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CONCORSO LETTERARIO “SCRIVI UN RACCONTO”

Il sito i-LIBRI.com, in collaborazione con la Casa Editrice Zero91, organizza il concorso letterario “Scrivi un racconto”.

 

Il tema è “il cambiamento”, comunque inteso. La lunghezza di ciascun racconto non può superare le 3 cartelle, per un massimo di 9.000 caratteri, spazi inclusi.

Ogni autore può partecipare con un solo racconto. Le opere vanno inviate all’indirizzo e-mail concorsi@i-libri.com’ in formato .doc o .pdf, entro e non oltre il 9 gennaio 2011.

Nella e-mail di accompagnamento, dall’oggetto “Scrivi un racconto”, ogni autore deve indicare il proprio nome e cognome, nonché riportare la seguente dichiarazione: “Il racconto intitolato ________ è frutto del mio ingegno, non è opera di plagio, non viola i diritti di terze parti e ne autorizzo la pubblicazione sul sito internet i-libri.com e su zero91.com. Autorizzo altresì il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003”.

Si precisa che i dati personali verranno utilizzati per la sola gestione del concorso e saranno cancellati al termine dello stesso. Per ottenerne in qualsiasi momento la rettifica o la cancellazione è comunque possibile contattare l’indirizzo: assistenza@i-libri.com.

 

In giuria, insieme alla redazione de i-LIBRI.com, ci sarà anche lo scrittore e sceneggiatore Stefano Ceccarelli, autore del libro “Camilla portafortuna”, edito nel 2010 da Zero91.

Il vincitore del concorso sarà scelto entro il 16 gennaio 2011 e riceverà in premio un buono del valore di Euro 50 da spendere presso le librerie Feltrinelli, nonché i seguenti libri

offerti dalla Casa Editrice Zero91:

 

- Camilla Portafortuna di Stefano Ceccarelli

- Amore Fatale di Jesús Moncada

- Un mondo quasi perfetto di Luigi Pelazza

- Piffettoli, le fatiche di un quasi Vip di Pierfrancesco Diliberto

 

Il racconto premiato sarà inoltre pubblicato sul sito internet i-LIBRI.com e su zero91.com.

 

La giuria si riserva di selezionare altri racconti ritenuti particolarmente meritevoli che verranno pubblicati in un’apposita sezione del sito i-LIBRI.com.

Il concorso non prevede alcuna quota di partecipazione. 

i-LIBRI.com è un portale dedicato al mondo del libro in cui potete trovare recensioni, interviste, concorsi letterari, sondaggi, nonché curiosità sull’editoria e sulla storia del

libro. Il sito è dedicato sia agli amanti della lettura che agli aspiranti scrittori. E’ infatti possibile proporre per la pubblicazione proprie opere inedite (racconti e recensioni).

Zero91 La casa editrice ZERO91, con sede a Milano, si costituisce nel Settembre 2006. Il nome zero91, prefisso telefonico di Palermo, è un omaggio alla comune città di origine dei due soci che, con le loro esperienze professionali in campo grafico e televisivo, rappresentano la base portante di un

progetto editoriale ben preciso. Un esperto di fotografia e un producer televisivo sintetizzano, con la loro professionalità, il progetto editoriale che mira ad un obiettivo chiaro e riconoscibile. Siamo partiti dal concetto di FICTION che, dalla letteratura, transita ormai nel comune

linguaggio come sinonimo di racconto visivo per il cinema e la televisione. Cerchiamo, per i nostri lettori, il punto di congiunzione tra tutte le diverse declinazioni della Finzione.

Il nostro è anche un invito alla scrittura per quegli autori che abbiano già “raccontato” attraverso il cinema, la televisione o il teatro e un invito alla lettura di libri che hanno ispirato film o serie televisive premiate dal pubblico e dalla critica internazionale.

La ricchezza di una prosa più asciutta può sollecitare una fantasia impigrita? Noi riteniamo di si. Persino l’intimismo o un racconto epico sono più ricchi di suggestioni

quando si spogliano degli orpelli di mestiere che riempiono le pagine ma allontanano chi legge.

La proposta della Zero91 è, dunque, la sintesi delle affinità dinamiche della narrazione in cui l’Immagine confluisce nella Prosa e la Parola non si sottrae alla Rappresentazione.

Perché, come gli editori di una volta, ci lasciamo suggestionare. Dietro una pagina imperfetta, un testo teatrale o un soggetto cinematografico, forse, c’è un buon libro che

aspetta di essere scritto.

A volte, lasceremo che lo Sguardo cerchi da solo le Parole, creando una collana dedicata alla Fotografia. Non vogliamo sottovalutare le regole del mercato ma vendere un libro, per noi, vuol dire anche dare un’occasione alle idee. Anche in questo caso, ci lasceremo guidare dalla nostra “attitudine a osservare”, per raccontare, esclusivamente attraverso immagini, temi sociali dolorosi e attuali. Un’istantanea sulla vita. Senza filtri, senza commenti, senza retorica.

Come un ricordo.

Condiviso con la Zero91.

 

Vi informiamo che il concorso letterario “Scrivi un racconto” è terminato in data 9 gennaio 2011. Per questo motivo, i racconto ricevuti dopo le 23.59 del giorno 9 non verranno ammessi a partecipare.

Nei prossimi giorni avverrà la selezione del vincitore, il cui nome verrà pubblicato sul sito dopo il 16 gennaio 2011.

Siamo lieti del risultato ricevuto dal concorso. Abbiamo ricevuto moltissimi racconti, i migliori dei quali verranno pubblicati nel corso del prossimi mesi nell’apposita sezione.

Continuate a seguirci ed a partecipare numerosi ai prossimi concorsi che organizzeremo.

Come abbiamo già avuto modo di comunicarvi la scorsa settimana, siamo molto soddisfatti del risultato del concorso. Abbiamo ricevuto un gran numero di racconti, molti dei quali di ottima qualità che provvederemo a pubblicare sul sito nei prossimi mesi.


Siamo giunti alla fase finale. Il numero dei racconti pervenuti, di gran lunga superiore ad ogni aspettativa, ha fatto si che le tempistiche si allungassero, seppur di poco. Stanno per essere selezionati i tre finalisti, tra i quali, nei prossimi giorni, verrà scelto il vincitore del concorso, il cui nome sarà pubblicato sul sito.

Vi terremo aggiornati!

Buongiorno a tutti! Un brevissimo aggiornamento per informarvi del fatto che stasera verrà annunciato sul sito il nome del vincitore del concorso “Scrivi un racconto”, selezionato dal presidente della giuria Stefano Ceccarelli (autore del libro Camilla portafortuna, Zero91) tra i finalisti indicati dalla redazione di i-LIBRI.


Nei giorni successivi verrà inoltre pubblicato l’elenco dei migliori racconti ricevuti, che verranno pubblicati sul sito nel corso dei prossimi mesi.

Sono terminate le selezioni del concorso “Scrivi un racconto”!

Sono arrivati in redazione molti testi interessanti e non è stato semplice selezionare tra tutti un unico vincitore ma, dopo un’attenta valutazione, la giuria ha deciso di premiare un racconto dalla trama originale che ha ricevuto unanimità di consensi.

E’ con grande piacere che annunciamo la vittoria di Francesca Esposito con il suo racconto intitolato “Subway Blu“. Complimenti! Il racconto scelto come vincitore verrà pubblicato nei prossimi giorni qui sul sito e l’autrice, che sarà presto contattata, riceverà direttamente a casa il suo premio.

Vi ricordo che entro sabato verrà pubblicato sul sito l’elenco dei racconti finalisti.

Grazie a tutti i partecipanti. Al prossimo concorso!

La redazione de i-LIBRI

Come anticipato, trovate qui di seguito la rosa dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto”, che verranno pubblicati sul sito per intero nelle prossime settimane. La scelta non è stata semplice, abbiamo ricevuto molte opere valide e ci riserviamo la possibilità di pubblicarne di altre, oltre a quelle finaliste, nei mesi che verranno.

 

Un grazie ancora e venite a trovarci spesso per conoscere le nuove iniziative e concorsi che organizzeremo.

Ecco di seguito la rosa dei finalisti, pubblicati in ordine alfabetico:

CAMBIO NON SOLO D’ANNO – di Antonio Tornatore

IO NO – di Tina Caramanico

L’ALTRA ETA’ – di Paola Barbara Dalla Riva

LA SOTTILE LINEA ROSA – di Michela Guidi

LA CHIOCCIA – di Adriana Pedicini

LA PARTITA – di Giorgio Marconi

Iniziamo con la pubblicazione dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto” organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91. Vi ricordo che non esiste una graduatoria e l’ordine di pubblicazione è totalmente casuale. Il primo racconto che pubblichiamo è “Cambio non solo d’anno” di Antonio Tornatore.

CAMBIO NON SOLO D’ANNO

Antonio Tornatore

Ogni volta gli procurava un fremito di compiacimento da uomo di mondo. Anche stavolta: la mappa stampata da internet l’aveva guidato fino all’ingresso di un palazzo cupo e fuligginoso, che dal periodo Liberty non era più stato toccato. Insospettabilmente il cuore di quel palazzo era un ostello da pochi letti: un appartamento che, facendosi breccia in tutte le pareti, copriva l’intero ultimo piano.


Il palazzo era impigliato in uno di quei gomitoli di vie che formano l’anima di una città: una cantina seminterrata adibita a bar, un parcheggio trasformato in mercato rionale; oppure un appartamento vestito da ostello. Tutta la pubblicità che quel rifugio faceva di sé era la scritta hostel sulla targhetta del citofono.

Enrico stropiccia la mappa nella tasca dietro dei jeans, fa clic sull’interruttore ma l’androne del palazzo resta buio, sale all’ultimo piano e suona il campanello.
Apre un uomo, trasandato ma in maniera affascinante, con un po’ di capelli bianchi e un gran sorriso.

– Hello, my name is Enrico, I have a reservation.
– Ah sì ciao ho visto che dovevi arrivare, entra pure.

Uffa un italiano, sbotta Enrico a mente. Se uno va a passare il capodanno da solo in un ostello a Budapest ha voglia di camuffarsi dove non conosce nessuno: essere accolto in italiano gli sembra un po’ invadente.

– Poggia pure lo zaino qui. Ti devi togliere le scarpe però, lì ci sono delle ciabatte… spare, come si dice?
– Di riserva? – Quel tizio gli stona un po’ lì dentro: una sensazione a pelle.

Dà un’occhiata in giro ed è contento di aver azzeccato il posto. La luce è calda e gialla, i muri tappezzati di cartoline e cianfrusaglie. Si sfila la tracolla e lascia cadere la borsa vicino all’albero di Natale (bisogna essere sospettosi di una casa senza albero a Natale), si sfila le scarpe coi piedi e segue il tizio in cucina; barattoli, lavagnette, tazze e sedie dappertutto. Bellissima insomma.
Il tizio fuori contesto fa un segno su un registro, dice “ok” e lo accompagna in camera, lasciandolo a sistemarsi la roba e a chiedersi chissà che ci fa ‘sto vecchio a fare un lavoro da adolescente.
Dopo un po’ Enrico torna in cucina, dove il tizio è sparito e trova una ragazza seduta al tavolo che legge un libro. Sbircia con sollievo che il libro è in inglese.

– Hello!
– Hi! I’m Sue.
– Enrico, nice to meet you.

E questa è la parte che ama del viaggiare da solo.
Conoscere persone e sentire storie che a casa sua mai lo raggiungerebbero. Le persone a zonzo per il mondo si riconoscono, si sentono un po’ snob e un po’ imparentate: la famiglia dei viaggiatori solitari.
Sue sta girando l’Europa, fermandosi di città in città lavorando come insegnante di inglese, o quello che capita. Quello che le è capitato lì a Budapest è di rassettare e fare reception all’ostello, in cambio di un letto.
E tu? Chiede Sue. Enrico racconta di avere quasi trent’anni, di fare un il commesso in un negozio di elettronica (“un lavoro come un altro, pensa che neanche mi piacciono i computer”), e di spendere tutti i suoi soldi visitando il mondo: quando può un mese intero, quando non può un solo weekend.
Quindi era venuto qui da solo? Gli chiede Sue. Sì, per non sentirsi più chiedere cosa faceva a capodanno, scherza.

– Non esci a festeggiare? È quasi mezzanotte. – In tono un po’ da sfottò gli chiede il tizio italiano.
– Da solo come un coglione? No non mi va, è un giorno come un altro. – Ribatte Enrico.

L’ostello è vuoto, tutti gli ospiti e Sue sono usciti ad aspettare il nuovo anno in piazza Nyugati, c’è un concerto.

– E tu?
– Io sono vecchio, le feste non mi attirano più. – E ride forte. – Vuoi un caffè?
– Volentieri!

Il tizio prende la macchina del caffè americano, riempie la brocca d’acqua, apre il barattolo del caffè… Enrico è colpito dai movimenti staccati e precisi. Lui è uno che fa tutto contemporaneamente, in un balletto sgraziato.

– Come ti chiami?
– Ah non mi sono presentato prima?! Mi chiamo Eugenio Almondo.

Eugenio Almondo. Se lo scandisce mentalmente assaporandolo. Un nome strano, antiquato, bello? Perlomeno, ricco di significato. Eugenio Almondo. Al-mondo. Bello.

– Senti Eugenio, posso chiederti…
– …che ci faccio qui? Lo interrompe Eugenio aspettandosela… – Sto viaggiando intorno al mondo, ogni tanto mi fermo in una città che mi piace per fare qualche lavoretto, raggranellare un po’ di soldi per ripartire, fino alla città successiva. Adoro cambiare spesso città, persone, vita.

Enrico l’aveva sentito decine di volte questo stile di vita. Perfino nella stessa stanza qualche ora prima.

– Ah come Sue! Beh è originale farlo a… ma quanti anni hai? Scusa se ti chiedo…
– Figurati. Stiamo festeggiando insieme capodanno, direi che è stupido formalizzarsi. Sessantuno.
– Davvero! Voglio dire: sono ammirato! Non è comune fare questa vita a sessant’anni. La fanno tante persone, ma tutte a venti, trent’anni… quasi che ormai è banale!
– Guarda –sospirando– io ne vedo passare di ventenni o trentenni. Alla fine, hanno tutti le stesse due o tre marche di scarpe, ascoltano le stesse band più “alternative” del momento –le virgolette si avvertono nell’aria– e si atteggiano tutti con una finta posa da annoiati.

Deve avere questo discorso pronto da rifilare a tutti, pensa Enrico.

– Vedo passare di qui eserciti di alternativi, tutti uguali.
– Ma da quanto sei qui? A Budapest? Voglio dire…

Pausa. A Enrico non torna qualcosa.

– Insomma da quant’è che sei in… “viaggio”? Le virgolette si aggiungono nell’aria.
– Da quando ho vent’anni.
– Cosa?! – Occhi sbarrati.
– Ho fatto quello che tu dici che fanno tutti: sono partito per un viaggetto che all’inizio pensavo fosse di qualche mese. A Dublino, per imparare l’inglese, perché Londra mi faceva paura: troppo grande.

Adesso, pensare che una città mi fa paura mi fa sorridere. – E sorride compiaciuto.

– Ma… sei sempre stato in giro?
– Ho scoperto che amo cambiare, ho passato la vita a cambiare. I primi mesi sono diventati un anno, poi due… Non riesco ad immaginarmi fermo da qualche parte, sempre tutto uguale.
– Quindi hai cambiato sempre città… Mi viene in mente una frase di Seneca; o di Orazio, boh. Diceva che quelli che cambiano sempre il cielo sopra le loro teste non sono in pace col loro animo.
– Sì sì lo so. Ho affrontato questa conversazione migliaia di volte sai? Conosco già anche la citazione “Cambiare tutto per non cambiare niente” del Gattopardo. –Beffardo.
Ma non è solo una questione di cambiare città. C’è anche la questione della sfida. Immagina di doverti trasferire di città: è un piccolo trauma. Cambiare casa, lavoro, amici… tante persone non lo sanno fare neanche una volta.
Io ho cominciato a vent’anni e ho continuato a farlo, semplicemente. Ho viaggiato in quasi tutto il mondo. Non è grande come sembra sai? Ho conosciuto migliaia di persone e sono diventato bravissimo nel cambiare città, lavoro… a cambiare tutto continuamente insomma.
– Quindi hai continuato a cambiare per quarant’anni?

Pausa.

– Già.
– Quindi non hai cambiato niente. Fai la stessa vita da quarant’anni. – Riuscendo provocatorio ma non arrogante.
– Scusa?! Senti: “io” ho viaggiato in cinque continenti, ho vissuto in ventotto città, so cinque lingue e non so più quante persone ho conosciuto. “Io” farei sempre la stessa vita? – Altre virgolette nell’aria.
– Ma forse… il cambiamento è che tu sei in un modo, e poi sei in un altro. Quando uno cambia, non sta lì a segnarsi in quante città è stato, quante cose ha visto…
Mi sembra ci sia più cambiamento nel fare un figlio, o nel realizzare un progetto, anche abitando sempre nello stesso posto.
Insomma, cambiare è come dimenticarsi di cos’eri prima.

Eugenio tiene la tazza di caffè colle due mani e ci guarda dentro, la fragranza del fumo del caffè gli entra nel naso e gli solletica gli occhi. Il sorriso perenne all’angolo dei suoi occhi si spegne.
Da fuori si sentono il …öt! …négy! …három! …két! …egy!, l’urlo e la canzoncina della mezzanotte del nuovo anno. Enrico si distrae e pensa che sta bene: forse farà parte anche lui dell’esercito degli alternativi tutti uguali, ma passare il capodanno in modo così alternativo lo fa sentire bene.

– Buon anno Enrico.
– Buon anno Eugenio. Scusa non volevo offenderti.
– Sono vecchio per farmi offendere. – Scherza.
– Vado a fare due passi a vedere il casino in strada. Posso portarmi la tazza? Anzi, posso farmi un refill di caffè? – Ha cambiato idea riguardo al “da solo come un coglione”, ha bisogno di uscire.
– Ma certo.

Eugenio rimasto da solo si sente la gola stretta, e scoppia a piangere, singhiozza rumorosamente, non riesce a trattenersi.

Enrico entra in cucina, illuminata dal primo sole dell’anno, tenue. Sue è seduta vicino alla finestra, ha una tazza di caffè in mano, un piede sulla sedia e la gamba rannicchiata contro il corpo. Guarda fuori dalla finestra, ha gli occhi schiusi dal torpore e umidi.
Eugenio se n’è andato, la sua roba non c’è più, dice.
Enrico sorride.
Sue scuote la testa, amareggiata, e dice “Ha cambiato un’altra volta città”.

– No, magari ha cambiato vita.

Oggi per voi un altro dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto”, ed in particolare: La sottile linea rosa, di Michela Guidi.

LA SOTTILE LINEA ROSA – di Michela Guidi

Che cosa si può dire di una ragazza che, a trentadue anni, si è trasformata da tigre nel letto a granchio attaccato alle palle? Che era simpatica. Brillante. Che amava i libri, l’arte, le serate con gli amici. E me. Poi abbiamo avuto un figlio, e lei ha subito la suddetta mutazione zoologica. Dovrei dire che non mi dispiace, lo so, perché l’amore è fatto anche di piena comprensione per i percorsi interiori di chi ci vive accanto. Ma quando questi percorsi passano per la camera da letto è sicuramente necessario un piccolo sforzo in più.


Stamattina, prima di andare al lavoro, ci ho provato per l’ennesima volta. Con la camicia azzurra sbottonata (un tempo la sua preferita) e l’occhio dolce, l’ho invitata ad avvicinarsi con un gesto della mano. Lo specchio dell’armadio rifletteva un’espressione così implorante che avrebbe commosso perfino mia suocera. Ma non lei. “A quanto pare ho sposato un vero maniaco sessuale, Paolo. Non hai capito che quando c’è il bambino non mi sento tranquilla? Potrebbe svegliarsi da un momento all’altro…” Questa è la sua risposta standard da quando è nato Teo. Quella precedente era: “A quanto pare ho sposato un vero maniaco sessuale, Paolo. Non hai capito che da quando sono incinta non mi sento tranquilla? Ho paura che potrebbe fare male al bambino…”. Mi sembra di sentire già il solito coro di benpensanti, pronte a scagliarsi contro il marito che pensa solo a quello e pretende che tutto torni subito come prima, rifiutandosi di capire che gravidanza e maternità sono due momenti estremamente delicati nella vita di una donna. Il fatto è che il bambino è quasi pronto per una vita sessuale autonoma, avendo ormai tre anni e due mesi, e che io non ho più potuto toccare mia moglie dal fatidico test positivo in poi. Fate un po’ i vostri conti. Considerando inoltre che Teo vivrà con noi per i prossimi trent’anni, forse anche quaranta, cosa dovrei fare io? Farlo essiccare e farne un amuleto da portare al collo? E comunque questo è il minore dei problemi. Io vorrei semplicemente sapere perché un evento naturale come la nascita di un figlio ha praticamente resettato la mente di mia moglie,  sintonizzandola su una frequenza che mi è totalmente aliena.

