E quando le cose ti chiamano, ti chiamano. Quando sono lì, sono lì per noi. Non importa se ci sono state per un secondo o da sempre. Arigliana, "cinquanta case di pietra e duecento abitanti", è il paesino sulle montagne della Lucania dove Pietro e Nina trascorrono le vacanze con i nonni. Un torrente che non è più un torrente, un’antica torre normanna e un palazzo abbandonato sono i luoghi che accendono la fantasia dei bambini, mentre la vita di ogni giorno scorre apparentemente immutabile tra la piazza, la casa e la bottega dei nonni; intorno, una piccola comunità il cui destino è stato spezzato da zi’ Rocco, proprietario terriero senza scrupoli che ha condannato il paese alla povertà e all’arretratezza. Quell’estate, che per Pietro e Nina è fin dall’inizio diversa dalle altre – sono rimasti senza la mamma –, rischia di spaccare Arigliana, sconvolta dalla scoperta che dentro la torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Chi sono? Cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? è l’irruzione dell’altro, che scoperchia i meccanismi del rifiuto. Dopo aver catalizzato la rabbia e la paura del paese, però, sono proprio i nuovi arrivati a innescare un cambiamento, che torna a far vibrare la speranza di un Sud in cui si mescolano sogni e tensioni. Un’estate memorabile, che per Pietro si trasforma in un rito di passaggio, doloroso eppure pieno di tenerezza e di allegria: è la sua stessa voce a raccontare come si superano la morte, il tradimento, l’ingiustizia e si diventa grandi conquistando il proprio fragile e ostinato splendore. Attraverso questa voce irriverente, scanzonata eppure saggia, Catozzella scrive un romanzo potente e felice, di ombre e di luce, tragico e divertente, semplice come le cose davvero profonde.

E tu splendi

Catozzella Giuseppe

Per una lettura condivisa di Cormac McCarthy

Charles Baudelaire e Graham Greene, rispettivamente padri nobili del flâneur metropolitano e dell’occidentale incline a perdersi in vari Orienti, sarebbero stati entrambi fieri di quel loro imprevedibile, inclassificabile, incorreggibile rampollo che risponde al nome di Lawrence Osborne. Il quale Osborne, nel Turista nudo, aveva già anticipato la tentazione di scrivere questo libro, e cioè una guida turistica che nei limiti del possibile smentisse tutte le altre («Ogni volta che la Lonely Planet dice di evitare un certo posto, perché è losco, mi ci fiondo»): ma che a differenza delle altre, anziché pretendere di edificare, divertisse. E non si può dire che non abbia tenuto fede alle promesse. A partire da un programma minimo – cioè la scelta di vivere nell’unico posto al mondo dove uno scrittore «senza un soldo, senza una carriera, senza niente» possa condurre un’esistenza accettabile –, Osborne trascorre un anno a Bangkok, lasciando che gli capiti quasi tutto: di cenare nel ristorante No Hands (dove i clienti vengono provvisti di bavaglino, e imboccati), di andare a passeggio per il mattatoio della città (dove la notte adolescenti marci di droghe sintetiche massacrano animali nel modo meno pulito e indolore possibile), di essere scelto come improbabile gigolo da una signora giapponese ovviamente feticista (e quindi fornito del - l’indispensabile kit da dottore). E lasciando che quel tutto prenda prima la forma di una vita diversa da ogni altra, poi quella di un libro altrettanto unico. Che ci offre, insieme a infinite storie, anche il regalo di una scoperta – la scoperta di come la presunta capitale di tutti i piaceri sia anche la capitale del piacere più sublime: quello che talvolta solo un onesto, morbido, contagioso dilettantismo assoluto riesce a trasmettere.

Bangkok

Osborne Lawrence

Una figlia appena maggiorenne annuncia al padre che si trasferirà all'estero. Questo lo spunto per avviare una riflessione sulla paternità, sulle sue inadeguatezze, sull'amore che ne guida ogni slancio. E in particolare sul rapporto intenso e fuori da ogni definizione che lega un padre a una figlia femmina. Un viaggio intimo e ironico di un uomo che si mette sempre in discussione riconoscendo i propri errori e le contraddizioni della sua generazione. Parole non dette e recuperate, gesti mai completati, in un dialogo che si fa confessione. Un padre che torna a essere figlio, che inciampa ma che non smette mai di tenere per mano la sua bambina anche quando è ormai una donna dal sorriso disarmante.

Quando ridi

Terruzzi Giorgio