oppure Registrati
Concorsi

I poeti di vent’anni

a cura di Redazione i-LIBRI

I poeti di vent’anni

Premio Pordenonelegge Poesia 2020

Il premio è rivolto ad autori nati dal primo gennaio 1990 al 31 dicembre 1999, che abbiano pubblicato un libro di poesia nel corso del 2019.
Il Premio è promosso da Fondazione Pordenonelegge.it in collaborazione con Camera di Commercio di Pordenone – Udine, Crédit Agricole FriulAdria, Teatro Comunale Giuseppe Verdi Pordenone e Best Western Plus Park Hotel Pordenone.
Vincitrice della prima edizione del Premio era stata Eleonora Rimolo con la raccolta “La terra originale” (LietoColle-Pordenonelegge, 2018); finaliste Emanuela Rizzuto, con “Porta libeccio” (CartaCanta editore, 2018) e Giovanna Cristina Vivinetto, con “Dolore minimo” (Interlinea, 2018).

Questi i tredici autori che hanno partecipato alla seconda edizione del Premio Pordenonelegge Poesia:

  • Marco Amore, Farràgine (Samuele Editore, 2019),
  • Anna Boccadamo, Niente di personale (Damster Edizioni, 2019),
  • Valeria Cagnazzo, Inondazioni (CartaCanta, 2019),
  • Riccardo Canaletti, Sponde (Arcipelago Itaca, 2019),
  • Giorgiomaria Cornelio, La promessa focaia (Cierre Grafica – Anterem Edizioni, 2019),
  • Jacopo Curi, L’immagine accanto (Arcipelago Edizioni, 2019),
  • Lorenzo Fava, Lei siete voi (LietoColle, 2019),
  • Gabriele Galloni, L’estate del mondo (Marco Saya Edizioni, 2019),
  • Demetrio Marra, Riproduzioni in scala (Interno Poesia, 2019),
  • Francesca Ribilotta, Il fiume scrisse a Siddartha (Book Print Edizioni, 2019).
  • Tommaso Russi, Qualche parola tra padri e figli (Eretica Edizioni, 2019),
  • Francesca Santucci, La casa e fuori (LietoColle-Pordenonelegge, 2019),
  • Antonio Scialpi, Carne incognita (Edizioni Ensemble, 2019).

Questi sono i dieci ancora in gara, scelti dalla giuria composta da Roberto Cescon, Azzurra D’Agostino, Tommaso Di Dio, Massimo Gezzi e Franca Mancinelli. I tre finalisti verranno proclamati entro il prossimo 31 luglio.

Valeria Cagnazzo, Inondazioni (Capire Edizioni, 2019)
Questo libro d’esordio di Valeria Cagnazzo colpisce per la fiducia accordata alla parola, alla quale viene consegnato il compito della presa in carico dell’altro attraverso la costruzione di un mondo. Usciamo da questa lettura con una sensazione di un’esperienza visiva: animali marini, fondali, ma anche piante, piane, gelsi, straobordii, corpi, zampe. Il tutto, armonizzato in un dire che non sia solo metaforico, ma che anzi tenti un tratteggio del presente e del qui-e-ora attraverso la descrizione di un immaginario dove tutto si tiene. A cosa tende, questo groviglio di esseri e luoghi, di acque e cieli, di persone e animali, di affetti cari e di sconosciuti? Si potrebbe ipotizzare: a un più alto senso di giustizia, o quantomeno alla possibilità che l’ingiustizia venga riparata (magari proprio con la parola?). A guardare a fondo, forse, alla salvezza. E se per parlare di guerre intestine tra minoranze etniche, di sterminio, di frontiere, si parte dal bisonte, dagli stormi, dalle briciole, rendendo questa nostra fragile congrega umana parte di un più grande mondo di persone non umane, forse una strada di possibilità si apre.