Dieci anni fa mi sono mi sono innamorato di lei non solo per il suo faccino lentigginoso ed i riccioli in lotta con l’atmosfera, ma perché una delle prime notti che abbiamo trascorso insieme, abbandonata a peso morto sul mio petto, si è messa a cantare nel sonno e, alla fine dell’esibizione, si è rumorosamente soffiata il naso nel mio pigiama. E poi perché era capace di dilapidare interi stipendi in libreria, uscendone carica di tomi di storia e di arte, e di passare subito dopo al negozio di intimo, dove acquistava completini sconsigliati agli ipertesi. Perché la sua casa era sempre aperta a amici, cioccolato, sigarette e polvere. Perché i suoi gusti musicali spaziavano dai Nirvana, a Chopin, allo Zecchino d’Oro e parlava così tanto che a volte cercavo l’interruttore per spegnerla.

Sposandola ho veramente creduto di fare un grosso affare. L’ho creduto fermamente fino alla sera in cui sono rientrato a casa e l’ho trovata ad aspettarmi con lo stick in mano. “Sono comparse le due linee, Paolo. Aspetto un bambino” . Due sottili, pallide, innocue lineette rosa, che osservai stupito ed adeguatamente felice. Dopo, il diluvio.

La mutazione, a dire il vero, è iniziata abbastanza in sordina. Niente più pacchetti di sigarette in giro, nel frigorifero solo quintali di alimenti biologici, pavimenti scintillanti, cd di musica new-age sparsi per il salotto e lei sempre più assorta e silenziosa, come se si stesse lentamente accartocciando in un mondo tutto suo. Piccole cose, sicuramente del tutto normali. Ero tranquillo. Poi, un giorno, i libri d’arte e di storia sono scomparsi dalla libreria, rimpiazzati da cataloghi di articoli per bambini e manualistica varia dai titoli inquietanti: “Sarò mamma, se Dio lo vorrà”, “Mille e un modo per relazionarsi col feto”, “La psicologia infantile dai zero ai trentacinque anni”. Allarme rosso, ma ormai era troppo tardi.

Il primo anno di vita del bambino ha portato il completamento della metamorfosi. Niente più visite degli amici, per evitare di contagiare la creatura con qualche orribile virus. Niente più fumo, neanche per me: solo una sigarettina in giardino, ogni tanto e, subito dopo, doccia con disinfettante. Niente più telegiornale (destabilizzante per l’equilibrio psicofisico del poppante) né film di azione (troppo violenti). Banditi tutti i mobili con gli angoli, per fare spazio a tavoli rotondi, sedie stondate, divano circolare e librerie smussate. Niente possibilità di instaurare un qualsiasi tipo di rapporto con mio figlio (“Preferisco cambiarlo io, non voglio che prenda freddo al pancino”, “è meglio che si addormenti con me, il tuo tono di voce potrebbe disturbarlo”, “non rotolarti a terra con lui, ci sono giochi più educativi!”, solo per citare qualche esempio…). Niente possibilità di dialogo con mia moglie, ove per dialogo si intende scambio di almeno quattro parole che non riguardano il bambino.

Tutte le sere accende il suo notebook e registra minuziosamente ogni suo minimo progresso, dalla prima pappina all’ultima scoreggina. A volte si blocca all’improvviso e mi chiama, preoccupata. “Paolo, preferirei non comprargli il motorino. Magari potremmo optare per un’auto usata…” “Secondo te è meglio che si iscriva all’Università di Bologna o a quella di Roma?”. Seria. Serissima. “Viola, io direi di aspettare che Teo inizi a frequentare almeno la scuola materna. Poi ne riparleremo” Rispondo pacato, con la tipica lungimiranza paterna.

Al secondo anno di Teo non era neanche più il caso di parlare di metamorfosi, ma di vero e proprio scherzo della natura. Al terzo mi sono infine ritrovato il sopracitato crostaceo come dolorosa appendice.

Che cosa si può dire di un uomo praticamente vedovo a soli trentasette anni, ridotto a chattare su Facebook e con le mani ormai piene di calli? Che aveva avuto una moglie. Che forse aveva un figlio. Che aveva, per fortuna, una suocera.

Vittoria Martelli Morselli è una distinta signora sulla settantina, con il caschetto color argento, il canonico filo di perle ed un carattere da sergente di ferro. Quando, un pomeriggio, me la ritrovo sulla soglia di casa, mi si gelano gli umori. “Questa è venuta per bastonarmi e per dare manforte alla figlia…” penso immediatamente. Lei mi squadra per un lungo momento, in silenzio. “Ciao Paolo, Viola è in casa?” chiede sbrigativa “sì, Vittoria, è di là in sala…” “e Teo?” “sta facendo il riposino pomeridiano” “perfetto! Tu non muoverti di qui!”. Sento che chiude la porta scorrevole, poi la voce stupita di mia moglie. Non posso non ascoltare.

“Allora Viola, come procede il tuo matrimonio?” esordisce con studiata indifferenza “Perché tu hai anche un marito. Te lo ricordi, vero? È quel tizio con l’aureola che mi ha appena fatta entrare.”

“Mamma, ma come ti permetti? Fra me e Paolo non è cambiato niente! Ovviamente Teo mi impegna molto, ma…”

“Ma da quanto tempo non fate l’amore?” incalza, con insuperabile nonchalance.

“Non sono affari tuoi! E comunque ci sei passata anche tu, dovresti sapere che il parto non è una passeggiata e che un bambino ti lascia poco tempo per queste cose!”

“Certo, ci sono passata anch’io. Ma io faccio sesso con tuo padre almeno tre volte la settimana, da quarant’anni a questa parte. Abbiamo ripreso i nostri incontri che tu avevi appena due mesi e, ovviamente, durante la gravidanza ci siamo divertiti moltissimo! ”

Ma la carissima suocera non ha ancora finito. “Insomma, Viola, penso che tu stia troppo sopra a quel bambino, e troppo poco sotto tuo marito. Vedi di invertire la rotta, se non vuoi ritrovarti con un figlio disadattato e un marito pornodipendente! Questi manuali sono ancora qui?” aggiunge con disapprovazione osservando la libreria “prendi spunto da questo, piuttosto” conclude appoggiando sul divano una copia, piuttosto consunta, del “Kamasutra”. Poi, come se niente fosse, saluta educatamente e se ne va.

“Come hai fatto a sopportarmi per tutto questo tempo?” Mi chiede Viola due sere dopo, sguardo triste e riccioli più ribelli del solito. “Come ho fatto? Lavoro, sigarette, internet… e un po’ di fai-da-te” rispondo fissandomi le mani. “Avevo paura di non essere una buona madre ed ho completamente dimenticato di essere anche una moglie… ” prosegue, accarezzandomi il braccio. “Mamma!!! Mammaaaaa…” Nostro figlio ha un tempismo davvero incredibile. “Stai buono nel lettino, Teo! Non voglio sentire la tua voce fino a domattina!” gli ulula dietro lei. Poi chiude la porta della camera e mi sorride.

Naturalmente il mio ex-migliore amico sul più bello non mi ha assecondato. Forse l’emozione di sentirsi finalmente libero, dopo tanto tempo. Viola ha dormito accoccolata sul mio petto e ha anche cantato un po’. Non lo faceva dalla notte in cui mi sono innamorato di lei.

Pubblichiamo qui di seguito un altro racconto finalista del concorso letterario “Scrivi un racconto”

LA PARTITA

Il sole aveva bussato da qualche ora alla finestra sopra il letto, trovandolo, come sempre, già desto. A una certa età le abitudini cambiano. Ci si sveglia sempre prima.
La capacità di dormire un sonno decente si affievolisce insieme con le altre.
Che ingiustizia svegliarsi tanto presto quando non si ha davanti che una giornata uguale alla precedente e che è sempre più arduo disgiungere dal concetto di noia.
Oggi però non è così. È sabato. E la capacità di fare una bella presa non scema con l’avanzare dell’età: anzi si affina!


La colazione era durata il fugace lampo di un caffè. Era così da quando, tre anni prima, Faustina era passata a miglior vita lasciandolo vedovo a badare a sé stesso da solo, per la prima volta da quando era venuto al mondo. Anche il risveglio era cambiato. Non più un sorriso comprensivo ad accoglierlo dentro un’altra giornata. Adesso era il ghigno ondeggiante della dentiera nel bicchiere sul comodino a dargli il pista libera. La barba, invece, era stata un’operazione più laboriosa. Il rasoio da barbiere va maneggiato con estrema cura. Mica è come quegli ordigni elettrici che fanno un gran baccano e ti lasciano la barba lunga di un giorno. Meglio schiuma, pennello e rasoio vecchio stile della serie: “Et voilà. Ragazzo: spazzola”.

C’erano voluti venti minuti buoni, ma ora, davanti allo specchio, c’era un’altra persona: la pelle del viso era ragionevolmente liscia “come il culetto di un neonato” si era compiaciuto fra sé. L’effervescente pizzicorino del dopobarba lo faceva sentire bene, vivo. Almeno di sabato. Gli piaceva quella sensazione di rinascita. La sfida lo rinvigoriva, quel sentimento di competizione riaccendeva in lui parte del giovanile entusiasmo.
Osvaldo stava giocando bene. Non sbagliava una presa. Le guance si colorirono di rosso vivo. Qualcosa dentro ribolliva ancora: l’ultima mano del sabato precedente. Aveva fatto male i conti, dannata memoria. Come aveva potuto consentire al rivale di acciuffare in una sola botta sei e asso di denari… per di più con quel bell’imbusto di sette bello?
Denari, primiera e il bellimbusto: tre punti per il 21-19. “Gioco partita incontro” aveva sentenziato Osvaldo, con quel sorrisetto da vincente che negli ultimi mesi aveva imparato a odiare.

Non sarebbe finita così! Glielo avrebbe ricacciato in gola quel sorrisetto: parola d’onore!
Lo sguardo si posò sulla piccola lavagna di plastica bianca con bordatura rossa che si era fatto regalare per l’ultimo compleanno. Una di quelle moderne lavagne da ufficio o da scuola.
Quanto avrebbe preferito la tradizionale lavagna nera col gessetto bianco e il cancellino di pezza, che era tanto divertente tirarsi rincorrendosi tra i banchi durante la ricreazione (e non solo). Pare che non se ne facciano più. Col pennarello rosso aveva segnato il resoconto delle loro sfide: Osvaldo 265 / Alfredo 262: sotto di tre.
527 sabati. 527 partite al tavolino del solito caffè: più di dieci anni.
Senza mai saltare l’appuntamento anche nei periodi di festa.

Erano già le tredici e alle quattordici e trenta in punto doveva essere al piccolo bar teatro della loro sfida. Per essere precisi nel retro del bar, dove erano allestiti i tavolini per le partite a carte.
Il regolamento che avevano stabilito di comune accordo recitava che, se allo scoccare delle ore quindici all’orologio “ufficiale”, quello a forma di Gatto Isidoro, sopra il bancone del bar, uno dei contendenti non era presente, l’altro vinceva la partita e si aggiudicava il punto di quel sabato.
Una volta aveva fatto in tempo a varcare la soglia del caffè appena trenta secondi prima che la coda-lancetta di micio Isidoro avesse completato il suo ultimo giro verso la tacca delle ore quindici.
Era successo al battesimo di Marco, l’ultimo dei suoi nipoti. Il rinfresco si era protratto oltre il tempo che aveva preventivato. Che corsa in taxi. Il tassista lo guardava dallo specchietto come fosse stato pazzo: un anziano signore in doppio petto e scarpe lucide con gli occhi fuori dalle orbite a sbraitare stizzito, vaneggiando qualcosa su un regolamento infame, un gatto di nome Isidoro e un rivale sputacchioso in un assolato, sonnolento pomeriggio primaverile.

Figli ne aveva: due.

Sara si era stabilita in America in uno stato per lui impronunciabile: Massacchussets… o qualcosa di simile, mentre Sandro, che gli aveva regalato tre nipoti, viveva a due isolati da lui e passava a trovarlo un paio di volte a settimana. Non poteva certo lamentarsi. Un po’ di solitudine lo punzecchiava di tanto in tanto, ma nulla di più.
Una pastina in brodo per oggi può andar bene. Meglio stare leggeri: si tiene la mente più sveglia!

Era in piedi, davanti allo specchio, sistemandosi il bavero della giacca grigia. Il tempo di pettinarsi e sarebbe sceso in strada. Aveva la chioma quasi del tutto bianca. Qualche raro capello protestava, ostentando orgogliosamente l’antico colore corvino.
A passi lenti si diresse verso il bar. Passi da vecchio, si sarebbero definiti.
La realtà era diversa. Avrebbe potuto agevolmente accelerare, ma perché arrivare tanto presto? Erano le quattordici e venticinque e di tempo ne aveva.

Il sole primaverile era ancora alto e, quando Alfredo fece ingresso nel bar, si sentiva un po’ sudaticcio. Salutò con un cenno della mano Gianni intento ad asciugare le tazzine dietro al bancone. Il ragazzone ricambiò il saluto e sembrò un po’ sorpreso di vederlo.
Da cinque anni aveva preso il posto di Antonio, suo padre, che aveva gestito con impareggiabile simpatia quel luogo di ritrovo per circa tre decenni e che ora stava godendosi la pensione, si fa per dire, in una casa di riposo in balia del morbo di Alzheimer, riconoscendo a stento i famigliari più stretti.

Gianni accennò ad apparecchiargli un caffè. “Offro io… un caffè ti farà bene…”.
Alfredo declinò ringraziando: “Oggi no, grazie, vado subito nel retro”. E così fece. Il retrobottega del bar era vuoto. Solitamente il sabato pomeriggio a quell’ora c’erano solo lui e il suo “odiato” rivale. Gli altri tavolini si sarebbero animati non prima delle sedici. Si sedette al consueto tavolo in un angolo, un po’ appartato e sistemò la zeppa di legno, che portava sempre da casa, sotto una zampa per consentirne una certa stabilità. Mentre la coda di gatto Isidoro toccava le quattordici e cinquantacinque, Alfredo si dilettava a mescolare il mazzo di carte indugiando in coreografie degne di un vero prestidigitatore, evoluzioni che aveva imparato in decenni di milizia sui tavolini da gioco. Non era preoccupato del ritardo di Osvaldo. Sapeva. Aveva il dovere di essere presente: il regolamento lo imponeva, ma sapeva.

Gatto Isidoro sorrideva nel centro del quadrante che segnava le quindici e cinque.
Mentre al bancone un ignaro avventore chiedeva che gli fosse macchiato il caffè, nel retro del bar, un anziano signore, in elegante giacca grigia, stava riponendo un mazzo di carte nel suo astuccio.
Erano passate le quindici: aveva vinto il punto di quel sabato. Sapeva che avrebbe vinto anche i punti dei sabati seguenti. D’altronde il regolamento non faceva menzione di un possibile ritiro, neanche per forza maggiore, né c’erano clausole particolari da adottare in caso di decesso di uno dei contendenti.

Le lacrime che aveva trattenuto, senza troppi sforzi, due giorni prima al funerale di Osvaldo si condensarono in una unica, densa e salata. Alfredo neanche si accorse del suo sgorgare e scivolare sul volto assecondando le linee intrecciate delle rughe, come le biglie di vetro seguivano il percorso tracciato sulla sabbia nei tiepidi pomeriggi estivi della sua infanzia.
Indugiò qualche secondo nel ricordo dell’amico, poi ebbe uno scatto scacciando con uno schiaffo la lacrima che era arrivata in prossimità del mento, come fosse un insetto fastidioso: e, forse, proprio quello aveva pensato del solletico improvviso alla guancia.
Si alzò, fece scivolare il mazzo di carte in una tasca e uscì. Gianni stava preparando la schiuma di latte per il cappuccino e rischiò di ustionarsi per rispondere al saluto di Alfredo che infilò l’uscio senza indugiare oltre. Aveva qualcosa da fare a casa.

Mezzora dopo era in poltrona, nella sua bella giacca da camera bordò. Avrebbe buttato un occhio alla TV: un quiz, un po’ di sport, qualche stupido Talk Show e anche quella giornata sarebbe arrivata al capolinea. Forse una telefonata di Gianni o magari una visita con i nipotini chissà!
Prima di accendere il televisore gettò un’ultima occhiata soddisfatta alla lavagna:
Osvaldo 265 / Alfredo 263: sotto di due.
Altri tre sabati e sarebbe passato in testa.

…e dopo? Già, dopo che sarebbe successo?

Un’ombra percorse il suo volto.
Sapeva che allora, solo allora si sarebbe reso conto che il suo rivale, il suo amico non c’era più.

Che tutto era cambiato: per sempre.

Che sensazione di abbandono e solitudine. Però ci avrebbe pensato sul momento.
Ora non voleva. Non poteva.
Aveva qualcos’altro a cui pensare: appena tre sabati e sarebbe passato in testa.

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Doveva tenere duro e l’avrebbe vinta lui quella partita.

 

Per voi un altro racconto finalista del concorso letterario “Scrivi un racconto”, organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91.

LA CHIOCCIA – di Adriana Pedicini

Il palazzotto dove Mariantonia abitava con la sua famiglia era stato un tempo di un’antica famiglia, non tanto nobile quanto invece ricca, anzi molto ricca, la quale aveva ceduto per quattro soldi la vecchia casa lasciandovi dentro tutto, e si era trasferita altrove.


I segni dell’antica opulenza rimanevano chiari sui muri e sui soffitti tutti arabescati e dipinti a rose turgide anch’esse di colore e di splendore un po’ disfatto; nei pesanti lampadari in ferro battuto e in altri di trasparente e leggera opalina; nei divani di raso consunti, sempre a fiori, che occupavano gli angoli delle stanze. Finanche le stoviglie, i piatti, le sperlonghe col profilo d’oro zecchino nel cui centro risaltava pur graffiata dall’uso la “C” di Cacace, allora nota fabbrica di porcellane, quasi occhieggiavano in maniera civettuola al ticchettio delle posate con cui mani vogliose rimestavano cibi frugali di verdure cotte e crude, o quelli più succulenti di legumi, fagioli soprattutto.

