Il ventiseienne Garnet Montrose (“Mi chiamo Garnet Montrose. È un nome che sconcerta la gente… ero un gran ballerino… il nome non lega con il cognome… è un nome da donna mentre il cognome suona troppo storico”) vive Come in una tomba, nel romanzo omonimo di James Purdy...

Come in una tomba

Purdy James

Bernie Gladhart è un mite venditore d’auto di Chicago che nel tempo libero si diletta, con scarso successo, a fare lo scrittore. Un giorno la moglie, impressionata dalla storia di Cabot Wright – giovane finanziere di Wall Street, autore di circa trecento violenze carnali – lo spinge a recarsi a new york per cercarlo e, basandosi sulla sua vicenda, a scrivere finalmente il Grande romanzo Americano. L’industria culturale, che nella vicenda intravede il soggetto ideale per un bestseller, punta immediatamente gli occhi su Cabot e il libro di Bernie. Inizia così una caccia all’uomo tra i grattacieli di new york – con Bernie accompagnato dalla zelante zoe Bickle, affiancatagli dall’editore – in cerca del «personaggio Cabot»; ma questi, una volta rintracciato, non ricorda più nulla: il «suo» romanzo resterà incompiuto, ma vedere la sua storia scritta lo spingerà a cercare la propria verità, che non ha nulla a che vedere con quella che vorrebbero attribuirgli, per motivi diversi, l’editore e il mondo che lo circonda. Un libro divertente e grottesco. Una descrizione precisa dei meccanismi perversi dell’industria culturale e un’esplorazione inedita dell’ambiguo gioco tra realtà e finzione.

Cabot Wright ci riprova

Purdy James

James Purdy e la sua scrittura rimangono un rebus oggi come ieri. Amato da autori che non potrebbero essere più diversi - tra gli altri Jonathan Franzen, Gore Vidal e David Means che firma l'introduzione a questo libro -, non ha mai incontrato il favore del grande pubblico né lo ha mai ricercato. Forse proprio perché non l'abbiamo capito meriterebbe ancora un'altra chance per confonderci e sviarci, per mostrarci come la letteratura possa ancora essere un oggetto misterioso che prescinde da regole di scrittura fissate come fossero le tavole del tempio. La prosa di Purdy potrebbe suonare anacronistica, con le sue didascalie, il suo marchiano "tell don't show", questi personaggi che fulminano a bruciapelo gli interlocutori con domande sul senso delle cose, stridenti nella loro chiarezza e crudeli nel loro essere stralunate. I neon di un cinema notturno piuttosto equivoco squillano "uomini uomini uomini", e nella sala buia qualche marchettaro è intento a conoscere col tatto corpi e fremiti propri e altrui. Così come gli Holden efebici che perlustrano gli anfratti più bui di un parco sordido varcano quel territorio di confine che è l'omosessualità, allo stesso modo la lingua di Purdy sta e si misura fra ciò che dice e ciò che esclude dall'esser detto, ciò che rimane fuori ma soprattutto sotto l'abito di parole confezionato da questo formalissimo sarto letterario. Sotto una spessa patina di urbanità e manierismi, pulsa una voragine di desiderio e gli interpreti azzimati e ossequiosi di queste turpitudini mai esibite, ma solo ruminate e vissute, hanno un'onomastica e una "quirkin"...

Non chiamarmi col mio nome

Purdy James

Siamo nel VI secolo d.C.: Artú è morto da qualche tempo ormai e la terra della futura Inghilterra, dilaniata per decenni dalla guerra intestina fra britanni, romanizzati e cristianizzati, e sassoni, indigeni e pagani, gode ora di relativa pace. Ma uno strano fenomeno interessa entrambe le popolazioni: una nebbia diffusa sovrasta le genti e causa una labilità della memoria di breve e anche di lungo periodo, che impedisce loro di capire le ragioni del presente. Beatrice e Axl, ormai in tarda età, partono alla ricerca del figlio che ricordano vagamente di aver avuto. Per la strada si uniscono a loro un ragazzino morso da un demone, Edwin, un guerriero senza paura, Wistan, e un cavaliere della tavola rotonda, Gawain, ormai vecchissimo e male in arnese, a suo dire incaricato da Artú di uccidere la draghessa Querig, responsabile della nebbia che porta via la memoria. Sotto la veste del romanzo d’avventura, pur ricco d’inventiva e avvincente com’è, Il gigante sepolto nasconde un tema di piú lungo e profondo respiro: il contrasto fra ricordo e perdono, fra il dovere e la peculiarità umana della memoria, da un lato, e l’ostacolo che essa rappresenta all’appianamento dei conflitti, dall’altro. È la memoria il gigante sepolto e semimorto del libro, e la risposta individuale del lettore alle domande che esso pone non può essere né univoca né prevedibile.

Il gigante sepolto

Ishiguro Kazuo