Entomologia
Con questa vita o con quell’altra
si riempirebbe un foglio, un volo d’airone.
La notte è densa e il vetro sottile.
Morire non è un sottrarsi d’ombra
o di mobili che non hai saputo mai spostare.
È piuttosto un comparire, un pugno
che finalmente s’apre; non fanno anche
così le freddoline, le bocche di gelso?
Distendersi di panni al sole
ad asciugare, e spazio bianco, ovunque.
Eppure lo strisciare di piedi di sedie
sul pavimento delle stanze di sopra, i fili
che il rumore disegna, l’ansia d’inseguirli
ancora un poco, la fame mai sazia
degli scalpiccii: perciò serrare le imposte,
allontanare la fronte dal freddo,
reclamare sempre il diritto a restare
corrucciati dentro a un corpo nervoso,
sfuggire al bianco, grinzi, fastidiosi,
suono costante di zampe d’insetto.

Sponde

Riccardo Canaletti, Sponde (Arcipelago Itaca, 2019)

Che deve fare un poeta al suo esordio, un ragazzo che a vent’anni senta la necessità di mettere la vita in versi e di interrogarla, attraverso questo gesto? Due cose, sostanzialmente: parlare del suo mondo (le stanze vissute per pochi anni o mesi, le passioni e gli amori, la ricerca inquieta di un luogo da abitare) e farsi venire il sospetto che quel mondo non basti, o non basterà, per l’opera che vuole scrivere. Riccardo Canaletti (1998), in Sponde, fa entrambe le cose: assecondando un ritmo di canto che perlopiù non si lascia incatenare da una metrica, si riconosce un io che parla a un tu (e che raramente aderisce a un noi) e accoglie nei suoi testi i dettagli che trapuntano la nostra vita e la fanno indimenticabile: l’alfabeto morse della luce che trapela dalle serrande, i capelli di una ragazza che si muovono impercettibilmente al vento… E però la lingua dei suoi testi e il «convesso del pensiero» non si accontentano dell’asserzione e della mimesi, ma fanno spazio al paradosso, a una dialettica non pacificata tra ciò che è e ciò che non è (e che forse dovrebbe essere): un altro essere umano è «così simile a te, così distante»; «La casa che non ho è la casa che tu mi hai dato»; «nella conquista eterna della luce, lì dove quando / arriva notte, la luce non c’è più»; «Noi […] eravamo solo io / che passeggiavo» sono solo alcuni dei passaggi in cui il cerchio del qui e ora si squarcia dal di dentro, mostra le crepe e accoglie il sospetto di un oltre, di una tensione irrisolta. Finché l’ultima sezione “chiama fuori” il soggetto («Nessuno, eppure mi chiamano fuori»: ancora un paradosso), che sale su un treno diretto verso nord. Quando scenderà probabilmente avrà occhi nuovi e quella tensione non si accontenterà di paronomasie («è questione di ore, di ora») o di predicazioni contraddittorie. Restiamo in ascolto.

E non ti riconosci più com’eri, come sarai.
E ti si avvinghia la voglia di tenerti in vita
pur sempre in vita, dove tace
un dio che non credevi, nei pascoli celati alle città
in luoghi intatti immobili da sempre,
nella conquista eterna della luce, lì dove quando
arriva notte, la luce non c’è più.

Giorgiomaria Cornelio, La promessa focaia (Cierre Grafica – Anterem Edizioni, 2019)

In questo esordio ambizioso, la disposizione dei versi procede per scosse e margini, fuoriuscendo di continuo verso un luogo dove fondarsi ancora. In una lingua attraversata dalla mistica, dalle storie chassidiche, da Deleuze e Derrida, si ha sempre l’impressione di un situarsi nella notte o in una crepa che può farsi germoglio. La voce si nutre di rimandi, vertigini di libri, brillanti soluzioni grafiche; talvolta forse si compiace della parola preziosa, che proviene però da una misura necessaria. In questa poesia nessun sostegno è sicuro, nessuna vertebra intende fermare la necessità di cedere. Una scrittura perturbante e inagibile contiene l’idea che sia l’incompiuto a dar vita alla poesia, rinnovata dalle braci.

Tempo di lasciare il sagrato

Trascorrono altre morsure
e lo schermo è sgombro, se con
Verbo intendiamo
l’aculeo o la soglia

Scompagina dunque
Il tumulo inconsutile
dei sacramenti

capovolgi ancora
le parole appese;

di questa sommossa farai
torchio, abluzione o lavacro.