Mariantonia era la padrona in questa casa, la “padrina” sembrava, un po’ logorati gli abiti neri che le avviluppavano il corpo e in petto la fierezza di una donna che per tanti anni aveva affondato le unghie nella terra per cavarne cavoli o patate, che aveva irrobustito i fianchi e le spalle sotto il peso di sarcine di legna raccolta nel bosco per alimentare nel focolare la fiamma della casa. La crocchia di capelli ormai ingrigiti sulla nuca; sopra, un velo scuro incorniciava il volto rude, aspro in cui gli occhi neri vagavano impazienti, come sempre in attesa di qualcosa. Non c’era umiltà nello sguardo, ma dispetto terribile, una certa rabbiosa sfida contro il destino che l’aveva voluta lì, sottomessa a una condizione di vita diversa da quella sognata, la vita che lei presagiva quando il suo cuore pulsava di represse fantasie d’amore sotto lo sguardo pudico del suo innamorato. Ma il destino aveva disposto altrimenti. Il suo giovane amato era rimasto eroe chissà dove, disperso ai venti funesti della guerra e non era mai più tornato. La vita allora dapprima dischiusa a ventaglio si era ripiegata su se stessa racchiusa tra le pieghe dell’anima in quella parte insondabile dove non è concesso di penetrare neppure allo sguardo più benevolo e discreto. Aveva lasciato così tutto al caso, rinnegando ogni fiduciosa speranza, ogni convinto progetto di vita. Contro le intemperie del mondo e della vita aveva opposto una corazza, la corazza del suo volto impassibile, del suo animo pietrificato. “Ha le croste al cuore” dissero di lei quando la videro sposare, senza nemmeno una lacrima Tonio, una pasta d’uomo, gran lavoratore. Ma Mariantonia non era così forse. Aveva una certa disponibilità per gli altrui casi e si prodigava anche in consigli, ma erano questi ultimi sempre freddi, enigmatici, oracolari. Nella povertà non si è mai troppo poveri da non poter offrire a chi è più povero, ma ella offriva sempre con mano segreta e frettolosa,quasi provasse pudore a mostrarsi tenera. Se poi aveva urgente bisogno di danaro non esitava a vendere le uova racimolate nel magro pollaio, lasciando ai figli una cena un po’ più magra. Per un po’ avrebbero potuto anche soffrire il digiuno, come pure avrebbero potuto raggrinzire la pelle al sole o inaridirla ai gelidi soffi di tramontana. Il futuro sarebbe stato diverso convinta che chi fosse stato prescelto una volta dalla mala sorte, ne sarebbe rimasto libero in seguito. Per il momento l’unico scopo era di far fruttare il lavoro del suo Tonio che viveva le ore antelucane lungo le mulattiere in groppa al frenetico mulo sbuffante, stracarico di carboni da vendere casa per casa, appena fatto giorno. “Bisogna fare il nodo al fagiolo” soleva ripetere Mariantonia ai suoi figli, ribadendo la necessità, nelle ristrettezze, del sacrificio e del risparmio forzato. E lei di nodi al fagiolo ne aveva fatti tanti da quando aveva lasciato la sua famiglia d’origine in cui oltre al benessere sembrava aver lasciato la sua stessa gioventù. Ma era orgogliosa e non si piegava. Mai una lacrima dagli occhi vitrei…sospiri tanti, mai un singhiozzo allo spasimo delle membra illanguidite dallo sfinimento o nervosamente contratte dalla fatica. Nel cuore gelido però  c’era amore per i figli. I figli che vedeva crescere e imboccare nella mappa della vita le strade del successo e del benessere con le scelte che lei voleva, stabiliva con cura ossessionante. Non come lei che per fatale avversione la vita se l’era dovuta guadagnare giorno per giorno con il sudore della fronte. Tali strade erano sì lastricate di rinunce, sacrifici, solitudine, ma anche di studio tanto studio sui libri logori e pezzenti delle bancarelle ; ma alla fine splendida come un trofeo, gloriosa come una vittoria…la laurea!. Aveva avuto buon fiuto Mariantonia e il tempo le diede ragione. La laurea venne e con la laurea il lavoro e con il lavoro tanta grazia di Dio, tanta roba da riempirne stanze. Ah, finalmente viveva, finalmente aveva i balconi pieni di frutta, capretti, agnelli a Natale e Pasqua, damigiane colme di vino bianco e rosso, canestri di taralli e biscotti, salumi e formaggi in quantità. E uova, tante uova che continuava a vendere. Aveva perciò messo a riposo il marito, concedendogli di trattenere il mulo a cui quegli andava a piangere la sua solitudine come ad un amico fraterno, come faceva quando andava cavalcando di notte. Padrona lei era stata e padrona era tuttora. Disponeva, progettava, consigliava a suo piacimento. Conseguita la laurea, era ormai tempo che i figli scegliessero le spose. Né lucida indovina, né esperta fattucchiera si sarebbe sentita più sicura di lei nel prevedere e provare le possibilità a tal riguardo. Era convinta che le elette dovessero essere come figlie sue e serve dei suoi figli. Che avessero un nome e un’anima non contava. Le cercava pertanto docili mansuete malleabili e con una buona dote. Le trovò. E furono malleabili, mansuete, docili. Come rivi allo stesso fiume andavano a lei, fonte e porto a un tempo. Ma ella tutti schiacciava con la terribilità del suo aspetto, tutti annullava con la gravità delle parole, tutti infine si adoperava inconsapevolmente a soffocare. Alla mano che si allungava a stringere e stritolare i figli, come un tempo le zolle di terra, essi pian piano andarono sottraendosi cercando nuovi mondi, orizzonti liberi dove l’affetto non procurasse ceppi ma ali, dove il cambiamento di vita non fosse morire ma risorgere con la nuova linfa della consapevole autonomia che non si piegasse a ricatti affettivi e abolisse tutti i sensi di colpa che l’affetto materno aveva creato nelle loro coscienze.

La lasciarono così sola in quel vecchio castello a stridere ancora una volta i denti contro un destino beffardo che si era presa gioco di lei, ormai per l’ultima volta, gettandola in pasto a una disperata solitudine.

Di lì a poco Mariantonia morì. I figli non parteciparono al suo funerale. Inviarono ricchi fasci di rose.

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Per voi un altro dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto”, organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91.

IO NO – di Tina Caramanico

Gli altri esseri della mia specie, quando sono stanchi e sull’autobus si libera un solo posto in mezzo a due persone, si precipitano a sedersi. Io no.

Ho 18 anni, sono una ragazza normale, intelligente e sono obesa.

Gli altri pensano che gli obesi siano allegri e abbiano un buon carattere. Io sono introversa, orgogliosa e abbastanza insopportabile, quando mi ci metto.


Ho avuto tre storie d’amore, o giù di lì. Il primo si chiamava Giacomo e non ha mai voluto nemmeno baciarmi. Mai uscire insieme. Si vergognava troppo a farsi vedere con me, la cicciona. Però si faceva fare i compiti di matematica, che lui non capiva neppure di striscio. Io lo aiutavo, ascoltavo le sue confidenze, facevo l’amica. E accettavo di essere messa da parte tutte le volte che compariva la strafiga di turno, che se lo portava via per un po’. Fino al successivo compito di matematica. E fino a che non mi sono stufata, e sono riuscita a mandarlo a quel paese. Mi sono detta: “Uno così, mai più.”

Infatti il secondo si chiamava Luca e la matematica la capiva benissimo. Però dovevo aiutarlo a fare i compiti di Italiano: scriveva da cani e non ci si capiva mai niente, nei suoi temi, finché non ci mettevo mano io. Per il resto, stessa storia.

Adesso sono di nuovo innamorata, lui si chiama Francesco, è uno della mia scuola. E’ bellissimo, ha i capelli neri e un po’ ricci, gli occhi scuri, la bocca da baciare. Ci conosciamo già, ci siamo già parlati: lui mi saluta gentilmente quando ci incrociamo in corridoio o nell’atrio. Ma questa volta non deve andare come al solito. Io sono sempre grassa uguale, però mi è venuta un’idea che farà la differenza.

L’ho fatto. Ho chiesto la sua amicizia su FB, con un nuovo profilo e una falsa foto. Abbiamo cominciato a chattare e a scambiarci messaggi. L’ho colpito, moltissimo. Vorrebbe vedermi. Gli ho fatto credere che forse sì, prima o poi potremo incontrarci. Sono riuscita a farmi dire quello che gli piace in una donna, cosa vuole fare da grande, come passa il tempo ora, che tipo di amici ha, che musica ascolta. Così recito la parte giusta, dico sempre quello che lui vorrebbe io dicessi e faccio sempre proprio le cose che lui spera io faccia. Intanto continuo a incrociarlo in corridoio a scuola, a dirgli a stento ciao e a sentirmi morire.

Lui non mi vedrà, mai. Conoscerà solo la mia anima. Si innamorerà di questa straordinaria ragazza misteriosa. Si tormenterà per conoscerla. Ma io lo farò impazzire d’amore e poi lo pianterò in asso: mi sposerò con uno pseudo-fidanzato, andrò a fare l’artista a New York, o chissà. Non potrà mai, mai dimenticarmi. Penserà a me con qualsiasi ragazza lui si metta. Mi amerà, per sempre.

Questa cosa continua da mesi, ormai, e io non ne posso più. Mi scrive cose dolcissime, poi lo incontro e gli dico ciao, e lui dice ciao senza neppure vedermi davvero, con gli occhi vuoti. E io vado a casa e mangio. Mangio tantissimo. Quando rientro i miei non ci sono, sono al lavoro fino a sera. Io, senza neppure togliermi lo zaino, vado diretta in cucina, apro prima il frigorifero, poi il cassettone delle provviste, poi anche il pensile della colazione: tiro fuori quello che c’è, senza scegliere, e mangio tutto. Non mi accorgo nemmeno bene di quello che mando giù: comincio magari dal gelato, poi il formaggio, il salame col pane, ancora gelato, la torta, qualche merendina, gli avanzi di risotto e così vado avanti finché c’è ancora qualcosa da ingurgitare, finché non è finito tutto. Alla fine lo stomaco è così pieno che mi fa male, però io sono stordita a puntino e non sento più la disperazione, l’impotenza e la rabbia, se non come si sente ancora qualche tuono in lontananza dopo che il temporale è passato.

La sera poi sono ancora disgustata da me e dal cibo, e a tavola per cena neppure mi siedo. Mia mamma vede il frigorifero vuoto, vede la mia faccia, e non sa cosa dire; infatti non dice niente, non mi guarda nemmeno, per l’imbarazzo. Io mi sento in colpa, mi faccio schifo, ma il giorno dopo ricomincio e faccio lo stesso.

Ovviamente è questo il vero motivo per cui, tra una dieta e l’altra, continuo ad essere grassa. Ma nessuno lo sa e immagino nessuno lo capisca. Non mangio per fame, e la volontà non c’entra. Tra un mese tornerò dal dottore, mi peserà, vedrà che sono ancora ingrassata e mi chiederà, come al solito: “Ma cosa hai mangiato?” Io, come al solito, dirò: “Niente, dottore, qualche gelato di troppo quando esco con gli amici.”

Malgrado tutti gli sforzi e i buoni propositi, non sono riuscita ad andare fino in fondo. Mi sono detta: cosa me ne faccio di un ragazzo che forse mi ama, ma che non sa neppure chi sono? E così ho stupidamente deciso che potevo rischiare e rivelarmi.

Mi sono parata a festa, cercando di non dare troppo peso alla fastidiosa ma irrecuperabile realtà della mia mole: taglio figo dal parrucchiere, sandali ingioiellati, smalto rosso scuro, trucco come si deve. Vestito come al solito un po’ troppo stile cinquantenne, ma comunque il meglio che sono riuscita a trovare in giro della mia taglia. Mi sono guardata allo specchio, cercando di convincermi che quello che vedevo era, in fondo, passabile; ho fatto un respiro profondo e sono uscita, incontro al mio crudele e meritato destino.

Non sto qui a dilungarmi, tanto lo sapete anche voi come andrà a finire questa storia. Lui ci ha messo un bel po’ anche solo a capire di che cosa stavo parlando: evidentemente le sue eteree fantasie sulla ragazza che gli piaceva tanto non riuscivano proprio a conciliarsi con la presenza ingombrante di quella specie di balena col vestito nuovo di fronte a lui, che gli ripeteva parole prive di senso compiuto: “Quella di FB in realtà sono io”. Poi, finalmente o purtroppo, ha capito e ha manifestato il suo dolore. E’ stato tremendo per me vedere la sua delusione, la sua rabbia, le sue lacrime; lì, davanti a me, si è messo a piangere il suo amore perduto. Io lo guardavo e l’unica cosa che riuscivo a pensare era: “Dopo passo dal supermercato a comprarmi la cioccolata“, mentre lui a poco a poco smetteva di piangere e mi guardava un po’ triste e un po’ colpevole, come se improvvisamente si fosse reso conto che anche per me quella faccenda non doveva essere una passeggiata.

“Scusa” ha mormorato allora scuotendo la testa “io non posso… Scusami.” E questo è tutto quello che è riuscito a dirmi. Comunque è andata meglio delle altre volte, a ben vedere.

Adesso sono qui, a casa, seduta davanti a un barattolo grande di cioccolata, che ho appena svuotato, e persa in mezzo a un mare di briciole. Però sono lucida: forse perché la botta è stata troppo forte.

Metto via il barattolo, spazzo via le briciole: mi serve un po’ di pulizia, adesso. Devo fare qualcosa. Voglio guarire: non so da che cosa, non so che razza di malattia ho di preciso, ma voglio guarire. Forse ci vorrà un altro medico, forse un chirurgo, forse uno psichiatra. Forse ci vorranno i miei genitori, i miei amici veri, il mio gatto, il mio blog. Forse io, ci vorrò: questa volta voglio stare tutta dalla mia parte, senza farmi più la guerra, non me lo merito. Adesso davvero non so cosa posso fare, ma ho diciotto anni soli, prima o poi lo capirò.

Sono una tosta, io, e non morirò, neppure questa volta, se mi impegno.

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Vi proponiamo l’ultimo, ma non per importanza, dei racconti finalisti del concorso letterario “Scrivi un racconto”, organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91. Seguiranno altri racconti non qualificatisi come finalisti, ma che riteniamo comunque meritevoli di pubblicazione.

L’ALTRA ETA’ – di Paola Barbara Dalla Riva

Alla mia età si gode dell’inqualificabile privilegio di non dover più nascondere la solitudine, anzi la si vive a testa alta. Guardo quelli che mi stanno attorno e sorrido, maligno, vedendoli arrabattarsi nelle loro vite da niente, così vicini a me, alla mia vita che è stata una vita da niente.


Purtroppo il fisico impone dei limiti precisi: la mattina non ci si può alzare veloci dal letto, pena la caduta lunghi distesi sul pavimento. Bisogna mettere giù prima le gambe, poi raggiungere con fatica la posizione seduta, riguadagnare l’equilibrio perso nel sonno e piano, ma proprio piano, arrivare alla posizione eretta.

C’è un odore sgradevole nella mia camera che mi fa spalancare le finestre anche nelle migliori giornate d’inverno: è l’odore della vecchiaia che non se ne va mai del tutto, neanche arieggiando la stanza per ore, neanche lavando i pavimenti e profumando le stanze, rimane sempre il mio lieve sentore che mi rende antipatico e comprensivo a me stesso.

Quando è morta Maria, lasciandomi ufficialmente solo dopo 40 anni di vita in comune, mi sono sentito libero e solo per la prima volta nella vita.

Perché non ho più avuto bisogno di fingere e mentire a nessuno. Posso starmene chiuso, tra queste quattro mura di mia proprietà, passare le giornate a guardare il soffitto senza dover giustificare la mia sospetta immobilità, cosa che invece sarei stato costretto a fare se mi fossi atteggiato così a trent’anni ma non ne avevo il coraggio, io non sono mai stato un uomo audace. Adesso invece, con l’espediente spendibile della vecchiaia, posso rifiutare gli inviti, rompere i contatti con il mondo e riflettere finalmente su di me e su chi mi è stato attorno per tanto tempo.

Mia figlia si alleggerisce la coscienza invitandomi a pranzo la domenica, la sua buona azione settimanale. Siamo così distanti che mi vengono le lacrime agli occhi a guardarci durante i nostri convivi programmati: i loro sorrisi di circostanza, le domande di prammatica e io che non riesco a domandare a mio genero se fa ancora quel lavoro terribile che lo ha portato all’esaurimento nervoso ma mi confermerei rimbambito, come sospettano, se glielo chiedessi: è pallido, le posate tra le sue mani tremano, occhiaie rossastre reggono i suoi occhi e non ho il coraggio di dirgli come risolvere il problema perché la tragedia, alla mia età, è che le soluzioni sono evidenti e nessuno le ascolta.

I miei nipoti mi guardano di sottecchi, mentre mangio. A volte produco spiacevoli risucchi nel sorbire la minestra o mastico a bocca semiaperta e calco la mano in questi sgradevoli vezzi di vecchio solo per confermarmi il loro disagio, il distacco della giovinezza dagli insanati difetti dell’ultima età.

Sembra passata un’eternità da quando mi correvano incontro, piccoli pazzi scatenati, trasalendo alle mille imprevedibili note della mia voce che narrava fiabe, sentieri del sonno spaventevole e fatato dell’infanzia. Adesso è difficoltoso anche il contatto fisico, i baci relegati alle grandi feste.

Durante la settimana tutto scorre tranquillo e prevedibile: con l’età i contatti con il mondo si fanno più rarefatti. L’unica persona che vedo è la signora rumena che fa le pulizie ed è gentile, quasi commovente nel suo timore di commettere un errore fatale che le farebbe perdere il lavoro. Io invece sono odioso, chiuso nel mio spaventato razzismo, incapace di pensare con la mia testa al di là degli orrendi proclami che mi instillano dentro una sconsiderata paura del diverso da me. In quei momenti mi sento solo un vecchio: non comunico con i miei simili, mi rannicchio su di me, corrucciato ed estraneo a chi mi sta accanto, anche se riconosco, come fossero mie, le note dei loro sentimenti ma non riesco più a mettermi in contatto, come se si fosse rotto un meccanismo, essenziale per la sopravvivenza delle emozioni.

Gli altri, tutti, stanno a distanza di sicurezza ed è meglio così perché io sento che sarebbe facile farmi del male: da vecchi si diventa fragili, incapaci di reagire a qualsiasi offesa, tanto che a volte diventa pericoloso avere accanto persino un figlio.

Durante il giorno e nelle notti di poco sonno mi sono imposto di non abbandonarmi alla televisione. C’è stato un periodo in cui avevo scoperto che era comodo lasciarsi andare a questo sonnifero di poco prezzo, ma ho intuito che, se avessi continuato su questa strada, avrei smesso di vivere ben prima del termine della mia esistenza fisica. La televisione però è stata utile per capire come oggi le cose si siano terribilmente complicate dal punto di vista delle tipologie di umanità, mentre quando ero giovane io era tutto più semplice: c’erano i cretini, gli intelligenti e noi, le vie di mezzo.

Adesso invece si è fatto avanti un altro genere, prevalente su tutti gli altri, fatto di persone in apparenza sensate, di una sensatezza frutto di luoghi comuni per cui, grattando, sotto un vocabolario che tutti eguaglia negli sproloqui sull’effetto serra e i cibi biologici, si trova il vuoto o quello che ai miei tempi, con minor fantasia, si definiva stupidità.

Io, comunque, di stupidità ne ho avuta da vendere come dimostra il mio rapporto con le sigarette: fumare è stata una grande consolazione e una sicura compagnia. Quando ho smesso, ho affrontato giorni terribili nei quali le ore, le passioni, gli affetti, tutto si è improvvisamente svuotato e in poco tempo ho preso atto, sgomento, dell’importanza delle cicche nella mia vita. Mi è sempre rimasto in bocca il sapore di quei giorni insensati nei quali tutto potevo sentire fuorché il vanto di essermi affrancato dalla mia tossicodipendenza.

Così ho cominciato a correre, anzi, a scappare, perché chi corre da qualcosa scappa e io scappavo da me, dal vuoto che mi mangiava e a un certo punto non ho più potuto tornare indietro perché sarebbe stata una resa alla mia ineguagliabile pochezza.

Maria, mia moglie, di debolezze invece ne aveva poche, una tenacia che bastava per due, un cuore grande ma, come tutte le donne del suo tempo, una persona terrorizzata dal proprio corpo. Della prima notte di nozze conservo il ricordo della sua vergogna e della mia paura. Io sentivo di avere il diritto di prendere il suo corpo, per la prima volta legittimamente mio e invece sono rimasto inerte, con il suo essere tremante contro di me. Noi veniamo da un tempo in cui il sesso non esisteva ma determinava ognuna delle nostre azione disegnando per noi un futuro di figli imprevisti che ci capitavano addosso, come grandine sui contadini. Maria era angosciata dall’imprevedibilità delle gravidanze e dal timore che troppi figli ci facessero sprofondare nella miseria ma era anche una donna colta, per cui la nostra è stata una sessualità controllatissima, salvo poi scoprire che per noi il problema non era quello di evitare le gravidanze ma di averle. Nonostante quest’ombra, alla fine, quando di solito la gente si perde o si rassegna a vivere fianco a fianco da estranei, noi ci siamo ritrovati.

Dopo la menopausa, Maria si è lasciata andare a se stessa obbligandomi a scoprire, in ritardo di trent’anni, una donna che non avrei mai immaginato. Il nostro matrimonio è rinato mentre quelli degli altri si arenavano nell’attesa dei successi dei figli o nella pena per le loro sconfitte e nella naturale, patetica adorazione dei nipoti.

Ecco sono queste le riflessioni che scandiscono le mie ore dentro la casa di riposo in cui mia figlia pochi giorni fa ha deciso di farmi soggiornare. Anche se nessuno mi ha chiesto niente, non sono arrabbiato perché il mio internamento ha avuto, come contropartita, la resurrezione di mio genero, motivo di per sé già sufficiente a farmi sentire utile al termine della mia vita. Ernesto adesso si alza alle 6, inforca fiero la bicicletta e corre alla sua tabaccheria, quella comprata con il ricavato della vendita della mia casa e rimane là 10 12 ore al giorno, dopo anni, sereno.

Qui in casa di riposo non sto male, sempre meglio della vita di Emilio che si ritrova ai giardini pubblici, in compagnia di povere donne straniere, in paese straniero, costretto ad assistere silente ai loro dialoghi monchi e incompresi.

In fondo alla coscienza mi rimane un unico tarlo: aver trattato male mia madre nei suoi ultimi anni di vita, quando era diventata fragile e aveva bisogno di me e ognuno dei suoi sorrisi nasceva solo come riflesso, condizionato, dei miei. Quando mia madre è scomparsa sono riapparsi, fantasmi insostenibili, il mio tono sprezzante, la faccia da schiaffi che opponevo ad ogni sua timorosa domanda, la rabbia sottostante ad ogni mia risposta, anche se le mie reazioni avevano una loro logica, tardive risposte alle sue mancanze di giovane madre.

Sono questi i rimorsi che tornano dal passato e spesso mi portano le lacrime, lacrime di vecchio, di doppia impotenza, mentre nella mia camera assisto, ogni volta stupito, anche dopo 80 anni, al sorgere potente di una natura irrimediata e ritrovo il ciclo dei miei respiri nella credenza dell’alba e del tramonto, consolatoriamente sempre uguale a se stessa.

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Vi presentiamo uno dei racconti partecipanti al concorso che, seppur non arrivato tra i sette finalisti, riteniamo meritevole di pubblicazione.

LA CHIAVE DI IS MOLENTIS – di Sabrina Spinella

E non aver altra responsabilità che questo foglio bianco, è la pace. Il sole ancora caldo di ottobre, zanzare con una storia già finita, silenzio. Parole grasse di inchiostro scadente, una pelle da bambina ancora addosso. Improvviso. Oggi non sapevo chi volevo essere. Studiosa o sportiva o solo accogliente. Ma anche nulla, per un pomeriggio. Magari senza dolore fisico, quasi solo già per questo felice. Ben disposta verso gli spiriti, si, venite a trovarmi ora che è il momento perfetto. Ho bruciato anticipatamente la cena, così, già assolto a questo compito, posso accendere candele che solo alla banalità possono apparire sprecate di giorno.


C’è un verde perfetto che suona nei campi, un nuraghe di pietra senza storia o destino, un suono di campana troppo moderno per desiderare rispondere. C’è un corpo d’acqua, una paura di mare profondo che pure mi ha regalato misteri e bellezza. Come la chiave spezzata sulla spiaggia di Is Molentis. Una semplice cordicella da appendere al collo, consunta da centinaia di viaggi sulle onde. Attaccata, una chiave. O meglio la testa di una chiave, solo la parte rotonda, perduta invece per sempre la combinazione di incastri. La mia mano l’accarezza, solo a guardarla troppo a lungo potrei essere sopraffatta dalla meraviglia, per ora è anche troppo, meglio riporla nella tasca dei jeans.

Ma non posso non immaginarne la storia.

Chi, se non una donna, può legarsi al collo una chiave? Decidere di portarsi addosso i propri segreti o quelli altrui. Ma una donna può legarsi alla pelle anche la propria tragedia, soprattutto se non vuole che vada in suppurazione.

Vedo una donna di mare, con la pelle color mattone, pesca piccole alici sul molo; se saranno poche le mangerà per cena, se saranno molte le venderà al ristorante in fondo al pontile. Tace, anche dentro. Ogni tanto passa un dito sulla chiave color rame che si è messa al collo ventiquattro anni prima. La tiene sempre, anche quando si tuffa nell’acqua calda del mare dipinto, anche quando fa l’amore, anche quando va in ospedale.

Una chiave semplice che forse non funziona nemmeno più. Del resto non apre il cassetto di cui è padrona dal giorno in cui si è trasformata in ciondolo. La donna conosce perfettamente gli oggetti contenuti all’interno. Ci sono due cassette da stereo, la voce registrata di un uomo smarrito che ha provato a cercarsi fra i tasti di un pianoforte, ma senza talento. Dodici canzoni, nessun capolavoro, ma una è stata scritta per lei. Niente altro. Nemmeno una lettera o un biglietto o una rosa schiacciata tra un libro di poesie. Solo quelle canzoni, solo quella canzone. La donna l’ha ascoltata molte volte il giorno in cui lui è partito, poi mai più.

Ogni giorno venuto dopo è un giorno di vita postuma. Da allora lui forse passeggia per i boulevards parigini abbracciato ad un altro uomo, lei pesca.

A volte la sabbia le sembra la propria pelle macinata fine, a volte le settimane se ne vanno in clinica a farsi operare e tornano dopo una lunga convalescenza, a volte sceglie l’amore di un pittore tenace che per qualche ora sa ricomporla. Si scambiano bellezza, senza ripensamenti. Lei si fida di lui, perché non le ha mai chiesto cosa apra quella chiave.

“Non aprirà mai niente – pensa lei – o dovrei vivere tutta un’altra vita. Invece voglio stare qui, alle mie spalle le rocce-animali sembrano proteggermi, i pescatori mi salutano come piace a me, tacendo nelle loro reti.

Questo mare è troppo limpido per andarsene. In alto, i Fenici respirano ancora. Il sole ha tatuato la parete del ristorante, la vita avrà sempre un motivo fino a che non lo intonacheranno di nuovo. Qualche turista guarda spaesato questa Sardegna diversa, ma a me è necessaria l’immobilità, e quei pochi panni a prendere il vento”

Senza un rumore, senza un preavviso, senza un anticipo di movimento, la parte inferiore della chiave le resta fra le dita.

“Potrei sparire o inventarmi bestemmie. Potrei piangere, se non fosse così noioso. Potrei maledire il tempo, il sole o il sale che l’hanno corrosa da dentro come un’ osteoporosi di donna. Potrei odiare questo pomeriggio o semplicemente tornarmene a casa.”

Ma continua a pescare. Un attimo prima che sia buio e già tardi, si sfila la corda e la lascia al posto del secchio ormai pieno di pesci.

“Se stanotte un’onda più alta vorrà prendersela, è sua. Io vado verso lo studio del mio amante, questa notte potrà dipingermi nuda davvero”.

Chissà se è andata così. Potevo immaginare storie sorprendenti, tesori nelle caverne, sudici bordelli in cui si nascondevano carni disfatte e segreti paralleli. Personaggi coraggiosi occupati in missioni straordinarie, scienziati dal cervello acuminato o bambini segregati. Ma era solo una donna, come me, decisa a portarsi addosso il proprio amore e poi pronta ad osarne un altro.

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Vi presentiamo un altro racconto partecipante al concorso Scrivi un racconto, organizzato da i-LIBRI in collaborazione con la casa editrice Zero91.

Oltre lo specchio *

* Il racconto è ispirato ad una foto opera di uno dei maestri contemporanei della fotografia, lo statunitense Gregory Crewdson.(vedi la foto)

I personaggi che abitano gli scenari pensati da Crewdson sono spesso colti in atteggiamenti sospesi, a metà fra un prima e un dopo, e hanno dipinte sul volto espressioni di turbamento o preoccupazione, come se qualcosa di straordinario o sconvolgente stia accadendo o sia già accaduto. L’atmosfera che si respira è a tratti onirica, surreale. Scenografico l’uso della luce, quasi sempre al crepuscolo, che taglia lo spazio e l’aria aumentando la drammaticità del momento.


Prima ancora di aprire gli occhi quella mattina Alice percepì qualcosa di vagamente strano, una sensazione simile a quella che si prova nello svegliarsi in una camera e in un letto non propri. Ma non erano le lenzuola a sembrare diverse al tatto, il servomuto davanti al letto era sempre nella stessa posizione, e anche il posacenere pieno di cicche che Umberto lasciava sul comodino quando lei non c’era era il solito, almeno a giudicare dall’odore che impregnava la stanza. Era proprio una sensazione fisica. Era come se fosse il suo corpo a percepire in modo diverso il suo solito pigiama. Lei che aveva sempre adorato la sensazione fresca della seta sul corpo, ora la sentiva fastidiosamente fredda. Si alzò per controllare che i termosifoni fossero accesi. L’elastico dei pantaloni del pigiama le si adagiò mollemente sui fianchi in una posizione quasi obliqua in modo inconsueto: “Strano”, si disse, “questa volta lo stress della tournè deve aver funzionato da dieta”.

Lei era sempre stata fin da bambina abbastanza robusta. A volte, soprattutto da ragazzina, rimaneva stupita del fatto che nonostante le modelle fossero sì della sua altezza, ma mediamente anche tre quattro taglie meno di lei, gli uomini non avessero mai mancato di corteggiarla. Sarà che il tipo mediterraneo agli uomini piace, ma comunque l’aspetto sociologico della questione non la interessava più di tanto. E poi aveva sempre creduto, forse illudendosi, di aver fatto innamorare uomini più diversi fra loro, per la sua testa più che per il suo seno taglia quarta o altri dettagli.

Andò in bagno, il primo pensiero ancora ad occhi chiusi era liberare la vescica. Aveva dormito per dieci ore di fila. Durante quel momento di piacere puro da soddisfazione di bisogni primari, si formò il secondo pensiero. Andare alla bilancia e togliersi questa curiosità: aveva perso un paio di chili o no?

Fu lì, in quel preciso istante, che passando davanti allo specchio “la” vide.

Era una ragazza alta quanto lei, ma molto più magra, esile, la pelle chiarissima e quasi trasparente, messa ancor più in evidenza da due occhiaie scure intorno agli occhi. Chiarissimi, azzurri con un contorno sfumato di verde.

E si trovava dentro il suo pigiama.

La prima reazione non fu paura, ma stupore.

Sembrava uno di quei cuccioli di cane o di gatto che per la prima volta incontra uno specchio passandoci per caso davanti saltellendo intento nel proprio gioco. Allora si ferma di botto, torna indietro, guarda quella figura strana davanti a lui da diverse angolazioni, ruota il capo a compasso verso la spalla, prima a sinistra e poi a destra, con gli occhi fissi negli occhi di quella strana creatura, stupito del fatto che al suo spostarsi si sposti insieme e come lui. E poi quel gesto tipico con la zampa, a cercare di prendere quello strano animale e invece scontrarsi con quella superficie assolutamente liscia e fredda.

Anche Alice fece lo stesso identico gesto, ingenuo e istintivo, di toccare con la mano lo specchio in corrispondenza del suo viso. Di quel viso. Che era davanti a lei, e la fissava da dentro lo specchio. Ma non era lei, pur essendo lei.

Non riusciva a realizzare un pensiero compiuto. Non riusciva neanche ancora a chiedersi perchè.

Ancora doveva capire se fosse vero quello che le stava capitando.

Si sedette impettita sul bordo della vasca, non lasciando neanche per un attimo di guardare dritta negli occhi quella donna di fronte a lei. Lo fece soltanto per alcuni istanti per controllare che lo specchio fosse sempre lo stesso, lo guardò da sotto, di profilo, lo scostò dal muro, pensando ad una diavoleria tecnologica di Umberto messa al posto dello specchio in bagno per stupirla.

Riuscì addirittura a pensare cose di questo genere, prima di arrendersi all’evidenza del fatto che, a parte quello che rifletteva lo specchio, il suo corpo era veramente cambiato.

Si appoggiò alla parete guardandosi come ipnotizzata quei piedi nudi.

Scivolò lentamente giù. Seduta a terra, fu allora che provò la prima sensazione fisica diversa, a parte il fattore visivo. Il sedere ossuto, così diverso da quelle natiche rotonde dietro alle quali gli sguardi degli uomini normalmente rimanevano incollati, appoggiandosi sul pavimento incontrava una superficie altrettanto rigida, e questo creava contrasto e anche un certo dolore fisico al quale non era preparata.

Fu in quel momento, mentre contemporaneamente un pensiero molto frivolo e assurdo in quel contesto le passò veloce per la mente (“Piacerà ancora a Umberto il mio sedere?”), che si affacciarono i primi sintomi concreti di paura. Quel cuore di chissà chi che aveva dentro, cominciò a battere furiosamente, se lo sentiva scoppiare in gola, nelle tempie, l’aria nel bagno mancava anche se la finestra era aperta.

Andò giù in cucina, a prendere un bicchiere d’acqua. Lo bevve, ma non bastò certo a farla sentire meglio.

Anzi, ogni piccolo gesto produceva sensazioni sgradevolmente sconosciute. Nel bere le capitò di concentrarsi sull’interno di una bocca evidentemente non sua. Cominciò a leccarsi la superficie dei suoi denti e li sentì diversi. Di nuovo corse in bagno per guardarseli. Una fila di denti perfetti ma diversi dai suoi. Di un colore non esattamente bianco, come spesso hanno le persone dai capelli rossastri. Aprì la bocca, analizzando prima l’arcata superiore e poi quella inferiore, si scoprì otturazioni e capsule in posizioni diverse da quelle che sapeva di avere.

Cominciò ad osservarsi i polsi, così sottili, le unghie ovali su delle dita lunghe e molto affusolate. Si alzò la casacca del pigiama di seta e scoprì quel ventre piatto come quello di un ragazzino adolescente, con il nodo dell’ombelico sporgente. Non quella fessura morbida e profonda in cui Umberto adorava affondare la lingua. Si spogliò freneticamente, quasi strappandosi di dosso il pigiama. Niente del suo corpo di prima era rimasto uguale. Solo i suoi ricordi erano rimasti gli stessi.

Avrebbe voluto piangere, disperarsi, chiudere stretti gli occhi come fanno a volte i bambini con la speranza di addormentarsi e risvegliarsi da un brutto incubo. Il pensiero di telefonare a sua madre o a sua sorella e spiegare quello che le era successo la sfiorò solo per un attimo, ma in quel momento le sembrò che sarebbe stata un’azione che avrebbe potuto solo peggiorare l’orrore che stava vivendo. Niente e nessuno avrebbe potuto confortarla o aiutarla in quel momento, o almeno così le sembrava.

Ad un tratto un pensiero riuscì in qualche modo a tranquillizzarla. Le venne in mente di fare qualcosa che quantomeno le avrebbe permesso di prendere tempo. Si scoprì una sorta di fredda razionalità che non le apparteneva. Così prese il telefono e senza aspettare, per il timore di cambiare  idea, chiamò Umberto.

Il telefono squillò a vuoto, e lei riattaccò quasi sollevata. Subito richiamò lui.

“Ciao amore ho visto la chiamata, sei tornata? Io, guarda, ho avuto una riunione imprevista e arriverò dopo cena ormai, mi perdoni?”

“Certo… neanch’io sono ancora arrivata”. Mentre pronunciava quella brevissima frase, si rese conto che (come aveva fatto a non pensarci) anche la sua voce era diversa. Con una prontezza che la stupì simulò un calo di campo e poi fece cadere la linea. Scrisse un sms sintetico ma dettagliato dove gli spiegava che la sua tournè sarebbe prolungata di qualche giorno e che ormai però quella sua amica tedesca, Helen, era a Firenze e si sarebbe trattenuta a casa loro nel frattempo. Gli dispiaceva? doveva dirle di andare in albergo?”

Lui ci mise un po’ a rispondere, ma poi arrivò un sms laconico dove diceva che no ovviamente non era il caso di farla andare in albergo. Tanto lui sarebbe stato fuori tutto il giorno. Finì con “E fatti sentire presto. Ciao, bacio”.

Passò le ore del pomeriggio sforzandosi, neanche più di tanto, di non pensare alla sua situazione. Quella situazione era assurda, era inutile pensarci. Si scoprì determinata come mai prima a risolvere il problema del momento: incontrare Umberto “sottoforma” di Helen, e poi anche studiare, prevedere le difficoltà alle quali sarebbe andata sicuramente incontro di lì a pochi giorni. Andò ad un bancomat e con la “sua” carta ritirò il massimo che poteva prelevare per quel giorno. Avrebbe fatto la stessa cosa nei giorni seguenti, e almeno per un po’ almeno il problema di liquidi lo avrebbe risolto. Perchè ovvio, non sarebbe potuta andare alla sua banca a prelevare denaro personalmente dentro il corpo di un’altra.

Scendendo per strada incontrò prima il portiere, poi un paio di commessi di negozi sottocasa che normalmente la avrebbero salutata. Lei si concentrò nel non farlo sperando che non si accorgessero che indossava abiti di Alice troppo larghi per lei. Ma no, erano particolari che non li riguardavano, in fondo poi era un’amica di Alice e fra amiche ci si prestano gli abiti.

Comunque la prima cosa che fece fu andare in una boutique che non frequentava mai per comprarsi qualcosa. È strano a dirsi, ma provò come una specie di piacere nel non possedere assolutamente niente, e comprarsi un guardaroba base. Basta con le ridondanze, si scoprì a pensare, solo oggetti essenziali e che servano veramente. Basta ad ogni cambio di stagione la straziante scelta di oggetti di vestiario da eliminare, borse, scarpe, che servivano soltanto a riempirle l’armadio e le valige. Fu allora che le venne in mente di dover “liberarsi” della valigia non ancora disfatta. Si provò velocemente due paia di pantaloni taglia quaranta, uno beige e uno nero, tre camice, due maglie, un paio di decoltè tacco 8 nere, un paio di Hogan beige, una borsa rossa. Mai posseduta prima una borsa rossa. Uscendo vide uno spolverino di un improbabile blu ciano che pensò essere adatto per una tedesca bionda: lo prese senza provarlo. La commessa, stupita, incassò soddisfatta.

Mentre si avviava verso casa pensava a come far sparire la valigia senza lasciare tracce. Le sembrava di dover far sparire un cadavere. In fondo si stupì a pensare che non ci fosse poi così tanta differenza.

Intanto la avrebbe messa in garage, poi in un secondo momento avrebbe trovato il modo di eliminarla.

Si stava facendo buio. Era fine agosto, e le giornate stavano velocemente scorciando.

Fece una doccia al suo nuovo corpo. Anche il semplice gesto di passarsi la spugna, la stessa sua spugna di sempre, sulle cosce, sulla pancia, sulle braccia, provocava una sensazione diversa. Ma non sgradevole. Era quasi come accarezzare il corpo di una persona diversa da sè, da cui si è attratti, perciò provare e provocare piacere allo stesso tempo. Assurdo. Ma non c’era assolutamente tempo di analizzare troppo le sensazioni, Umberto poteva rientrare da un momento all’altro. Ancora nuda, si asciugò i capelli sottilissimi con il phon in un tempo velocissimo rispetto al “normale”. Poi quasi senza rendersene conto si sdraiò sul letto sfatto, sentì pervaderla un senso di benessere, inspiegabile vista la situazione, forse dovuto alla doccia calda che aveva attuttito ogni pensiero più o meno razionale. Cominciò a lisciarsi prima quel ventre teso come la supericie di uno specchio, poi scese con la mano verso il pube e cominciò con le dita sottili ad esplorare quella vagina sconosciuta, piccola e stretta ma caldissima. E molto bagnata. Non si accorse della chiave che girava nella toppa, nè della presenza di Umberto nella stanza. Di certo non era lucida, e forse per questo le sembrò la cosa più naturale del mondo sentire quelle mani conosciute che le accarezzavano il seno. Quei piccoli seni sodi nuovi per entrambi. Quegli occhi che conosceva così bene la fissavano con una dolcezza che era la stessa con cui di solito fissavano innamorati la lei di prima mentre facevano l’amore. Poi lui cominciò a baciarla sulla bocca e per lei era così naturale sentire quella lingua amata e desiderata nella sua nuova bocca. Il suo piacere saliva come un qualcosa di assolutamente naturale ogni volta che una parte di lui che conosceva così bene la penetrava in ogni orifizio del suo nuovo corpo, anche lì dove lei solitamente si negava. Probabilmente anche per questo Umberto ebbe un orgasmo potente, come lei mai gli aveva mai visto provare prima. Lo sentì urlare ed emettere dei gemiti sconosciuti, accompagnati da tremiti del corpo violenti e teneri allo stesso tempo che scuotevano anche il corpo e la mente di Alice.

Si addormentò all’improvviso con un respiro forte e regolare di bambino felice, come spesso capita agli uomini appagati dopo l’amore. Ma non a lui. Era una cosa di cui andava molto fiera con le amiche, avere un uomo che non si addormentava subito dopo, che continuava ad accarezzarla e parlarle dolcemente. Che scema. Veramente scema.

Si ricordò di quella spilla che aveva appoggiato sul servomuto un tempo immemorabile fa.

Si alzò dal letto per prenderla, muovendosi come una gatta fra gli oggetti sparsi per terra da Umberto senza fare minimamente rumore. Era una spilla da folulard d’argento in stile decò, con una ametista dal taglio rettangolare e due perle di fiume che insieme andavano a formare una macchinina futurista, un oggetto che aveva fatto notare a Umberto in una vetrina di un antiquario di via Maggio e che lui qualche tempo dopo le aveva regalato.

Che stronzo, sì ci aveva pensato anche allora, ma adesso ne aveva la certezza: avrà avuto qualcosa da farsi perdonare il porco.

Non sarebbe stato difficile trovare il punto esatto, lì, proprio lì dove il petto si alzava e si abbassava nel respiro del sonno appagato. Impugnò la spilla e la passò lievemente sopra la peluria. Lui ebbe un minimo cambiamento di ritmo nel respiro. Poi si girò di spalle.

“Inutili moralismi”, pensò.

Rimise la spilla al suo posto, poi ripensandoci la infilò nella busta ancora chiusa delle scarpe tacco 8.

Domani avrebbe pensato anche alla valigia di Alice di cui disfarsi.

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CONCORSO LETTERARIO “SCRIVI UN RACCONTO”

Il sito i-LIBRI.com, in collaborazione con la Casa Editrice Zero91, organizza il concorso letterario “Scrivi un racconto”.

 

Il tema è “il cambiamento”, comunque inteso. La lunghezza di ciascun racconto non può superare le 3 cartelle, per un massimo di 9.000 caratteri, spazi inclusi.

Ogni autore può partecipare con un solo racconto. Le opere vanno inviate all’indirizzo e-mail concorsi@i-libri.com’ in formato .doc o .pdf, entro e non oltre il 9 gennaio 2011.

Nella e-mail di accompagnamento, dall’oggetto “Scrivi un racconto”, ogni autore deve indicare il proprio nome e cognome, nonché riportare la seguente dichiarazione: “Il racconto intitolato ________ è frutto del mio ingegno, non è opera di plagio, non viola i diritti di terze parti e ne autorizzo la pubblicazione sul sito internet i-libri.com e su zero91.com. Autorizzo altresì il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003”.

Si precisa che i dati personali verranno utilizzati per la sola gestione del concorso e saranno cancellati al termine dello stesso. Per ottenerne in qualsiasi momento la rettifica o la cancellazione è comunque possibile contattare l’indirizzo: assistenza@i-libri.com.

 

In giuria, insieme alla redazione de i-LIBRI.com, ci sarà anche lo scrittore e sceneggiatore Stefano Ceccarelli, autore del libro “Camilla portafortuna”, edito nel 2010 da Zero91.

Il vincitore del concorso sarà scelto entro il 16 gennaio 2011 e riceverà in premio un buono del valore di Euro 50 da spendere presso le librerie Feltrinelli, nonché i seguenti libri

offerti dalla Casa Editrice Zero91:

 

- Camilla Portafortuna di Stefano Ceccarelli

- Amore Fatale di Jesús Moncada

- Un mondo quasi perfetto di Luigi Pelazza

- Piffettoli, le fatiche di un quasi Vip di Pierfrancesco Diliberto

 

Il racconto premiato sarà inoltre pubblicato sul sito internet i-LIBRI.com e su zero91.com.

 

La giuria si riserva di selezionare altri racconti ritenuti particolarmente meritevoli che verranno pubblicati in un’apposita sezione del sito i-LIBRI.com.

Il concorso non prevede alcuna quota di partecipazione. 

i-LIBRI.com è un portale dedicato al mondo del libro in cui potete trovare recensioni, interviste, concorsi letterari, sondaggi, nonché curiosità sull’editoria e sulla storia del

libro. Il sito è dedicato sia agli amanti della lettura che agli aspiranti scrittori. E’ infatti possibile proporre per la pubblicazione proprie opere inedite (racconti e recensioni).

Zero91 La casa editrice ZERO91, con sede a Milano, si costituisce nel Settembre 2006. Il nome zero91, prefisso telefonico di Palermo, è un omaggio alla comune città di origine dei due soci che, con le loro esperienze professionali in campo grafico e televisivo, rappresentano la base portante di un

progetto editoriale ben preciso. Un esperto di fotografia e un producer televisivo sintetizzano, con la loro professionalità, il progetto editoriale che mira ad un obiettivo chiaro e riconoscibile. Siamo partiti dal concetto di FICTION che, dalla letteratura, transita ormai nel comune

linguaggio come sinonimo di racconto visivo per il cinema e la televisione. Cerchiamo, per i nostri lettori, il punto di congiunzione tra tutte le diverse declinazioni della Finzione.

Il nostro è anche un invito alla scrittura per quegli autori che abbiano già “raccontato” attraverso il cinema, la televisione o il teatro e un invito alla lettura di libri che hanno ispirato film o serie televisive premiate dal pubblico e dalla critica internazionale.

La ricchezza di una prosa più asciutta può sollecitare una fantasia impigrita? Noi riteniamo di si. Persino l’intimismo o un racconto epico sono più ricchi di suggestioni

quando si spogliano degli orpelli di mestiere che riempiono le pagine ma allontanano chi legge.

La proposta della Zero91 è, dunque, la sintesi delle affinità dinamiche della narrazione in cui l’Immagine confluisce nella Prosa e la Parola non si sottrae alla Rappresentazione.

Perché, come gli editori di una volta, ci lasciamo suggestionare. Dietro una pagina imperfetta, un testo teatrale o un soggetto cinematografico, forse, c’è un buon libro che

aspetta di essere scritto.

A volte, lasceremo che lo Sguardo cerchi da solo le Parole, creando una collana dedicata alla Fotografia. Non vogliamo sottovalutare le regole del mercato ma vendere un libro, per noi, vuol dire anche dare un’occasione alle idee. Anche in questo caso, ci lasceremo guidare dalla nostra “attitudine a osservare”, per raccontare, esclusivamente attraverso immagini, temi sociali dolorosi e attuali. Un’istantanea sulla vita. Senza filtri, senza commenti, senza retorica.

Come un ricordo.

Condiviso con la Zero91.

 

Vi informiamo che il concorso letterario “Scrivi un racconto” è terminato in data 9 gennaio 2011. Per questo motivo, i racconto ricevuti dopo le 23.59 del giorno 9 non verranno ammessi a partecipare.

Nei prossimi giorni avverrà la selezione del vincitore, il cui nome verrà pubblicato sul sito dopo il 16 gennaio 2011.

Siamo lieti del risultato ricevuto dal concorso. Abbiamo ricevuto moltissimi racconti, i migliori dei quali verranno pubblicati nel corso del prossimi mesi nell’apposita sezione.

Continuate a seguirci ed a partecipare numerosi ai prossimi concorsi che organizzeremo.

Come abbiamo già avuto modo di comunicarvi la scorsa settimana, siamo molto soddisfatti del risultato del concorso. Abbiamo ricevuto un gran numero di racconti, molti dei quali di ottima qualità che provvederemo a pubblicare sul sito nei prossimi mesi.


Siamo giunti alla fase finale. Il numero dei racconti pervenuti, di gran lunga superiore ad ogni aspettativa, ha fatto si che le tempistiche si allungassero, seppur di poco. Stanno per essere selezionati i tre finalisti, tra i quali, nei prossimi giorni, verrà scelto il vincitore del concorso, il cui nome sarà pubblicato sul sito.

Vi terremo aggiornati!

Buongiorno a tutti! Un brevissimo aggiornamento per informarvi del fatto che stasera verrà annunciato sul sito il nome del vincitore del concorso “Scrivi un racconto”, selezionato dal presidente della giuria Stefano Ceccarelli (autore del libro Camilla portafortuna, Zero91) tra i finalisti indicati dalla redazione di i-LIBRI.


Nei giorni successivi verrà inoltre pubblicato l’elenco dei migliori racconti ricevuti, che verranno pubblicati sul sito nel corso dei prossimi mesi.

Sono terminate le selezioni del concorso “Scrivi un racconto”!

Sono arrivati in redazione molti testi interessanti e non è stato semplice selezionare tra tutti un unico vincitore ma, dopo un’attenta valutazione, la giuria ha deciso di premiare un racconto dalla trama originale che ha ricevuto unanimità di consensi.

E’ con grande piacere che annunciamo la vittoria di Francesca Esposito con il suo racconto intitolato “Subway Blu“. Complimenti! Il racconto scelto come vincitore verrà pubblicato nei prossimi giorni qui sul sito e l’autrice, che sarà presto contattata, riceverà direttamente a casa il suo premio.

Vi ricordo che entro sabato verrà pubblicato sul sito l’elenco dei racconti finalisti.

Grazie a tutti i partecipanti. Al prossimo concorso!

La redazione de i-LIBRI

Come anticipato, trovate qui di seguito la rosa dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto”, che verranno pubblicati sul sito per intero nelle prossime settimane. La scelta non è stata semplice, abbiamo ricevuto molte opere valide e ci riserviamo la possibilità di pubblicarne di altre, oltre a quelle finaliste, nei mesi che verranno.

 

Un grazie ancora e venite a trovarci spesso per conoscere le nuove iniziative e concorsi che organizzeremo.

Ecco di seguito la rosa dei finalisti, pubblicati in ordine alfabetico:

CAMBIO NON SOLO D’ANNO – di Antonio Tornatore

IO NO – di Tina Caramanico

L’ALTRA ETA’ – di Paola Barbara Dalla Riva

LA SOTTILE LINEA ROSA – di Michela Guidi

LA CHIOCCIA – di Adriana Pedicini

LA PARTITA – di Giorgio Marconi

Iniziamo con la pubblicazione dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto” organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91. Vi ricordo che non esiste una graduatoria e l’ordine di pubblicazione è totalmente casuale. Il primo racconto che pubblichiamo è “Cambio non solo d’anno” di Antonio Tornatore.

CAMBIO NON SOLO D’ANNO

Antonio Tornatore

Ogni volta gli procurava un fremito di compiacimento da uomo di mondo. Anche stavolta: la mappa stampata da internet l’aveva guidato fino all’ingresso di un palazzo cupo e fuligginoso, che dal periodo Liberty non era più stato toccato. Insospettabilmente il cuore di quel palazzo era un ostello da pochi letti: un appartamento che, facendosi breccia in tutte le pareti, copriva l’intero ultimo piano.


Il palazzo era impigliato in uno di quei gomitoli di vie che formano l’anima di una città: una cantina seminterrata adibita a bar, un parcheggio trasformato in mercato rionale; oppure un appartamento vestito da ostello. Tutta la pubblicità che quel rifugio faceva di sé era la scritta hostel sulla targhetta del citofono.

Enrico stropiccia la mappa nella tasca dietro dei jeans, fa clic sull’interruttore ma l’androne del palazzo resta buio, sale all’ultimo piano e suona il campanello.
Apre un uomo, trasandato ma in maniera affascinante, con un po’ di capelli bianchi e un gran sorriso.

– Hello, my name is Enrico, I have a reservation.
– Ah sì ciao ho visto che dovevi arrivare, entra pure.

Uffa un italiano, sbotta Enrico a mente. Se uno va a passare il capodanno da solo in un ostello a Budapest ha voglia di camuffarsi dove non conosce nessuno: essere accolto in italiano gli sembra un po’ invadente.

– Poggia pure lo zaino qui. Ti devi togliere le scarpe però, lì ci sono delle ciabatte… spare, come si dice?
– Di riserva? – Quel tizio gli stona un po’ lì dentro: una sensazione a pelle.

Dà un’occhiata in giro ed è contento di aver azzeccato il posto. La luce è calda e gialla, i muri tappezzati di cartoline e cianfrusaglie. Si sfila la tracolla e lascia cadere la borsa vicino all’albero di Natale (bisogna essere sospettosi di una casa senza albero a Natale), si sfila le scarpe coi piedi e segue il tizio in cucina; barattoli, lavagnette, tazze e sedie dappertutto. Bellissima insomma.
Il tizio fuori contesto fa un segno su un registro, dice “ok” e lo accompagna in camera, lasciandolo a sistemarsi la roba e a chiedersi chissà che ci fa ‘sto vecchio a fare un lavoro da adolescente.
Dopo un po’ Enrico torna in cucina, dove il tizio è sparito e trova una ragazza seduta al tavolo che legge un libro. Sbircia con sollievo che il libro è in inglese.

– Hello!
– Hi! I’m Sue.
– Enrico, nice to meet you.

E questa è la parte che ama del viaggiare da solo.
Conoscere persone e sentire storie che a casa sua mai lo raggiungerebbero. Le persone a zonzo per il mondo si riconoscono, si sentono un po’ snob e un po’ imparentate: la famiglia dei viaggiatori solitari.
Sue sta girando l’Europa, fermandosi di città in città lavorando come insegnante di inglese, o quello che capita. Quello che le è capitato lì a Budapest è di rassettare e fare reception all’ostello, in cambio di un letto.
E tu? Chiede Sue. Enrico racconta di avere quasi trent’anni, di fare un il commesso in un negozio di elettronica (“un lavoro come un altro, pensa che neanche mi piacciono i computer”), e di spendere tutti i suoi soldi visitando il mondo: quando può un mese intero, quando non può un solo weekend.
Quindi era venuto qui da solo? Gli chiede Sue. Sì, per non sentirsi più chiedere cosa faceva a capodanno, scherza.

– Non esci a festeggiare? È quasi mezzanotte. – In tono un po’ da sfottò gli chiede il tizio italiano.
– Da solo come un coglione? No non mi va, è un giorno come un altro. – Ribatte Enrico.

L’ostello è vuoto, tutti gli ospiti e Sue sono usciti ad aspettare il nuovo anno in piazza Nyugati, c’è un concerto.

– E tu?
– Io sono vecchio, le feste non mi attirano più. – E ride forte. – Vuoi un caffè?
– Volentieri!

Il tizio prende la macchina del caffè americano, riempie la brocca d’acqua, apre il barattolo del caffè… Enrico è colpito dai movimenti staccati e precisi. Lui è uno che fa tutto contemporaneamente, in un balletto sgraziato.

– Come ti chiami?
– Ah non mi sono presentato prima?! Mi chiamo Eugenio Almondo.

Eugenio Almondo. Se lo scandisce mentalmente assaporandolo. Un nome strano, antiquato, bello? Perlomeno, ricco di significato. Eugenio Almondo. Al-mondo. Bello.

– Senti Eugenio, posso chiederti…
– …che ci faccio qui? Lo interrompe Eugenio aspettandosela… – Sto viaggiando intorno al mondo, ogni tanto mi fermo in una città che mi piace per fare qualche lavoretto, raggranellare un po’ di soldi per ripartire, fino alla città successiva. Adoro cambiare spesso città, persone, vita.

Enrico l’aveva sentito decine di volte questo stile di vita. Perfino nella stessa stanza qualche ora prima.

– Ah come Sue! Beh è originale farlo a… ma quanti anni hai? Scusa se ti chiedo…
– Figurati. Stiamo festeggiando insieme capodanno, direi che è stupido formalizzarsi. Sessantuno.
– Davvero! Voglio dire: sono ammirato! Non è comune fare questa vita a sessant’anni. La fanno tante persone, ma tutte a venti, trent’anni… quasi che ormai è banale!
– Guarda –sospirando– io ne vedo passare di ventenni o trentenni. Alla fine, hanno tutti le stesse due o tre marche di scarpe, ascoltano le stesse band più “alternative” del momento –le virgolette si avvertono nell’aria– e si atteggiano tutti con una finta posa da annoiati.

Deve avere questo discorso pronto da rifilare a tutti, pensa Enrico.

– Vedo passare di qui eserciti di alternativi, tutti uguali.
– Ma da quanto sei qui? A Budapest? Voglio dire…

Pausa. A Enrico non torna qualcosa.

– Insomma da quant’è che sei in… “viaggio”? Le virgolette si aggiungono nell’aria.
– Da quando ho vent’anni.
– Cosa?! – Occhi sbarrati.
– Ho fatto quello che tu dici che fanno tutti: sono partito per un viaggetto che all’inizio pensavo fosse di qualche mese. A Dublino, per imparare l’inglese, perché Londra mi faceva paura: troppo grande.

Adesso, pensare che una città mi fa paura mi fa sorridere. – E sorride compiaciuto.

– Ma… sei sempre stato in giro?
– Ho scoperto che amo cambiare, ho passato la vita a cambiare. I primi mesi sono diventati un anno, poi due… Non riesco ad immaginarmi fermo da qualche parte, sempre tutto uguale.
– Quindi hai cambiato sempre città… Mi viene in mente una frase di Seneca; o di Orazio, boh. Diceva che quelli che cambiano sempre il cielo sopra le loro teste non sono in pace col loro animo.
– Sì sì lo so. Ho affrontato questa conversazione migliaia di volte sai? Conosco già anche la citazione “Cambiare tutto per non cambiare niente” del Gattopardo. –Beffardo.
Ma non è solo una questione di cambiare città. C’è anche la questione della sfida. Immagina di doverti trasferire di città: è un piccolo trauma. Cambiare casa, lavoro, amici… tante persone non lo sanno fare neanche una volta.
Io ho cominciato a vent’anni e ho continuato a farlo, semplicemente. Ho viaggiato in quasi tutto il mondo. Non è grande come sembra sai? Ho conosciuto migliaia di persone e sono diventato bravissimo nel cambiare città, lavoro… a cambiare tutto continuamente insomma.
– Quindi hai continuato a cambiare per quarant’anni?

Pausa.

– Già.
– Quindi non hai cambiato niente. Fai la stessa vita da quarant’anni. – Riuscendo provocatorio ma non arrogante.
– Scusa?! Senti: “io” ho viaggiato in cinque continenti, ho vissuto in ventotto città, so cinque lingue e non so più quante persone ho conosciuto. “Io” farei sempre la stessa vita? – Altre virgolette nell’aria.
– Ma forse… il cambiamento è che tu sei in un modo, e poi sei in un altro. Quando uno cambia, non sta lì a segnarsi in quante città è stato, quante cose ha visto…
Mi sembra ci sia più cambiamento nel fare un figlio, o nel realizzare un progetto, anche abitando sempre nello stesso posto.
Insomma, cambiare è come dimenticarsi di cos’eri prima.

Eugenio tiene la tazza di caffè colle due mani e ci guarda dentro, la fragranza del fumo del caffè gli entra nel naso e gli solletica gli occhi. Il sorriso perenne all’angolo dei suoi occhi si spegne.
Da fuori si sentono il …öt! …négy! …három! …két! …egy!, l’urlo e la canzoncina della mezzanotte del nuovo anno. Enrico si distrae e pensa che sta bene: forse farà parte anche lui dell’esercito degli alternativi tutti uguali, ma passare il capodanno in modo così alternativo lo fa sentire bene.

– Buon anno Enrico.
– Buon anno Eugenio. Scusa non volevo offenderti.
– Sono vecchio per farmi offendere. – Scherza.
– Vado a fare due passi a vedere il casino in strada. Posso portarmi la tazza? Anzi, posso farmi un refill di caffè? – Ha cambiato idea riguardo al “da solo come un coglione”, ha bisogno di uscire.
– Ma certo.

Eugenio rimasto da solo si sente la gola stretta, e scoppia a piangere, singhiozza rumorosamente, non riesce a trattenersi.

Enrico entra in cucina, illuminata dal primo sole dell’anno, tenue. Sue è seduta vicino alla finestra, ha una tazza di caffè in mano, un piede sulla sedia e la gamba rannicchiata contro il corpo. Guarda fuori dalla finestra, ha gli occhi schiusi dal torpore e umidi.
Eugenio se n’è andato, la sua roba non c’è più, dice.
Enrico sorride.
Sue scuote la testa, amareggiata, e dice “Ha cambiato un’altra volta città”.

– No, magari ha cambiato vita.

Oggi per voi un altro dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto”, ed in particolare: La sottile linea rosa, di Michela Guidi.

LA SOTTILE LINEA ROSA – di Michela Guidi

Che cosa si può dire di una ragazza che, a trentadue anni, si è trasformata da tigre nel letto a granchio attaccato alle palle? Che era simpatica. Brillante. Che amava i libri, l’arte, le serate con gli amici. E me. Poi abbiamo avuto un figlio, e lei ha subito la suddetta mutazione zoologica. Dovrei dire che non mi dispiace, lo so, perché l’amore è fatto anche di piena comprensione per i percorsi interiori di chi ci vive accanto. Ma quando questi percorsi passano per la camera da letto è sicuramente necessario un piccolo sforzo in più.


Stamattina, prima di andare al lavoro, ci ho provato per l’ennesima volta. Con la camicia azzurra sbottonata (un tempo la sua preferita) e l’occhio dolce, l’ho invitata ad avvicinarsi con un gesto della mano. Lo specchio dell’armadio rifletteva un’espressione così implorante che avrebbe commosso perfino mia suocera. Ma non lei. “A quanto pare ho sposato un vero maniaco sessuale, Paolo. Non hai capito che quando c’è il bambino non mi sento tranquilla? Potrebbe svegliarsi da un momento all’altro…” Questa è la sua risposta standard da quando è nato Teo. Quella precedente era: “A quanto pare ho sposato un vero maniaco sessuale, Paolo. Non hai capito che da quando sono incinta non mi sento tranquilla? Ho paura che potrebbe fare male al bambino…”. Mi sembra di sentire già il solito coro di benpensanti, pronte a scagliarsi contro il marito che pensa solo a quello e pretende che tutto torni subito come prima, rifiutandosi di capire che gravidanza e maternità sono due momenti estremamente delicati nella vita di una donna. Il fatto è che il bambino è quasi pronto per una vita sessuale autonoma, avendo ormai tre anni e due mesi, e che io non ho più potuto toccare mia moglie dal fatidico test positivo in poi. Fate un po’ i vostri conti. Considerando inoltre che Teo vivrà con noi per i prossimi trent’anni, forse anche quaranta, cosa dovrei fare io? Farlo essiccare e farne un amuleto da portare al collo? E comunque questo è il minore dei problemi. Io vorrei semplicemente sapere perché un evento naturale come la nascita di un figlio ha praticamente resettato la mente di mia moglie,  sintonizzandola su una frequenza che mi è totalmente aliena.

Dieci anni fa mi sono mi sono innamorato di lei non solo per il suo faccino lentigginoso ed i riccioli in lotta con l’atmosfera, ma perché una delle prime notti che abbiamo trascorso insieme, abbandonata a peso morto sul mio petto, si è messa a cantare nel sonno e, alla fine dell’esibizione, si è rumorosamente soffiata il naso nel mio pigiama. E poi perché era capace di dilapidare interi stipendi in libreria, uscendone carica di tomi di storia e di arte, e di passare subito dopo al negozio di intimo, dove acquistava completini sconsigliati agli ipertesi. Perché la sua casa era sempre aperta a amici, cioccolato, sigarette e polvere. Perché i suoi gusti musicali spaziavano dai Nirvana, a Chopin, allo Zecchino d’Oro e parlava così tanto che a volte cercavo l’interruttore per spegnerla.

Sposandola ho veramente creduto di fare un grosso affare. L’ho creduto fermamente fino alla sera in cui sono rientrato a casa e l’ho trovata ad aspettarmi con lo stick in mano. “Sono comparse le due linee, Paolo. Aspetto un bambino” . Due sottili, pallide, innocue lineette rosa, che osservai stupito ed adeguatamente felice. Dopo, il diluvio.

La mutazione, a dire il vero, è iniziata abbastanza in sordina. Niente più pacchetti di sigarette in giro, nel frigorifero solo quintali di alimenti biologici, pavimenti scintillanti, cd di musica new-age sparsi per il salotto e lei sempre più assorta e silenziosa, come se si stesse lentamente accartocciando in un mondo tutto suo. Piccole cose, sicuramente del tutto normali. Ero tranquillo. Poi, un giorno, i libri d’arte e di storia sono scomparsi dalla libreria, rimpiazzati da cataloghi di articoli per bambini e manualistica varia dai titoli inquietanti: “Sarò mamma, se Dio lo vorrà”, “Mille e un modo per relazionarsi col feto”, “La psicologia infantile dai zero ai trentacinque anni”. Allarme rosso, ma ormai era troppo tardi.

Il primo anno di vita del bambino ha portato il completamento della metamorfosi. Niente più visite degli amici, per evitare di contagiare la creatura con qualche orribile virus. Niente più fumo, neanche per me: solo una sigarettina in giardino, ogni tanto e, subito dopo, doccia con disinfettante. Niente più telegiornale (destabilizzante per l’equilibrio psicofisico del poppante) né film di azione (troppo violenti). Banditi tutti i mobili con gli angoli, per fare spazio a tavoli rotondi, sedie stondate, divano circolare e librerie smussate. Niente possibilità di instaurare un qualsiasi tipo di rapporto con mio figlio (“Preferisco cambiarlo io, non voglio che prenda freddo al pancino”, “è meglio che si addormenti con me, il tuo tono di voce potrebbe disturbarlo”, “non rotolarti a terra con lui, ci sono giochi più educativi!”, solo per citare qualche esempio…). Niente possibilità di dialogo con mia moglie, ove per dialogo si intende scambio di almeno quattro parole che non riguardano il bambino.

Tutte le sere accende il suo notebook e registra minuziosamente ogni suo minimo progresso, dalla prima pappina all’ultima scoreggina. A volte si blocca all’improvviso e mi chiama, preoccupata. “Paolo, preferirei non comprargli il motorino. Magari potremmo optare per un’auto usata…” “Secondo te è meglio che si iscriva all’Università di Bologna o a quella di Roma?”. Seria. Serissima. “Viola, io direi di aspettare che Teo inizi a frequentare almeno la scuola materna. Poi ne riparleremo” Rispondo pacato, con la tipica lungimiranza paterna.

Al secondo anno di Teo non era neanche più il caso di parlare di metamorfosi, ma di vero e proprio scherzo della natura. Al terzo mi sono infine ritrovato il sopracitato crostaceo come dolorosa appendice.

Che cosa si può dire di un uomo praticamente vedovo a soli trentasette anni, ridotto a chattare su Facebook e con le mani ormai piene di calli? Che aveva avuto una moglie. Che forse aveva un figlio. Che aveva, per fortuna, una suocera.

Vittoria Martelli Morselli è una distinta signora sulla settantina, con il caschetto color argento, il canonico filo di perle ed un carattere da sergente di ferro. Quando, un pomeriggio, me la ritrovo sulla soglia di casa, mi si gelano gli umori. “Questa è venuta per bastonarmi e per dare manforte alla figlia…” penso immediatamente. Lei mi squadra per un lungo momento, in silenzio. “Ciao Paolo, Viola è in casa?” chiede sbrigativa “sì, Vittoria, è di là in sala…” “e Teo?” “sta facendo il riposino pomeridiano” “perfetto! Tu non muoverti di qui!”. Sento che chiude la porta scorrevole, poi la voce stupita di mia moglie. Non posso non ascoltare.

“Allora Viola, come procede il tuo matrimonio?” esordisce con studiata indifferenza “Perché tu hai anche un marito. Te lo ricordi, vero? È quel tizio con l’aureola che mi ha appena fatta entrare.”

“Mamma, ma come ti permetti? Fra me e Paolo non è cambiato niente! Ovviamente Teo mi impegna molto, ma…”

“Ma da quanto tempo non fate l’amore?” incalza, con insuperabile nonchalance.

“Non sono affari tuoi! E comunque ci sei passata anche tu, dovresti sapere che il parto non è una passeggiata e che un bambino ti lascia poco tempo per queste cose!”

“Certo, ci sono passata anch’io. Ma io faccio sesso con tuo padre almeno tre volte la settimana, da quarant’anni a questa parte. Abbiamo ripreso i nostri incontri che tu avevi appena due mesi e, ovviamente, durante la gravidanza ci siamo divertiti moltissimo! ”

Ma la carissima suocera non ha ancora finito. “Insomma, Viola, penso che tu stia troppo sopra a quel bambino, e troppo poco sotto tuo marito. Vedi di invertire la rotta, se non vuoi ritrovarti con un figlio disadattato e un marito pornodipendente! Questi manuali sono ancora qui?” aggiunge con disapprovazione osservando la libreria “prendi spunto da questo, piuttosto” conclude appoggiando sul divano una copia, piuttosto consunta, del “Kamasutra”. Poi, come se niente fosse, saluta educatamente e se ne va.

“Come hai fatto a sopportarmi per tutto questo tempo?” Mi chiede Viola due sere dopo, sguardo triste e riccioli più ribelli del solito. “Come ho fatto? Lavoro, sigarette, internet… e un po’ di fai-da-te” rispondo fissandomi le mani. “Avevo paura di non essere una buona madre ed ho completamente dimenticato di essere anche una moglie… ” prosegue, accarezzandomi il braccio. “Mamma!!! Mammaaaaa…” Nostro figlio ha un tempismo davvero incredibile. “Stai buono nel lettino, Teo! Non voglio sentire la tua voce fino a domattina!” gli ulula dietro lei. Poi chiude la porta della camera e mi sorride.

Naturalmente il mio ex-migliore amico sul più bello non mi ha assecondato. Forse l’emozione di sentirsi finalmente libero, dopo tanto tempo. Viola ha dormito accoccolata sul mio petto e ha anche cantato un po’. Non lo faceva dalla notte in cui mi sono innamorato di lei.

Pubblichiamo qui di seguito un altro racconto finalista del concorso letterario “Scrivi un racconto”

LA PARTITA

Il sole aveva bussato da qualche ora alla finestra sopra il letto, trovandolo, come sempre, già desto. A una certa età le abitudini cambiano. Ci si sveglia sempre prima.
La capacità di dormire un sonno decente si affievolisce insieme con le altre.
Che ingiustizia svegliarsi tanto presto quando non si ha davanti che una giornata uguale alla precedente e che è sempre più arduo disgiungere dal concetto di noia.
Oggi però non è così. È sabato. E la capacità di fare una bella presa non scema con l’avanzare dell’età: anzi si affina!


La colazione era durata il fugace lampo di un caffè. Era così da quando, tre anni prima, Faustina era passata a miglior vita lasciandolo vedovo a badare a sé stesso da solo, per la prima volta da quando era venuto al mondo. Anche il risveglio era cambiato. Non più un sorriso comprensivo ad accoglierlo dentro un’altra giornata. Adesso era il ghigno ondeggiante della dentiera nel bicchiere sul comodino a dargli il pista libera. La barba, invece, era stata un’operazione più laboriosa. Il rasoio da barbiere va maneggiato con estrema cura. Mica è come quegli ordigni elettrici che fanno un gran baccano e ti lasciano la barba lunga di un giorno. Meglio schiuma, pennello e rasoio vecchio stile della serie: “Et voilà. Ragazzo: spazzola”.

C’erano voluti venti minuti buoni, ma ora, davanti allo specchio, c’era un’altra persona: la pelle del viso era ragionevolmente liscia “come il culetto di un neonato” si era compiaciuto fra sé. L’effervescente pizzicorino del dopobarba lo faceva sentire bene, vivo. Almeno di sabato. Gli piaceva quella sensazione di rinascita. La sfida lo rinvigoriva, quel sentimento di competizione riaccendeva in lui parte del giovanile entusiasmo.
Osvaldo stava giocando bene. Non sbagliava una presa. Le guance si colorirono di rosso vivo. Qualcosa dentro ribolliva ancora: l’ultima mano del sabato precedente. Aveva fatto male i conti, dannata memoria. Come aveva potuto consentire al rivale di acciuffare in una sola botta sei e asso di denari… per di più con quel bell’imbusto di sette bello?
Denari, primiera e il bellimbusto: tre punti per il 21-19. “Gioco partita incontro” aveva sentenziato Osvaldo, con quel sorrisetto da vincente che negli ultimi mesi aveva imparato a odiare.

Non sarebbe finita così! Glielo avrebbe ricacciato in gola quel sorrisetto: parola d’onore!
Lo sguardo si posò sulla piccola lavagna di plastica bianca con bordatura rossa che si era fatto regalare per l’ultimo compleanno. Una di quelle moderne lavagne da ufficio o da scuola.
Quanto avrebbe preferito la tradizionale lavagna nera col gessetto bianco e il cancellino di pezza, che era tanto divertente tirarsi rincorrendosi tra i banchi durante la ricreazione (e non solo). Pare che non se ne facciano più. Col pennarello rosso aveva segnato il resoconto delle loro sfide: Osvaldo 265 / Alfredo 262: sotto di tre.
527 sabati. 527 partite al tavolino del solito caffè: più di dieci anni.
Senza mai saltare l’appuntamento anche nei periodi di festa.

Erano già le tredici e alle quattordici e trenta in punto doveva essere al piccolo bar teatro della loro sfida. Per essere precisi nel retro del bar, dove erano allestiti i tavolini per le partite a carte.
Il regolamento che avevano stabilito di comune accordo recitava che, se allo scoccare delle ore quindici all’orologio “ufficiale”, quello a forma di Gatto Isidoro, sopra il bancone del bar, uno dei contendenti non era presente, l’altro vinceva la partita e si aggiudicava il punto di quel sabato.
Una volta aveva fatto in tempo a varcare la soglia del caffè appena trenta secondi prima che la coda-lancetta di micio Isidoro avesse completato il suo ultimo giro verso la tacca delle ore quindici.
Era successo al battesimo di Marco, l’ultimo dei suoi nipoti. Il rinfresco si era protratto oltre il tempo che aveva preventivato. Che corsa in taxi. Il tassista lo guardava dallo specchietto come fosse stato pazzo: un anziano signore in doppio petto e scarpe lucide con gli occhi fuori dalle orbite a sbraitare stizzito, vaneggiando qualcosa su un regolamento infame, un gatto di nome Isidoro e un rivale sputacchioso in un assolato, sonnolento pomeriggio primaverile.

Figli ne aveva: due.

Sara si era stabilita in America in uno stato per lui impronunciabile: Massacchussets… o qualcosa di simile, mentre Sandro, che gli aveva regalato tre nipoti, viveva a due isolati da lui e passava a trovarlo un paio di volte a settimana. Non poteva certo lamentarsi. Un po’ di solitudine lo punzecchiava di tanto in tanto, ma nulla di più.
Una pastina in brodo per oggi può andar bene. Meglio stare leggeri: si tiene la mente più sveglia!

Era in piedi, davanti allo specchio, sistemandosi il bavero della giacca grigia. Il tempo di pettinarsi e sarebbe sceso in strada. Aveva la chioma quasi del tutto bianca. Qualche raro capello protestava, ostentando orgogliosamente l’antico colore corvino.
A passi lenti si diresse verso il bar. Passi da vecchio, si sarebbero definiti.
La realtà era diversa. Avrebbe potuto agevolmente accelerare, ma perché arrivare tanto presto? Erano le quattordici e venticinque e di tempo ne aveva.

Il sole primaverile era ancora alto e, quando Alfredo fece ingresso nel bar, si sentiva un po’ sudaticcio. Salutò con un cenno della mano Gianni intento ad asciugare le tazzine dietro al bancone. Il ragazzone ricambiò il saluto e sembrò un po’ sorpreso di vederlo.
Da cinque anni aveva preso il posto di Antonio, suo padre, che aveva gestito con impareggiabile simpatia quel luogo di ritrovo per circa tre decenni e che ora stava godendosi la pensione, si fa per dire, in una casa di riposo in balia del morbo di Alzheimer, riconoscendo a stento i famigliari più stretti.

Gianni accennò ad apparecchiargli un caffè. “Offro io… un caffè ti farà bene…”.
Alfredo declinò ringraziando: “Oggi no, grazie, vado subito nel retro”. E così fece. Il retrobottega del bar era vuoto. Solitamente il sabato pomeriggio a quell’ora c’erano solo lui e il suo “odiato” rivale. Gli altri tavolini si sarebbero animati non prima delle sedici. Si sedette al consueto tavolo in un angolo, un po’ appartato e sistemò la zeppa di legno, che portava sempre da casa, sotto una zampa per consentirne una certa stabilità. Mentre la coda di gatto Isidoro toccava le quattordici e cinquantacinque, Alfredo si dilettava a mescolare il mazzo di carte indugiando in coreografie degne di un vero prestidigitatore, evoluzioni che aveva imparato in decenni di milizia sui tavolini da gioco. Non era preoccupato del ritardo di Osvaldo. Sapeva. Aveva il dovere di essere presente: il regolamento lo imponeva, ma sapeva.

Gatto Isidoro sorrideva nel centro del quadrante che segnava le quindici e cinque.
Mentre al bancone un ignaro avventore chiedeva che gli fosse macchiato il caffè, nel retro del bar, un anziano signore, in elegante giacca grigia, stava riponendo un mazzo di carte nel suo astuccio.
Erano passate le quindici: aveva vinto il punto di quel sabato. Sapeva che avrebbe vinto anche i punti dei sabati seguenti. D’altronde il regolamento non faceva menzione di un possibile ritiro, neanche per forza maggiore, né c’erano clausole particolari da adottare in caso di decesso di uno dei contendenti.

Le lacrime che aveva trattenuto, senza troppi sforzi, due giorni prima al funerale di Osvaldo si condensarono in una unica, densa e salata. Alfredo neanche si accorse del suo sgorgare e scivolare sul volto assecondando le linee intrecciate delle rughe, come le biglie di vetro seguivano il percorso tracciato sulla sabbia nei tiepidi pomeriggi estivi della sua infanzia.
Indugiò qualche secondo nel ricordo dell’amico, poi ebbe uno scatto scacciando con uno schiaffo la lacrima che era arrivata in prossimità del mento, come fosse un insetto fastidioso: e, forse, proprio quello aveva pensato del solletico improvviso alla guancia.
Si alzò, fece scivolare il mazzo di carte in una tasca e uscì. Gianni stava preparando la schiuma di latte per il cappuccino e rischiò di ustionarsi per rispondere al saluto di Alfredo che infilò l’uscio senza indugiare oltre. Aveva qualcosa da fare a casa.

Mezzora dopo era in poltrona, nella sua bella giacca da camera bordò. Avrebbe buttato un occhio alla TV: un quiz, un po’ di sport, qualche stupido Talk Show e anche quella giornata sarebbe arrivata al capolinea. Forse una telefonata di Gianni o magari una visita con i nipotini chissà!
Prima di accendere il televisore gettò un’ultima occhiata soddisfatta alla lavagna:
Osvaldo 265 / Alfredo 263: sotto di due.
Altri tre sabati e sarebbe passato in testa.

…e dopo? Già, dopo che sarebbe successo?

Un’ombra percorse il suo volto.
Sapeva che allora, solo allora si sarebbe reso conto che il suo rivale, il suo amico non c’era più.

Che tutto era cambiato: per sempre.

Che sensazione di abbandono e solitudine. Però ci avrebbe pensato sul momento.
Ora non voleva. Non poteva.
Aveva qualcos’altro a cui pensare: appena tre sabati e sarebbe passato in testa.

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Doveva tenere duro e l’avrebbe vinta lui quella partita.

 

Per voi un altro racconto finalista del concorso letterario “Scrivi un racconto”, organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91.

LA CHIOCCIA – di Adriana Pedicini

Il palazzotto dove Mariantonia abitava con la sua famiglia era stato un tempo di un’antica famiglia, non tanto nobile quanto invece ricca, anzi molto ricca, la quale aveva ceduto per quattro soldi la vecchia casa lasciandovi dentro tutto, e si era trasferita altrove.


I segni dell’antica opulenza rimanevano chiari sui muri e sui soffitti tutti arabescati e dipinti a rose turgide anch’esse di colore e di splendore un po’ disfatto; nei pesanti lampadari in ferro battuto e in altri di trasparente e leggera opalina; nei divani di raso consunti, sempre a fiori, che occupavano gli angoli delle stanze. Finanche le stoviglie, i piatti, le sperlonghe col profilo d’oro zecchino nel cui centro risaltava pur graffiata dall’uso la “C” di Cacace, allora nota fabbrica di porcellane, quasi occhieggiavano in maniera civettuola al ticchettio delle posate con cui mani vogliose rimestavano cibi frugali di verdure cotte e crude, o quelli più succulenti di legumi, fagioli soprattutto.

Mariantonia era la padrona in questa casa, la “padrina” sembrava, un po’ logorati gli abiti neri che le avviluppavano il corpo e in petto la fierezza di una donna che per tanti anni aveva affondato le unghie nella terra per cavarne cavoli o patate, che aveva irrobustito i fianchi e le spalle sotto il peso di sarcine di legna raccolta nel bosco per alimentare nel focolare la fiamma della casa. La crocchia di capelli ormai ingrigiti sulla nuca; sopra, un velo scuro incorniciava il volto rude, aspro in cui gli occhi neri vagavano impazienti, come sempre in attesa di qualcosa. Non c’era umiltà nello sguardo, ma dispetto terribile, una certa rabbiosa sfida contro il destino che l’aveva voluta lì, sottomessa a una condizione di vita diversa da quella sognata, la vita che lei presagiva quando il suo cuore pulsava di represse fantasie d’amore sotto lo sguardo pudico del suo innamorato. Ma il destino aveva disposto altrimenti. Il suo giovane amato era rimasto eroe chissà dove, disperso ai venti funesti della guerra e non era mai più tornato. La vita allora dapprima dischiusa a ventaglio si era ripiegata su se stessa racchiusa tra le pieghe dell’anima in quella parte insondabile dove non è concesso di penetrare neppure allo sguardo più benevolo e discreto. Aveva lasciato così tutto al caso, rinnegando ogni fiduciosa speranza, ogni convinto progetto di vita. Contro le intemperie del mondo e della vita aveva opposto una corazza, la corazza del suo volto impassibile, del suo animo pietrificato. “Ha le croste al cuore” dissero di lei quando la videro sposare, senza nemmeno una lacrima Tonio, una pasta d’uomo, gran lavoratore. Ma Mariantonia non era così forse. Aveva una certa disponibilità per gli altrui casi e si prodigava anche in consigli, ma erano questi ultimi sempre freddi, enigmatici, oracolari. Nella povertà non si è mai troppo poveri da non poter offrire a chi è più povero, ma ella offriva sempre con mano segreta e frettolosa,quasi provasse pudore a mostrarsi tenera. Se poi aveva urgente bisogno di danaro non esitava a vendere le uova racimolate nel magro pollaio, lasciando ai figli una cena un po’ più magra. Per un po’ avrebbero potuto anche soffrire il digiuno, come pure avrebbero potuto raggrinzire la pelle al sole o inaridirla ai gelidi soffi di tramontana. Il futuro sarebbe stato diverso convinta che chi fosse stato prescelto una volta dalla mala sorte, ne sarebbe rimasto libero in seguito. Per il momento l’unico scopo era di far fruttare il lavoro del suo Tonio che viveva le ore antelucane lungo le mulattiere in groppa al frenetico mulo sbuffante, stracarico di carboni da vendere casa per casa, appena fatto giorno. “Bisogna fare il nodo al fagiolo” soleva ripetere Mariantonia ai suoi figli, ribadendo la necessità, nelle ristrettezze, del sacrificio e del risparmio forzato. E lei di nodi al fagiolo ne aveva fatti tanti da quando aveva lasciato la sua famiglia d’origine in cui oltre al benessere sembrava aver lasciato la sua stessa gioventù. Ma era orgogliosa e non si piegava. Mai una lacrima dagli occhi vitrei…sospiri tanti, mai un singhiozzo allo spasimo delle membra illanguidite dallo sfinimento o nervosamente contratte dalla fatica. Nel cuore gelido però  c’era amore per i figli. I figli che vedeva crescere e imboccare nella mappa della vita le strade del successo e del benessere con le scelte che lei voleva, stabiliva con cura ossessionante. Non come lei che per fatale avversione la vita se l’era dovuta guadagnare giorno per giorno con il sudore della fronte. Tali strade erano sì lastricate di rinunce, sacrifici, solitudine, ma anche di studio tanto studio sui libri logori e pezzenti delle bancarelle ; ma alla fine splendida come un trofeo, gloriosa come una vittoria…la laurea!. Aveva avuto buon fiuto Mariantonia e il tempo le diede ragione. La laurea venne e con la laurea il lavoro e con il lavoro tanta grazia di Dio, tanta roba da riempirne stanze. Ah, finalmente viveva, finalmente aveva i balconi pieni di frutta, capretti, agnelli a Natale e Pasqua, damigiane colme di vino bianco e rosso, canestri di taralli e biscotti, salumi e formaggi in quantità. E uova, tante uova che continuava a vendere. Aveva perciò messo a riposo il marito, concedendogli di trattenere il mulo a cui quegli andava a piangere la sua solitudine come ad un amico fraterno, come faceva quando andava cavalcando di notte. Padrona lei era stata e padrona era tuttora. Disponeva, progettava, consigliava a suo piacimento. Conseguita la laurea, era ormai tempo che i figli scegliessero le spose. Né lucida indovina, né esperta fattucchiera si sarebbe sentita più sicura di lei nel prevedere e provare le possibilità a tal riguardo. Era convinta che le elette dovessero essere come figlie sue e serve dei suoi figli. Che avessero un nome e un’anima non contava. Le cercava pertanto docili mansuete malleabili e con una buona dote. Le trovò. E furono malleabili, mansuete, docili. Come rivi allo stesso fiume andavano a lei, fonte e porto a un tempo. Ma ella tutti schiacciava con la terribilità del suo aspetto, tutti annullava con la gravità delle parole, tutti infine si adoperava inconsapevolmente a soffocare. Alla mano che si allungava a stringere e stritolare i figli, come un tempo le zolle di terra, essi pian piano andarono sottraendosi cercando nuovi mondi, orizzonti liberi dove l’affetto non procurasse ceppi ma ali, dove il cambiamento di vita non fosse morire ma risorgere con la nuova linfa della consapevole autonomia che non si piegasse a ricatti affettivi e abolisse tutti i sensi di colpa che l’affetto materno aveva creato nelle loro coscienze.

La lasciarono così sola in quel vecchio castello a stridere ancora una volta i denti contro un destino beffardo che si era presa gioco di lei, ormai per l’ultima volta, gettandola in pasto a una disperata solitudine.

Di lì a poco Mariantonia morì. I figli non parteciparono al suo funerale. Inviarono ricchi fasci di rose.

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Per voi un altro dei racconti finalisti del concorso “Scrivi un racconto”, organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91.

IO NO – di Tina Caramanico

Gli altri esseri della mia specie, quando sono stanchi e sull’autobus si libera un solo posto in mezzo a due persone, si precipitano a sedersi. Io no.

Ho 18 anni, sono una ragazza normale, intelligente e sono obesa.

Gli altri pensano che gli obesi siano allegri e abbiano un buon carattere. Io sono introversa, orgogliosa e abbastanza insopportabile, quando mi ci metto.


Ho avuto tre storie d’amore, o giù di lì. Il primo si chiamava Giacomo e non ha mai voluto nemmeno baciarmi. Mai uscire insieme. Si vergognava troppo a farsi vedere con me, la cicciona. Però si faceva fare i compiti di matematica, che lui non capiva neppure di striscio. Io lo aiutavo, ascoltavo le sue confidenze, facevo l’amica. E accettavo di essere messa da parte tutte le volte che compariva la strafiga di turno, che se lo portava via per un po’. Fino al successivo compito di matematica. E fino a che non mi sono stufata, e sono riuscita a mandarlo a quel paese. Mi sono detta: “Uno così, mai più.”

Infatti il secondo si chiamava Luca e la matematica la capiva benissimo. Però dovevo aiutarlo a fare i compiti di Italiano: scriveva da cani e non ci si capiva mai niente, nei suoi temi, finché non ci mettevo mano io. Per il resto, stessa storia.

Adesso sono di nuovo innamorata, lui si chiama Francesco, è uno della mia scuola. E’ bellissimo, ha i capelli neri e un po’ ricci, gli occhi scuri, la bocca da baciare. Ci conosciamo già, ci siamo già parlati: lui mi saluta gentilmente quando ci incrociamo in corridoio o nell’atrio. Ma questa volta non deve andare come al solito. Io sono sempre grassa uguale, però mi è venuta un’idea che farà la differenza.

L’ho fatto. Ho chiesto la sua amicizia su FB, con un nuovo profilo e una falsa foto. Abbiamo cominciato a chattare e a scambiarci messaggi. L’ho colpito, moltissimo. Vorrebbe vedermi. Gli ho fatto credere che forse sì, prima o poi potremo incontrarci. Sono riuscita a farmi dire quello che gli piace in una donna, cosa vuole fare da grande, come passa il tempo ora, che tipo di amici ha, che musica ascolta. Così recito la parte giusta, dico sempre quello che lui vorrebbe io dicessi e faccio sempre proprio le cose che lui spera io faccia. Intanto continuo a incrociarlo in corridoio a scuola, a dirgli a stento ciao e a sentirmi morire.

Lui non mi vedrà, mai. Conoscerà solo la mia anima. Si innamorerà di questa straordinaria ragazza misteriosa. Si tormenterà per conoscerla. Ma io lo farò impazzire d’amore e poi lo pianterò in asso: mi sposerò con uno pseudo-fidanzato, andrò a fare l’artista a New York, o chissà. Non potrà mai, mai dimenticarmi. Penserà a me con qualsiasi ragazza lui si metta. Mi amerà, per sempre.

Questa cosa continua da mesi, ormai, e io non ne posso più. Mi scrive cose dolcissime, poi lo incontro e gli dico ciao, e lui dice ciao senza neppure vedermi davvero, con gli occhi vuoti. E io vado a casa e mangio. Mangio tantissimo. Quando rientro i miei non ci sono, sono al lavoro fino a sera. Io, senza neppure togliermi lo zaino, vado diretta in cucina, apro prima il frigorifero, poi il cassettone delle provviste, poi anche il pensile della colazione: tiro fuori quello che c’è, senza scegliere, e mangio tutto. Non mi accorgo nemmeno bene di quello che mando giù: comincio magari dal gelato, poi il formaggio, il salame col pane, ancora gelato, la torta, qualche merendina, gli avanzi di risotto e così vado avanti finché c’è ancora qualcosa da ingurgitare, finché non è finito tutto. Alla fine lo stomaco è così pieno che mi fa male, però io sono stordita a puntino e non sento più la disperazione, l’impotenza e la rabbia, se non come si sente ancora qualche tuono in lontananza dopo che il temporale è passato.

La sera poi sono ancora disgustata da me e dal cibo, e a tavola per cena neppure mi siedo. Mia mamma vede il frigorifero vuoto, vede la mia faccia, e non sa cosa dire; infatti non dice niente, non mi guarda nemmeno, per l’imbarazzo. Io mi sento in colpa, mi faccio schifo, ma il giorno dopo ricomincio e faccio lo stesso.

Ovviamente è questo il vero motivo per cui, tra una dieta e l’altra, continuo ad essere grassa. Ma nessuno lo sa e immagino nessuno lo capisca. Non mangio per fame, e la volontà non c’entra. Tra un mese tornerò dal dottore, mi peserà, vedrà che sono ancora ingrassata e mi chiederà, come al solito: “Ma cosa hai mangiato?” Io, come al solito, dirò: “Niente, dottore, qualche gelato di troppo quando esco con gli amici.”

Malgrado tutti gli sforzi e i buoni propositi, non sono riuscita ad andare fino in fondo. Mi sono detta: cosa me ne faccio di un ragazzo che forse mi ama, ma che non sa neppure chi sono? E così ho stupidamente deciso che potevo rischiare e rivelarmi.

Mi sono parata a festa, cercando di non dare troppo peso alla fastidiosa ma irrecuperabile realtà della mia mole: taglio figo dal parrucchiere, sandali ingioiellati, smalto rosso scuro, trucco come si deve. Vestito come al solito un po’ troppo stile cinquantenne, ma comunque il meglio che sono riuscita a trovare in giro della mia taglia. Mi sono guardata allo specchio, cercando di convincermi che quello che vedevo era, in fondo, passabile; ho fatto un respiro profondo e sono uscita, incontro al mio crudele e meritato destino.

Non sto qui a dilungarmi, tanto lo sapete anche voi come andrà a finire questa storia. Lui ci ha messo un bel po’ anche solo a capire di che cosa stavo parlando: evidentemente le sue eteree fantasie sulla ragazza che gli piaceva tanto non riuscivano proprio a conciliarsi con la presenza ingombrante di quella specie di balena col vestito nuovo di fronte a lui, che gli ripeteva parole prive di senso compiuto: “Quella di FB in realtà sono io”. Poi, finalmente o purtroppo, ha capito e ha manifestato il suo dolore. E’ stato tremendo per me vedere la sua delusione, la sua rabbia, le sue lacrime; lì, davanti a me, si è messo a piangere il suo amore perduto. Io lo guardavo e l’unica cosa che riuscivo a pensare era: “Dopo passo dal supermercato a comprarmi la cioccolata“, mentre lui a poco a poco smetteva di piangere e mi guardava un po’ triste e un po’ colpevole, come se improvvisamente si fosse reso conto che anche per me quella faccenda non doveva essere una passeggiata.

“Scusa” ha mormorato allora scuotendo la testa “io non posso… Scusami.” E questo è tutto quello che è riuscito a dirmi. Comunque è andata meglio delle altre volte, a ben vedere.

Adesso sono qui, a casa, seduta davanti a un barattolo grande di cioccolata, che ho appena svuotato, e persa in mezzo a un mare di briciole. Però sono lucida: forse perché la botta è stata troppo forte.

Metto via il barattolo, spazzo via le briciole: mi serve un po’ di pulizia, adesso. Devo fare qualcosa. Voglio guarire: non so da che cosa, non so che razza di malattia ho di preciso, ma voglio guarire. Forse ci vorrà un altro medico, forse un chirurgo, forse uno psichiatra. Forse ci vorranno i miei genitori, i miei amici veri, il mio gatto, il mio blog. Forse io, ci vorrò: questa volta voglio stare tutta dalla mia parte, senza farmi più la guerra, non me lo merito. Adesso davvero non so cosa posso fare, ma ho diciotto anni soli, prima o poi lo capirò.

Sono una tosta, io, e non morirò, neppure questa volta, se mi impegno.

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Vi proponiamo l’ultimo, ma non per importanza, dei racconti finalisti del concorso letterario “Scrivi un racconto”, organizzato da i-LIBRI con la collaborazione della casa editrice Zero91. Seguiranno altri racconti non qualificatisi come finalisti, ma che riteniamo comunque meritevoli di pubblicazione.

L’ALTRA ETA’ – di Paola Barbara Dalla Riva

Alla mia età si gode dell’inqualificabile privilegio di non dover più nascondere la solitudine, anzi la si vive a testa alta. Guardo quelli che mi stanno attorno e sorrido, maligno, vedendoli arrabattarsi nelle loro vite da niente, così vicini a me, alla mia vita che è stata una vita da niente.


Purtroppo il fisico impone dei limiti precisi: la mattina non ci si può alzare veloci dal letto, pena la caduta lunghi distesi sul pavimento. Bisogna mettere giù prima le gambe, poi raggiungere con fatica la posizione seduta, riguadagnare l’equilibrio perso nel sonno e piano, ma proprio piano, arrivare alla posizione eretta.

C’è un odore sgradevole nella mia camera che mi fa spalancare le finestre anche nelle migliori giornate d’inverno: è l’odore della vecchiaia che non se ne va mai del tutto, neanche arieggiando la stanza per ore, neanche lavando i pavimenti e profumando le stanze, rimane sempre il mio lieve sentore che mi rende antipatico e comprensivo a me stesso.

Quando è morta Maria, lasciandomi ufficialmente solo dopo 40 anni di vita in comune, mi sono sentito libero e solo per la prima volta nella vita.

Perché non ho più avuto bisogno di fingere e mentire a nessuno. Posso starmene chiuso, tra queste quattro mura di mia proprietà, passare le giornate a guardare il soffitto senza dover giustificare la mia sospetta immobilità, cosa che invece sarei stato costretto a fare se mi fossi atteggiato così a trent’anni ma non ne avevo il coraggio, io non sono mai stato un uomo audace. Adesso invece, con l’espediente spendibile della vecchiaia, posso rifiutare gli inviti, rompere i contatti con il mondo e riflettere finalmente su di me e su chi mi è stato attorno per tanto tempo.

Mia figlia si alleggerisce la coscienza invitandomi a pranzo la domenica, la sua buona azione settimanale. Siamo così distanti che mi vengono le lacrime agli occhi a guardarci durante i nostri convivi programmati: i loro sorrisi di circostanza, le domande di prammatica e io che non riesco a domandare a mio genero se fa ancora quel lavoro terribile che lo ha portato all’esaurimento nervoso ma mi confermerei rimbambito, come sospettano, se glielo chiedessi: è pallido, le posate tra le sue mani tremano, occhiaie rossastre reggono i suoi occhi e non ho il coraggio di dirgli come risolvere il problema perché la tragedia, alla mia età, è che le soluzioni sono evidenti e nessuno le ascolta.

I miei nipoti mi guardano di sottecchi, mentre mangio. A volte produco spiacevoli risucchi nel sorbire la minestra o mastico a bocca semiaperta e calco la mano in questi sgradevoli vezzi di vecchio solo per confermarmi il loro disagio, il distacco della giovinezza dagli insanati difetti dell’ultima età.

Sembra passata un’eternità da quando mi correvano incontro, piccoli pazzi scatenati, trasalendo alle mille imprevedibili note della mia voce che narrava fiabe, sentieri del sonno spaventevole e fatato dell’infanzia. Adesso è difficoltoso anche il contatto fisico, i baci relegati alle grandi feste.

Durante la settimana tutto scorre tranquillo e prevedibile: con l’età i contatti con il mondo si fanno più rarefatti. L’unica persona che vedo è la signora rumena che fa le pulizie ed è gentile, quasi commovente nel suo timore di commettere un errore fatale che le farebbe perdere il lavoro. Io invece sono odioso, chiuso nel mio spaventato razzismo, incapace di pensare con la mia testa al di là degli orrendi proclami che mi instillano dentro una sconsiderata paura del diverso da me. In quei momenti mi sento solo un vecchio: non comunico con i miei simili, mi rannicchio su di me, corrucciato ed estraneo a chi mi sta accanto, anche se riconosco, come fossero mie, le note dei loro sentimenti ma non riesco più a mettermi in contatto, come se si fosse rotto un meccanismo, essenziale per la sopravvivenza delle emozioni.

Gli altri, tutti, stanno a distanza di sicurezza ed è meglio così perché io sento che sarebbe facile farmi del male: da vecchi si diventa fragili, incapaci di reagire a qualsiasi offesa, tanto che a volte diventa pericoloso avere accanto persino un figlio.

Durante il giorno e nelle notti di poco sonno mi sono imposto di non abbandonarmi alla televisione. C’è stato un periodo in cui avevo scoperto che era comodo lasciarsi andare a questo sonnifero di poco prezzo, ma ho intuito che, se avessi continuato su questa strada, avrei smesso di vivere ben prima del termine della mia esistenza fisica. La televisione però è stata utile per capire come oggi le cose si siano terribilmente complicate dal punto di vista delle tipologie di umanità, mentre quando ero giovane io era tutto più semplice: c’erano i cretini, gli intelligenti e noi, le vie di mezzo.

Adesso invece si è fatto avanti un altro genere, prevalente su tutti gli altri, fatto di persone in apparenza sensate, di una sensatezza frutto di luoghi comuni per cui, grattando, sotto un vocabolario che tutti eguaglia negli sproloqui sull’effetto serra e i cibi biologici, si trova il vuoto o quello che ai miei tempi, con minor fantasia, si definiva stupidità.

Io, comunque, di stupidità ne ho avuta da vendere come dimostra il mio rapporto con le sigarette: fumare è stata una grande consolazione e una sicura compagnia. Quando ho smesso, ho affrontato giorni terribili nei quali le ore, le passioni, gli affetti, tutto si è improvvisamente svuotato e in poco tempo ho preso atto, sgomento, dell’importanza delle cicche nella mia vita. Mi è sempre rimasto in bocca il sapore di quei giorni insensati nei quali tutto potevo sentire fuorché il vanto di essermi affrancato dalla mia tossicodipendenza.

Così ho cominciato a correre, anzi, a scappare, perché chi corre da qualcosa scappa e io scappavo da me, dal vuoto che mi mangiava e a un certo punto non ho più potuto tornare indietro perché sarebbe stata una resa alla mia ineguagliabile pochezza.

Maria, mia moglie, di debolezze invece ne aveva poche, una tenacia che bastava per due, un cuore grande ma, come tutte le donne del suo tempo, una persona terrorizzata dal proprio corpo. Della prima notte di nozze conservo il ricordo della sua vergogna e della mia paura. Io sentivo di avere il diritto di prendere il suo corpo, per la prima volta legittimamente mio e invece sono rimasto inerte, con il suo essere tremante contro di me. Noi veniamo da un tempo in cui il sesso non esisteva ma determinava ognuna delle nostre azione disegnando per noi un futuro di figli imprevisti che ci capitavano addosso, come grandine sui contadini. Maria era angosciata dall’imprevedibilità delle gravidanze e dal timore che troppi figli ci facessero sprofondare nella miseria ma era anche una donna colta, per cui la nostra è stata una sessualità controllatissima, salvo poi scoprire che per noi il problema non era quello di evitare le gravidanze ma di averle. Nonostante quest’ombra, alla fine, quando di solito la gente si perde o si rassegna a vivere fianco a fianco da estranei, noi ci siamo ritrovati.

Dopo la menopausa, Maria si è lasciata andare a se stessa obbligandomi a scoprire, in ritardo di trent’anni, una donna che non avrei mai immaginato. Il nostro matrimonio è rinato mentre quelli degli altri si arenavano nell’attesa dei successi dei figli o nella pena per le loro sconfitte e nella naturale, patetica adorazione dei nipoti.

Ecco sono queste le riflessioni che scandiscono le mie ore dentro la casa di riposo in cui mia figlia pochi giorni fa ha deciso di farmi soggiornare. Anche se nessuno mi ha chiesto niente, non sono arrabbiato perché il mio internamento ha avuto, come contropartita, la resurrezione di mio genero, motivo di per sé già sufficiente a farmi sentire utile al termine della mia vita. Ernesto adesso si alza alle 6, inforca fiero la bicicletta e corre alla sua tabaccheria, quella comprata con il ricavato della vendita della mia casa e rimane là 10 12 ore al giorno, dopo anni, sereno.

Qui in casa di riposo non sto male, sempre meglio della vita di Emilio che si ritrova ai giardini pubblici, in compagnia di povere donne straniere, in paese straniero, costretto ad assistere silente ai loro dialoghi monchi e incompresi.

In fondo alla coscienza mi rimane un unico tarlo: aver trattato male mia madre nei suoi ultimi anni di vita, quando era diventata fragile e aveva bisogno di me e ognuno dei suoi sorrisi nasceva solo come riflesso, condizionato, dei miei. Quando mia madre è scomparsa sono riapparsi, fantasmi insostenibili, il mio tono sprezzante, la faccia da schiaffi che opponevo ad ogni sua timorosa domanda, la rabbia sottostante ad ogni mia risposta, anche se le mie reazioni avevano una loro logica, tardive risposte alle sue mancanze di giovane madre.

Sono questi i rimorsi che tornano dal passato e spesso mi portano le lacrime, lacrime di vecchio, di doppia impotenza, mentre nella mia camera assisto, ogni volta stupito, anche dopo 80 anni, al sorgere potente di una natura irrimediata e ritrovo il ciclo dei miei respiri nella credenza dell’alba e del tramonto, consolatoriamente sempre uguale a se stessa.

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Vi presentiamo uno dei racconti partecipanti al concorso che, seppur non arrivato tra i sette finalisti, riteniamo meritevole di pubblicazione.

LA CHIAVE DI IS MOLENTIS – di Sabrina Spinella

E non aver altra responsabilità che questo foglio bianco, è la pace. Il sole ancora caldo di ottobre, zanzare con una storia già finita, silenzio. Parole grasse di inchiostro scadente, una pelle da bambina ancora addosso. Improvviso. Oggi non sapevo chi volevo essere. Studiosa o sportiva o solo accogliente. Ma anche nulla, per un pomeriggio. Magari senza dolore fisico, quasi solo già per questo felice. Ben disposta verso gli spiriti, si, venite a trovarmi ora che è il momento perfetto. Ho bruciato anticipatamente la cena, così, già assolto a questo compito, posso accendere candele che solo alla banalità possono apparire sprecate di giorno.


C’è un verde perfetto che suona nei campi, un nuraghe di pietra senza storia o destino, un suono di campana troppo moderno per desiderare rispondere. C’è un corpo d’acqua, una paura di mare profondo che pure mi ha regalato misteri e bellezza. Come la chiave spezzata sulla spiaggia di Is Molentis. Una semplice cordicella da appendere al collo, consunta da centinaia di viaggi sulle onde. Attaccata, una chiave. O meglio la testa di una chiave, solo la parte rotonda, perduta invece per sempre la combinazione di incastri. La mia mano l’accarezza, solo a guardarla troppo a lungo potrei essere sopraffatta dalla meraviglia, per ora è anche troppo, meglio riporla nella tasca dei jeans.

Ma non posso non immaginarne la storia.

Chi, se non una donna, può legarsi al collo una chiave? Decidere di portarsi addosso i propri segreti o quelli altrui. Ma una donna può legarsi alla pelle anche la propria tragedia, soprattutto se non vuole che vada in suppurazione.

Vedo una donna di mare, con la pelle color mattone, pesca piccole alici sul molo; se saranno poche le mangerà per cena, se saranno molte le venderà al ristorante in fondo al pontile. Tace, anche dentro. Ogni tanto passa un dito sulla chiave color rame che si è messa al collo ventiquattro anni prima. La tiene sempre, anche quando si tuffa nell’acqua calda del mare dipinto, anche quando fa l’amore, anche quando va in ospedale.

Una chiave semplice che forse non funziona nemmeno più. Del resto non apre il cassetto di cui è padrona dal giorno in cui si è trasformata in ciondolo. La donna conosce perfettamente gli oggetti contenuti all’interno. Ci sono due cassette da stereo, la voce registrata di un uomo smarrito che ha provato a cercarsi fra i tasti di un pianoforte, ma senza talento. Dodici canzoni, nessun capolavoro, ma una è stata scritta per lei. Niente altro. Nemmeno una lettera o un biglietto o una rosa schiacciata tra un libro di poesie. Solo quelle canzoni, solo quella canzone. La donna l’ha ascoltata molte volte il giorno in cui lui è partito, poi mai più.

Ogni giorno venuto dopo è un giorno di vita postuma. Da allora lui forse passeggia per i boulevards parigini abbracciato ad un altro uomo, lei pesca.

A volte la sabbia le sembra la propria pelle macinata fine, a volte le settimane se ne vanno in clinica a farsi operare e tornano dopo una lunga convalescenza, a volte sceglie l’amore di un pittore tenace che per qualche ora sa ricomporla. Si scambiano bellezza, senza ripensamenti. Lei si fida di lui, perché non le ha mai chiesto cosa apra quella chiave.

“Non aprirà mai niente – pensa lei – o dovrei vivere tutta un’altra vita. Invece voglio stare qui, alle mie spalle le rocce-animali sembrano proteggermi, i pescatori mi salutano come piace a me, tacendo nelle loro reti.

Questo mare è troppo limpido per andarsene. In alto, i Fenici respirano ancora. Il sole ha tatuato la parete del ristorante, la vita avrà sempre un motivo fino a che non lo intonacheranno di nuovo. Qualche turista guarda spaesato questa Sardegna diversa, ma a me è necessaria l’immobilità, e quei pochi panni a prendere il vento”

Senza un rumore, senza un preavviso, senza un anticipo di movimento, la parte inferiore della chiave le resta fra le dita.

“Potrei sparire o inventarmi bestemmie. Potrei piangere, se non fosse così noioso. Potrei maledire il tempo, il sole o il sale che l’hanno corrosa da dentro come un’ osteoporosi di donna. Potrei odiare questo pomeriggio o semplicemente tornarmene a casa.”

Ma continua a pescare. Un attimo prima che sia buio e già tardi, si sfila la corda e la lascia al posto del secchio ormai pieno di pesci.

“Se stanotte un’onda più alta vorrà prendersela, è sua. Io vado verso lo studio del mio amante, questa notte potrà dipingermi nuda davvero”.

Chissà se è andata così. Potevo immaginare storie sorprendenti, tesori nelle caverne, sudici bordelli in cui si nascondevano carni disfatte e segreti paralleli. Personaggi coraggiosi occupati in missioni straordinarie, scienziati dal cervello acuminato o bambini segregati. Ma era solo una donna, come me, decisa a portarsi addosso il proprio amore e poi pronta ad osarne un altro.

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Vi presentiamo un altro racconto partecipante al concorso Scrivi un racconto, organizzato da i-LIBRI in collaborazione con la casa editrice Zero91.

Oltre lo specchio *

* Il racconto è ispirato ad una foto opera di uno dei maestri contemporanei della fotografia, lo statunitense Gregory Crewdson.(vedi la foto)

I personaggi che abitano gli scenari pensati da Crewdson sono spesso colti in atteggiamenti sospesi, a metà fra un prima e un dopo, e hanno dipinte sul volto espressioni di turbamento o preoccupazione, come se qualcosa di straordinario o sconvolgente stia accadendo o sia già accaduto. L’atmosfera che si respira è a tratti onirica, surreale. Scenografico l’uso della luce, quasi sempre al crepuscolo, che taglia lo spazio e l’aria aumentando la drammaticità del momento.


Prima ancora di aprire gli occhi quella mattina Alice percepì qualcosa di vagamente strano, una sensazione simile a quella che si prova nello svegliarsi in una camera e in un letto non propri. Ma non erano le lenzuola a sembrare diverse al tatto, il servomuto davanti al letto era sempre nella stessa posizione, e anche il posacenere pieno di cicche che Umberto lasciava sul comodino quando lei non c’era era il solito, almeno a giudicare dall’odore che impregnava la stanza. Era proprio una sensazione fisica. Era come se fosse il suo corpo a percepire in modo diverso il suo solito pigiama. Lei che aveva sempre adorato la sensazione fresca della seta sul corpo, ora la sentiva fastidiosamente fredda. Si alzò per controllare che i termosifoni fossero accesi. L’elastico dei pantaloni del pigiama le si adagiò mollemente sui fianchi in una posizione quasi obliqua in modo inconsueto: “Strano”, si disse, “questa volta lo stress della tournè deve aver funzionato da dieta”.

Lei era sempre stata fin da bambina abbastanza robusta. A volte, soprattutto da ragazzina, rimaneva stupita del fatto che nonostante le modelle fossero sì della sua altezza, ma mediamente anche tre quattro taglie meno di lei, gli uomini non avessero mai mancato di corteggiarla. Sarà che il tipo mediterraneo agli uomini piace, ma comunque l’aspetto sociologico della questione non la interessava più di tanto. E poi aveva sempre creduto, forse illudendosi, di aver fatto innamorare uomini più diversi fra loro, per la sua testa più che per il suo seno taglia quarta o altri dettagli.

Andò in bagno, il primo pensiero ancora ad occhi chiusi era liberare la vescica. Aveva dormito per dieci ore di fila. Durante quel momento di piacere puro da soddisfazione di bisogni primari, si formò il secondo pensiero. Andare alla bilancia e togliersi questa curiosità: aveva perso un paio di chili o no?

Fu lì, in quel preciso istante, che passando davanti allo specchio “la” vide.

Era una ragazza alta quanto lei, ma molto più magra, esile, la pelle chiarissima e quasi trasparente, messa ancor più in evidenza da due occhiaie scure intorno agli occhi. Chiarissimi, azzurri con un contorno sfumato di verde.

E si trovava dentro il suo pigiama.

La prima reazione non fu paura, ma stupore.

Sembrava uno di quei cuccioli di cane o di gatto che per la prima volta incontra uno specchio passandoci per caso davanti saltellendo intento nel proprio gioco. Allora si ferma di botto, torna indietro, guarda quella figura strana davanti a lui da diverse angolazioni, ruota il capo a compasso verso la spalla, prima a sinistra e poi a destra, con gli occhi fissi negli occhi di quella strana creatura, stupito del fatto che al suo spostarsi si sposti insieme e come lui. E poi quel gesto tipico con la zampa, a cercare di prendere quello strano animale e invece scontrarsi con quella superficie assolutamente liscia e fredda.

Anche Alice fece lo stesso identico gesto, ingenuo e istintivo, di toccare con la mano lo specchio in corrispondenza del suo viso. Di quel viso. Che era davanti a lei, e la fissava da dentro lo specchio. Ma non era lei, pur essendo lei.

Non riusciva a realizzare un pensiero compiuto. Non riusciva neanche ancora a chiedersi perchè.

Ancora doveva capire se fosse vero quello che le stava capitando.

Si sedette impettita sul bordo della vasca, non lasciando neanche per un attimo di guardare dritta negli occhi quella donna di fronte a lei. Lo fece soltanto per alcuni istanti per controllare che lo specchio fosse sempre lo stesso, lo guardò da sotto, di profilo, lo scostò dal muro, pensando ad una diavoleria tecnologica di Umberto messa al posto dello specchio in bagno per stupirla.

Riuscì addirittura a pensare cose di questo genere, prima di arrendersi all’evidenza del fatto che, a parte quello che rifletteva lo specchio, il suo corpo era veramente cambiato.

Si appoggiò alla parete guardandosi come ipnotizzata quei piedi nudi.

Scivolò lentamente giù. Seduta a terra, fu allora che provò la prima sensazione fisica diversa, a parte il fattore visivo. Il sedere ossuto, così diverso da quelle natiche rotonde dietro alle quali gli sguardi degli uomini normalmente rimanevano incollati, appoggiandosi sul pavimento incontrava una superficie altrettanto rigida, e questo creava contrasto e anche un certo dolore fisico al quale non era preparata.

Fu in quel momento, mentre contemporaneamente un pensiero molto frivolo e assurdo in quel contesto le passò veloce per la mente (“Piacerà ancora a Umberto il mio sedere?”), che si affacciarono i primi sintomi concreti di paura. Quel cuore di chissà chi che aveva dentro, cominciò a battere furiosamente, se lo sentiva scoppiare in gola, nelle tempie, l’aria nel bagno mancava anche se la finestra era aperta.

Andò giù in cucina, a prendere un bicchiere d’acqua. Lo bevve, ma non bastò certo a farla sentire meglio.

Anzi, ogni piccolo gesto produceva sensazioni sgradevolmente sconosciute. Nel bere le capitò di concentrarsi sull’interno di una bocca evidentemente non sua. Cominciò a leccarsi la superficie dei suoi denti e li sentì diversi. Di nuovo corse in bagno per guardarseli. Una fila di denti perfetti ma diversi dai suoi. Di un colore non esattamente bianco, come spesso hanno le persone dai capelli rossastri. Aprì la bocca, analizzando prima l’arcata superiore e poi quella inferiore, si scoprì otturazioni e capsule in posizioni diverse da quelle che sapeva di avere.

Cominciò ad osservarsi i polsi, così sottili, le unghie ovali su delle dita lunghe e molto affusolate. Si alzò la casacca del pigiama di seta e scoprì quel ventre piatto come quello di un ragazzino adolescente, con il nodo dell’ombelico sporgente. Non quella fessura morbida e profonda in cui Umberto adorava affondare la lingua. Si spogliò freneticamente, quasi strappandosi di dosso il pigiama. Niente del suo corpo di prima era rimasto uguale. Solo i suoi ricordi erano rimasti gli stessi.

Avrebbe voluto piangere, disperarsi, chiudere stretti gli occhi come fanno a volte i bambini con la speranza di addormentarsi e risvegliarsi da un brutto incubo. Il pensiero di telefonare a sua madre o a sua sorella e spiegare quello che le era successo la sfiorò solo per un attimo, ma in quel momento le sembrò che sarebbe stata un’azione che avrebbe potuto solo peggiorare l’orrore che stava vivendo. Niente e nessuno avrebbe potuto confortarla o aiutarla in quel momento, o almeno così le sembrava.

Ad un tratto un pensiero riuscì in qualche modo a tranquillizzarla. Le venne in mente di fare qualcosa che quantomeno le avrebbe permesso di prendere tempo. Si scoprì una sorta di fredda razionalità che non le apparteneva. Così prese il telefono e senza aspettare, per il timore di cambiare  idea, chiamò Umberto.

Il telefono squillò a vuoto, e lei riattaccò quasi sollevata. Subito richiamò lui.

“Ciao amore ho visto la chiamata, sei tornata? Io, guarda, ho avuto una riunione imprevista e arriverò dopo cena ormai, mi perdoni?”

“Certo… neanch’io sono ancora arrivata”. Mentre pronunciava quella brevissima frase, si rese conto che (come aveva fatto a non pensarci) anche la sua voce era diversa. Con una prontezza che la stupì simulò un calo di campo e poi fece cadere la linea. Scrisse un sms sintetico ma dettagliato dove gli spiegava che la sua tournè sarebbe prolungata di qualche giorno e che ormai però quella sua amica tedesca, Helen, era a Firenze e si sarebbe trattenuta a casa loro nel frattempo. Gli dispiaceva? doveva dirle di andare in albergo?”

Lui ci mise un po’ a rispondere, ma poi arrivò un sms laconico dove diceva che no ovviamente non era il caso di farla andare in albergo. Tanto lui sarebbe stato fuori tutto il giorno. Finì con “E fatti sentire presto. Ciao, bacio”.

Passò le ore del pomeriggio sforzandosi, neanche più di tanto, di non pensare alla sua situazione. Quella situazione era assurda, era inutile pensarci. Si scoprì determinata come mai prima a risolvere il problema del momento: incontrare Umberto “sottoforma” di Helen, e poi anche studiare, prevedere le difficoltà alle quali sarebbe andata sicuramente incontro di lì a pochi giorni. Andò ad un bancomat e con la “sua” carta ritirò il massimo che poteva prelevare per quel giorno. Avrebbe fatto la stessa cosa nei giorni seguenti, e almeno per un po’ almeno il problema di liquidi lo avrebbe risolto. Perchè ovvio, non sarebbe potuta andare alla sua banca a prelevare denaro personalmente dentro il corpo di un’altra.

Scendendo per strada incontrò prima il portiere, poi un paio di commessi di negozi sottocasa che normalmente la avrebbero salutata. Lei si concentrò nel non farlo sperando che non si accorgessero che indossava abiti di Alice troppo larghi per lei. Ma no, erano particolari che non li riguardavano, in fondo poi era un’amica di Alice e fra amiche ci si prestano gli abiti.

Comunque la prima cosa che fece fu andare in una boutique che non frequentava mai per comprarsi qualcosa. È strano a dirsi, ma provò come una specie di piacere nel non possedere assolutamente niente, e comprarsi un guardaroba base. Basta con le ridondanze, si scoprì a pensare, solo oggetti essenziali e che servano veramente. Basta ad ogni cambio di stagione la straziante scelta di oggetti di vestiario da eliminare, borse, scarpe, che servivano soltanto a riempirle l’armadio e le valige. Fu allora che le venne in mente di dover “liberarsi” della valigia non ancora disfatta. Si provò velocemente due paia di pantaloni taglia quaranta, uno beige e uno nero, tre camice, due maglie, un paio di decoltè tacco 8 nere, un paio di Hogan beige, una borsa rossa. Mai posseduta prima una borsa rossa. Uscendo vide uno spolverino di un improbabile blu ciano che pensò essere adatto per una tedesca bionda: lo prese senza provarlo. La commessa, stupita, incassò soddisfatta.

Mentre si avviava verso casa pensava a come far sparire la valigia senza lasciare tracce. Le sembrava di dover far sparire un cadavere. In fondo si stupì a pensare che non ci fosse poi così tanta differenza.

Intanto la avrebbe messa in garage, poi in un secondo momento avrebbe trovato il modo di eliminarla.

Si stava facendo buio. Era fine agosto, e le giornate stavano velocemente scorciando.

Fece una doccia al suo nuovo corpo. Anche il semplice gesto di passarsi la spugna, la stessa sua spugna di sempre, sulle cosce, sulla pancia, sulle braccia, provocava una sensazione diversa. Ma non sgradevole. Era quasi come accarezzare il corpo di una persona diversa da sè, da cui si è attratti, perciò provare e provocare piacere allo stesso tempo. Assurdo. Ma non c’era assolutamente tempo di analizzare troppo le sensazioni, Umberto poteva rientrare da un momento all’altro. Ancora nuda, si asciugò i capelli sottilissimi con il phon in un tempo velocissimo rispetto al “normale”. Poi quasi senza rendersene conto si sdraiò sul letto sfatto, sentì pervaderla un senso di benessere, inspiegabile vista la situazione, forse dovuto alla doccia calda che aveva attuttito ogni pensiero più o meno razionale. Cominciò a lisciarsi prima quel ventre teso come la supericie di uno specchio, poi scese con la mano verso il pube e cominciò con le dita sottili ad esplorare quella vagina sconosciuta, piccola e stretta ma caldissima. E molto bagnata. Non si accorse della chiave che girava nella toppa, nè della presenza di Umberto nella stanza. Di certo non era lucida, e forse per questo le sembrò la cosa più naturale del mondo sentire quelle mani conosciute che le accarezzavano il seno. Quei piccoli seni sodi nuovi per entrambi. Quegli occhi che conosceva così bene la fissavano con una dolcezza che era la stessa con cui di solito fissavano innamorati la lei di prima mentre facevano l’amore. Poi lui cominciò a baciarla sulla bocca e per lei era così naturale sentire quella lingua amata e desiderata nella sua nuova bocca. Il suo piacere saliva come un qualcosa di assolutamente naturale ogni volta che una parte di lui che conosceva così bene la penetrava in ogni orifizio del suo nuovo corpo, anche lì dove lei solitamente si negava. Probabilmente anche per questo Umberto ebbe un orgasmo potente, come lei mai gli aveva mai visto provare prima. Lo sentì urlare ed emettere dei gemiti sconosciuti, accompagnati da tremiti del corpo violenti e teneri allo stesso tempo che scuotevano anche il corpo e la mente di Alice.

Si addormentò all’improvviso con un respiro forte e regolare di bambino felice, come spesso capita agli uomini appagati dopo l’amore. Ma non a lui. Era una cosa di cui andava molto fiera con le amiche, avere un uomo che non si addormentava subito dopo, che continuava ad accarezzarla e parlarle dolcemente. Che scema. Veramente scema.

Si ricordò di quella spilla che aveva appoggiato sul servomuto un tempo immemorabile fa.

Si alzò dal letto per prenderla, muovendosi come una gatta fra gli oggetti sparsi per terra da Umberto senza fare minimamente rumore. Era una spilla da folulard d’argento in stile decò, con una ametista dal taglio rettangolare e due perle di fiume che insieme andavano a formare una macchinina futurista, un oggetto che aveva fatto notare a Umberto in una vetrina di un antiquario di via Maggio e che lui qualche tempo dopo le aveva regalato.

Che stronzo, sì ci aveva pensato anche allora, ma adesso ne aveva la certezza: avrà avuto qualcosa da farsi perdonare il porco.

Non sarebbe stato difficile trovare il punto esatto, lì, proprio lì dove il petto si alzava e si abbassava nel respiro del sonno appagato. Impugnò la spilla e la passò lievemente sopra la peluria. Lui ebbe un minimo cambiamento di ritmo nel respiro. Poi si girò di spalle.

“Inutili moralismi”, pensò.

Rimise la spilla al suo posto, poi ripensandoci la infilò nella busta ancora chiusa delle scarpe tacco 8.

Domani avrebbe pensato anche alla valigia di Alice di cui disfarsi.

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