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Vitaliano Trevisan

a cura di Redazione i-LIBRI

Vitaliano Trevisan

Vitaliano Trevisan è stato ritrovato senza vita venerdì 7 gennaio 2022 nella sua abitazione sulle colline del Vicentino, a Campodalbero, frazione di Crespadoro. Un borgo tra i boschi nel quale abitavano solo lo scrittore e una coppia di anziani. «Siamo rimasti solo noi — dice il vicino — mi dispiace. Si era trasferito quassù sei anni fa ed era gentile, non si è mai vantato di essere famoso». Sul cancello due ragazzi hanno posato un mazzolino di fiori bianchi per rendergli omaggio: «I suoi libri mi hanno insegnato tanto — dice uno di loro — le parole uscivano come musica».

L’ipotesi più probabile è che Trevisan abbia ingoiato farmaci: «Il mio è un gesto volontario» ha scritto nel biglietto rinvenuto, «sono stanco, non ne posso più», quindi «nessuno deve sentirsi responsabile perché nessuno avrebbe potuto fare nulla». Chiede di essere cremato. Altri dettagli potrebbero essere contenuti nel taccuino degli appunti, acquisito dalle autorità. «Pare che tre giorni prima che venisse ritrovato morto, lo abbiano visto a Cavazzale, il paese dove è cresciuto», prosegue suo nipote. «Mi piace pensare fosse andato per un addio, magari a trovare i genitori al cimitero e abbia salutato i luoghi della giovinezza».

Gli ultimi mesi erano stati difficili. «A ottobre, il ricovero in una struttura psichiatrica. Ma quando era uscito sembrava stare meglio», racconta un’amica. «Aveva molti progetti. Ma era anche fragile e arrabbiato». Era molto solo: «Alternava momenti di serenità ad altri di depressione e a sfoghi che lo spingevano a rompere i rapporti con le persone che gli volevano bene»,  aggiunge un amico. «Era generoso e sapeva essere molto dolce, ma non era facile stargli accanto».

Il sindaco di Crespadoro, Elisa Ferrari, lo ricorda al bar del paese: «Spesso rimaneva lì per ore, a scrivere al computer».  I suoi computer potrebbero custodire le ultime opere. «L’ho incontrato all’inizio di dicembre — conclude Ferrari — era inquieto. Mi disse: “Io non farei mai male a nessuno, se non a me stesso”».
Dean, l’amato cagnolino di Trevisan — che da un paio di giorni si vedeva vagare da solo per il borgo — sarà affidato all’ex compagna.

Aveva disseminato di addii le sue pagine, attraverso le voci narranti, come Thomas nel romanzo intitolato I quindicimila passi. Un resoconto (Einaudi Stile libero, 2002): «Me ne vado, lascio per sempre alle mie spalle tutto questo schifo cattolico democratico artigiano industriale. Lascio per sempre questo disgustoso buco di provincia, pieno solo di persone ottuse pericolose e pericolosamente malvagie».

Nel Nord Est industriale sono situate le opere di Vitaliano Trevisan, scrittore, drammaturgo e attore. Il vicesindaco di Vicenza ha scritto in un post Facebook: «È morto quello che penso il più grande romanziere italiano del nostro tempo. Gli sono stato anche amico, tanti anni fa, e ci eravamo ritrovati di recente».

Trevisan, nato a Sandrigo nel vicentino nel 1960, aveva appena compiuto, il 12 dicembre, 61 anni e a ottobre era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria nell’Ospedale di Montecchio Maggiore, sempre nel Vicentino. Entrato a seguito di un Apo (accertamento psichiatrico obbligatorio), l’autore aveva raccontato la sua condizione di «prigioniero» sui social, spiegando in seguito il perché del suo gesto al «Corriere della Sera»: «I cosiddetti social servono appunto a comunicare. Avevo bisogno di aiuto».

Trevisan, in mezzo a tanti lavori disparati, aveva esordito a fine anni Novanta per Theoria con i racconti Un mondo meraviglioso (1997) e Trio senza pianoforte/oscillazioni (1998). Il successivo I quindicimila passi. Un resoconto vinse il Premio Lo Straniero e il Campiello Francia: l’io narrante  Thomas  ha perso un fratello all’improvviso e  per tenere in ordine il mondo e sé stesso conta i passi.

Trevisan si è dedicato anche al cinema, come attore e co-sceneggiatore di Primo amore (2004) di Matteo Garrone.

Nella sua scrittura vi sono temi e figure ricorrenti: la musica jazz, gli autoritratti di Francis Bacon, il corpo di Buster Keaton. Negli anni 2000 ha pubblicato i racconti di Un mondo meraviglioso. Uno standard (Einaudi Stile libero, 2003), Shorts (Einaudi Stile libero, 2004), vincitore del Premio Chiara, e ha iniziato l’attività  di drammaturgo: nel 2004 con l’adattamento teatrale di Giulietta di Federico Fellini, nel 2005 con Il lavoro rende liberi messo in scena da Toni Servillo, fino alla pièce Una notte in Tunisia (Einaudi 2010) ispirata a Bettino Craxi.

Dal 2010 Trevisan svoltò verso l’autobiografismo: con Tristissimi giardini (Laterza) e anche con la sua ultima opera Works (Einaudi Sile libero, 2016) in cui ripercorre i propri mestieri prima di diventare scrittore, dal lattoniere alle esperienze come spacciatore di acidi, al portiere di notte, giocando fin dal titolo sull’ambiguità del termine inglese che significa sia «lavori» che «opere».