Dal chiuso,  inesausta, di  oscurità
bruciata e nondimeno
soffiando aurora,
tutta pazienta, la promessa focaia.

Jacopo Curi, L’immagine accanto (Arcipelago Itaca, 2019)

L’immagine accanto è il libro d’esordio di Jacopo Curi, (San Severino Marche, 1990), già autore di una silloge in dialetto uscita nell’antologia Lingua lengua. Poeti in dialetto e in italiano (2017). Quella di Curi è una poesia di pensiero, di interrogazione sull’essenza della vita; una poesia filosofica che non rischia mai l’astrazione, perché nutrita di un’autentica necessità di conoscenza, di un’esperienza che diventa riflessione sul tempo e le sue prospettive. La tendenza a guardare se stesso da una distanza apre lo spazio di una meditazione che ha fatto sua la lezione metafisica di Pessoa, insieme a quella tragica di De Angelis: «La rarefazione dell’aria culmina / nel pieno del sonno universale. / Un giorno sveglieremo il corpo / e sarà un riappropriarsi del tempo / come da sempre aspettavamo». Alcuni paesaggi psichici e brevi testi dall’intensità epigrammatica, mutuano invece l’eredità dell’ultima stagione poetica del conterraneo Remo Pagnanelli. La tensione verso l’origine attraversa tutta la prima sezione come ritorno al prima della nascita, e riaffiora poi nel libro come moto verso un luogo di unità, «cronotopo / precedente alla vita», un «approssimarsi / alla radice dell’essere».

Si consuma l’ultima dose d’aria
la testa s’infila nelle maglie del mondo
e sulla soglia del senno
prima che il pianto liberi la luce
non c’è tempo per chiedersi
se tutto sia già pronto
per imboccare la strettoia
e insaccarsi nella realtà
dall’urlo simmetrico della madre.

Lei siete voi

Lorenzo Fava, Lei siete voi (Lietocolle, 2019)

Il libro di Lorenzo Fava è il resoconto di una battaglia metafisica, una lotta fra entità invisibili mediante dati visibili. Da un lato lo spirito di un uomo, dall’altra una lei mai descritta, se non per dettagli ardenti, che emanano la luce intellettuale delle metafore. Di testo in testo, diventa sempre più evidente che la battaglia è anche un rapporto di amore: fra i due protagonisti ad essere incendiata è proprio la distanza che li separa, quell’abisso che continuamente alimenta una fiamma, un rovello, un enigma che è avvertito come una vita più vera: «non è sogno l’agonia sbranata dai dettagli». Questa distanza incendiata sempre più coincide con la scrittura stessa, perfino si identifica con le sue condizioni materiali, e lei assume i tratti della scrittura poetica: «Avessi fiato per rincorrerti forzerei il rigo/ a capovolgersi fino a trovarti, muta». Il libro a questo punto procede a carte scoperte e si trasforma in una sorta di meditazione in versi sulla natura della lirica, una riflessione condotta per barlumi di intensità, per scorci frammentati e aforismi. Il libro, al netto della qualità della scrittura, sconta una scarsa adesione ai dati concreti, che usa sì, ma da cui non si fa sorprendere; sembra sempre rimanere un passo indietro la realtà sensibile per situarsi nel suo rovescio, in una dimensione astratta, che conduce il libro ad una ripetizione un po’ schematica di immagini e figure. Laddove invece è il dettaglio di realtà ad essere accolto senza difese, il testo si apre ad una potenza che fa ben sperare per le prossime prove: «Quando non vedi/ più briciole di luce sopra le grondaie/ all’improvviso la scrittura.»

Oggi so che mi appartieni come la voce
perché mia la parola mia la bocca

oggi che l’aria cuce il tuo profumo al vento
che conta come per chi non può vedere il sole

l’iride gonfia trema solamente
sarà come svenire sarà come cadere

sarà come un verbo senza paradigma
come un nome in ogni caso

in ogni caso
sarà come.

1 – continua

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati