemente vivo nei versi del poeta di Teo.

Ricorda il Filicaia: «Il primo che parlasse di queste due Veneri e di questi due Amori fu Platone nel Simposio.Anacreonte parla solo dell’ Amor terrestre, e lo seguirono quasi tutti i poeti latini, greci, italiani e francesi». E quel che più attrasse i poeti e i letterati europei fu proprio la misura e la cultura di questo cantore dell’amore e del vino. Ebbe numerosi imitatori.

Anacreonte, come Alceo e Saffo, è un poeta melico o lirico monodico: vuol semplicemente dire che cantava da saolo con l’accompagnamento di uno strumento musicale. La poesia melica olirica monodica deriva da melos, che vuole dire canto, e monodica deriva da monos, solo, e ode, canto: dunque è una sorta di canto da solo, come potremmo immaginare un cantautore accompagnato da uno strumento.

Ecco allora alcuni versi, tradotti originalmente dal sottoscritto, per presentare o rimembrare un poeta antico. Che sia una lettura nella meraviglia dell’antico – semplicemente complesso – e un’esperienza con un classico, che è sempre una fiaccola ardente oltre il tempo.

Fr. 1 Gentili

T’imploro, trucidatrice di cervi,
bionda figlia del Dio, della ferocia
di belve Signora, o Artemide,
ora fra gorghi del Leteo
di uomini dall’intrepido cuore
osservi la città
benevola: perchè non incivili
cittadini custodisci.

Fr. 5 Gentili

Di Cleobulo io sono preso d’eros
Per Cleobulo impazzisco
Cleobulo contemplo come un dio.

Fr. 13 Gentili

Con una palla rossa di nuovo
Colpendomi il chiomadoro Eros
Dai sandali adorni, insieme a una ninfetta
Mi chiama a far giochini.
Ah ma lei viene dalla progredita
Lesbo, le mie bianche chiome
Disprezza, s’imbambola invece
A guardarne un’altra.

Fr. 15 Gentili

Ehi ragazzino che lanci occhiate
Da ninfetta,
ah quanto ti desidero,
e nemmeno mi ascolti
non accorgendoti che della mia
vita sei tu il pilota.

Fr. 25 Gentili

Con che pensante maglio Eros di nuovo mi ha colpito
Rozzo fabbro,
poi in gelido ruscello mi ha scagliato.

Fr. 28 Gentili

Delicatamente come un cerbiatto in fiore
Che poppa ancora il latte,
nel folto della selva
abbandonato dalla madre trema di paura.

Fr. 29 Gentili

Ah potessi io morire: non altrimenti infatti
Potrei mai essere sciolto da questi tormenti

Fr. 33 Gentili

Dai dai, portami ragazzo
Un cratere, affinché d’un fiato
Beva, dieci parti
d’acqua, cinque di vino
mesci, che possa godere di Bacco
ancora ma senza eccessi

Dai dai, basta bere
Con schiamazzi e strepiti
Come fanno gli Sciti
Godiamo del vino
Nell’armonia dei canti.

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A questo link potrete trovare il testo greco dei frammenti

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