Da ultimo aveva consegnato la sua opera a Einaudi Stile Libero: l’inedito si intitola Black Tulips

Ed ecco una rassegna delle opere di narrativa di Vitaliano Trevisan:

Trio senza pianoforte (1998)

I quindicimila passi. Un resoconto (2002) – Thomas conta i passi. Da casa alla questura, millecinquantatre passi. Da casa al tabaccaio, settecentonovantuno, da casa allo studio del notaio Strazzabosco a Vicenza, quindicimila passi. Conta con una precisione metodica, senza mai lasciarsi distrarre, perché il vuoto che si porta dentro va riempito di incombenze continue, contare camminare calcolare. Gesti esatti, netti, in un tentativo ossessivo di guarigione dal tema che lo incalza della solitudine e della morte. Intorno, la follia di una strada che ai suoi occhi «è sempre una sola», cinta da quello che a lui pare assurdamente un bosco e che invece non è niente, solo veleno e discarica e cancrena urbanistica di una provincia veneta ridotta a una scheletrica waste land industriale. Alle sue spalle, Thomas non si lascia indietro anima viva, scomparsa ormai la sorella, scomparso il suo assassino già lontano, partito per chissà dove, «evaso» dalla sua casa, da un delirio amoroso ossessionante, dai genitori da sempre assenti, da un fratello che gli è apparso fin da subito straniero perché troppo lucido, troppo responsabile. Ma niente è come sembra: lungo la strada il protagonista avverte i segni di una tara psichica che lo assedia e lo confonde, le schegge di un orrore che lo investe in pieno. E sente la sua realtà cedere mentre i passi lo conducono diritto nel cuore della verità piú atroce.

Un mondo meraviglioso. Uno standard (2003) – Con questo libro Trevisan, uno dei talenti piú originali della nostra narrativa, si rivela spigoloso auscultatore dei sintomi di una società malata, anatomopatologo che racconta, in un pietoso referto, le cause di quella insopportabile euforia suicida che inquina i nostri rapporti sociali ed esistenziali. Scritto come un’improvvisazione jazzistica, il romanzo è la trascrizione letteraria dell’incessante ruminare di pensieri, ricordi, immagini che si presentano nella mente del protagonista, un giovane disoccupato in perenne rivolta contro se stesso, gli amici, il padre, i suoi concittadini. Nel vorticante monologo di Thomas appaiono squarci di una provincia italiana descritta come il corpo putrescente di un cadavere, si aprono ricordi d’infanzia dove un padre impettito regala al figlio un’insopportabile filosofia di vita che tende a normalizzare la sua follia solitaria, reintegrandola nella piú conformistica follia sociale condivisa dagli altri. Thomas è invece l’antieroe moderno che non ci sta, ma che non ha altre armi per esprimere il suo rifiuto oltre la nevrosi e la scrittura. *** «Trevisan è uno scrittore assolutamente originale e inventivo. Mettendosi nel solco di una grande tradizione (quella di Bernhard e Beckett) in pratica ne dimostra l’inevitabilità, il potenziale ancora disponibile». Emanuele Trevi

Il ponte. Un crollo (2008) – Un uomo ha lasciato per sempre la sua famiglia e l’italia. A distanza di anni, la notizia della morte del suo fratello di sangue lo induce a tornare. Nel corso del viaggio mentale, che precede quello fisico, il protagonista, costretto a vagare a ritroso tra le macerie della sua vita, finirà per imbattersi in una verità pericolosa. Raccontando la storia di Thomas, un uomo deciso a fare i conti definitivamente con il passato e col peso della colpa, Trevisan crea un personaggio che nella sua ambigua nostalgia delle radici distrutte dà voce al senso di spaesamento di tutti noi.

Grotteschi e arabeschi (2009) – «Prima di tutto Poe, in particolare i racconti. Calarsi in quell’oscurità, no: nessuna oscurità, ma luce ed è una luce leggera, bianca, fredda. Una luce del Nord, che non dà requie. E quando gli occhi si chiudono, è solo per guardarsi dentro. Tutta l’oscurità è lí, e con essa una nota grave, che non ci abbandona mai». Vitaliano Trevisan *** Dall’incontro fra Vitaliano Trevisan, vincitore del Campiello Francia, e l’universo di Poe nasce uno sguardo limpidamente classico e insieme feroce, capace di narrare l’autentico orrore. Che si tratti di una famiglia oscena e di una madre moribonda che sa nascondere segreti – il piú atroce dei quali solo al lettore sarà svelato – o di un uomo che vuol raschiare via dalla casa ogni traccia della donna che l’abitava, o del piú spietato ritratto di artista italiano contemporaneo che possiate immaginare. In questo libro la lingua dello scrittore vicentino raggiunge un equilibrio e una originalità nuovi proprio mentre l’autore fa un salto all’indietro di due secoli e dichiara di ispirarsi al maestro del racconto: Edgar Allan Poe. *** «È terribile, dissi, non poter dimenticare niente. Allora, visto che non possiamo dimenticare, cerchiamo nella nostra memoria un colpevole».

Works (2016) – Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz, che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione, in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia, che è sempre «una storia di soldi». «Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai». La condanna tutta umana al lavoro inizia per Vitaliano Trevisan a quindici anni, quando una sera a cena chiede al padre una bicicletta nuova, da maschio, perché girare con quella della sorella maggiore significa essere preso in giro dai compagni. Per tutta risposta, il padre lo porta nell’officina di un amico che stampa lamiere per abbeveratoi da uccelli: «Cosí capisci da dove viene», gli dice, alludendo al denaro. Inizia per l’autore una «carriera» che è un succedersi di false partenze: dal manovale al costruttore di barche a vela, dal cameriere al geometra, dal disoccupato al gelataio in Germania, dal magazziniere al portiere di notte, fino allo spaccio di droga e al furto, «un commercio che obbedisce alle stesse fottute regole di mercato».

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