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Pordenonelegge Poesia 2020

a cura di Redazione i-LIBRI

Pordenonelegge Poesia 2020

Ed ecco gli altri cinque finalisti:

Gabriele Galloni, L’estate del mondo (Marco Saya edizioni, 2019)

Il libro L’estate del mondo proietta il lettore nel più tipico paesaggio della provincia italiana: centri commerciali, parcheggi, bottiglie di birra e piscine pubbliche adiacenti a case popolari sono assediati da un mare mediterraneo, ai margini di piccoli boschi suburbani. Siamo nei dintorni della periferia di Roma, fra Fiumicino e la Magliana. I toponimi ci riportano ad una geografia precisa, realistica; qui la poesia di Galloni si aggira però come uno spettro, pronta sì a coglierne i dialoghi e a catturarne le scene, ma alla ricerca di attimi tanto sottili e futili, da essere spesso meno di nulla, accolti nondimeno e descritti come epifanie memorabili. Nella sua poesia sembra dunque di essere assorbiti in un clima lisergico; ci troviamo davanti a visioni estatiche, minime, contemplative: «Era in sogno una porta che si apriva sul mare; e tu dicevi “vieni, è sera.”» Sebbene si sia tentati di invocare la biografia e il realismo, tutta la scrittura di Galloni è in realtà intramata di rimandi ad una precisa area della nostra letteratura, quella che va dalle Myricae Pascoli, dal D’Annunzio del Poema paradisiaco, fino ai primi crepuscolari, e poi su su fino a Penna, omaggiato a più riprese. Quando l’equilibrio fra dato di realtà e memoria letteraria è raggiunto, il libro regala vertici notevoli; altre, corre il rischio del lezioso, oppure l’opposto, un verso musicalmente sciatto, che si abbandona ad una maniera collaudata di cui si accontenta di ripetere le mosse senza necessità. Il libro sembra nondimeno cogliere un’atmosfera del nostro tempo, sospesa in bilico fra un desiderio di liberazione e verità e la fuga in un’estetica vintage, in una musica retrò. Al netto di tutte le riflessioni, a libro chiuso, resta nella memoria una sorta di stupore semplice che la poesia di Galloni ha saputo generare; forse sta qui la parte più felice di questa giovane opera: «Raggiungere lo spazio dalla riva/ del mare; intanto cogliere una lucciola/ dal bagnasciuga e saperla sorpresi/ ancora viva.»

Ma non ho nulla, cielo, da mostrarti.

Ecco: sorprendimi giù a Fiumicino,
tra i Dioscuri e le case popolari;

fa’ ch’io raccolga l’ultima conchiglia
dell’estate, occhi chiari;

e la conservi agli anni in una tasca
così profonda da dimenticarmene.

Riproduzioni in scala

Demetrio Marra, Riproduzioni in scala (Interno Poesia, 2019)

Una raccolta atipica, questa di Marra, in cui – come sottolinea Flavio Santi nella sua prefazione – risulterebbe difficile trovare un unico referente illustre, un qualche canone riconoscibile, nonostante le note finali riportino una serie di riferimenti di rilievo. Da Ottiero Ottieri, a Attilio Bertolucci, a Borges a molti altri. E questi testimoni letterari si intrecciano a fatti della vita, come il provincialismo di Corso Garibaldi a Pavia, o uno svincolo autostradale per raggiungere un grande centro commerciale in provincia di Reggio Calabria. Questa mescolanza ritorna anche nel verso, non solo per un frequente alternare di alto e basso, quotidiano e trascendente, casa natia e ricerca di una nuova patria, ma anche per una tensione verso la prosa che rende le poesie in alcuni punti racconto in versi molto intimo, diretto, quasi un riflettere tra amici davanti a un bicchiere. Il rischio che si può a tratti correre è quello di una certa verbosità, ma l’autore è sufficientemente giovane per poter percorrere la sua ricerca approfondendola verso esiti di equilibrio tra tutti gli elementi che con originalità mette in gioco. Un’ipotesi di tensione che compare per allusione nell’ultima poesia della raccolta:

[…]
Ma niente. Tutto è ripristinato. Rimane
la fila di morti oltre i tornelli della Metro
a Milano, il particolare oltre
l’abbonamento ATM. Salvezza nel mondo
se non nel rumore e nel lampo che schiariscono i trafori
nelle fermate da Rogoredo attorno al Duomo
(Palestro Repubblica Cairoli Porta Romana…)
e l’acuto del freno. Capita almeno? che qualche
anima bella decida tra la parcella e la rotaia
(forte stridere il freno) masticare whispering addio
e diacciare il vigile sogno di Milano, il boom
economico è un passato di piselli, di carote,
un minestrone frullato, pappetta plasmon
per uomini che avranno e no
danno dal ritardo di un treno automatico.
Fortunatamente, non ho scelta. Il mio
lavoro non è mai iniziato. Non c’è profitto
nel frangersi della luce sullo Spritz
preconfezionato della Aperol – io dalla terra
fino a Marte posso allungarmi, anche
troppo lontani, invece, sono gli anelli. Se la
montagna non va da Maometto…
Storia pessima, certo, quella
che in esilio ho sofferto, così a lungo,
che sarebbe? Lontano sentirmi comunque
piegato tra montagne aspre e Stretto.

Qualche parola tra padri e figli

Tommaso Russi, Qualche parola tra padri e figli (ERETICA Edizioni, 2019)

Aperto da una citazione decisamente outspoken dal Woyzeck («Niente è eterno: tutto si risolve in un attimo, dura un attimo […]»), Qualche parola tra padri e figli del venticinquenne Tommaso Russi getta ambiziosamente uno scandaglio verticale nel tempo e nelle generazioni. Scandito in cinque sezioni corrispondenti alle varie tappe di una crescita e di una maturazione (Infanzia, Adolescenza, L’età di mezzo, Essere adulti, Vecchiaia), il libro alterna momenti felici a tratti in cui il bisogno di raccontare e di esprimere prende il sopravvento sulla forma, slabbrando il dettato – che a tratti sembra tendere al monologo teatrale – e ricorrendo a formule retoriche facili e prevedibili (come l’uso ripetuto dell’anafora, in certi testi). Le poesie migliori sono quelle che mirano all’essenzialità, condensando in un’immagine o in una clausola efficace il significato di un’esperienza o di un tratto di vita.

Il primo lutto

A sei anni,
ignorando il motivo
per cui le maestre piangevano
e le nostre mamme quel giorno
ci avevano dato qualche carezza in più,
aspettavamo in fila per due,
con in mano quadernini, giocattoli e figurine:
regali
per la nostra compagna di classe, da portare con lei nell’aldilà.

Nessuno di noi bambini aveva paura,

semplicemente la morte è nata
mentre aspettavamo in fila,
come quando si va a mensa.

La casa e fuori

Francesca Santucci, La casa e fuori (LietoColle-Pordenonelegge, 2019)

La casa e fuori, libro d’esordio di Francesca Santucci (1991) è composto di poesie in prosa e in versi che conducono il lettore in un territorio sospeso, dove l’infanzia non è ancora trascorsa e si è come «sul punto di fare qualcosa», di spezzare questo stato intermedio, per fare ingresso in un mondo altro, quello degli adulti, forse. Ma il soggetto che prende voce in questi testi, è chiamato prima a “riordinare le foto” della memoria, a ricomporre il quadro della propria esistenza familiare, accanto alla sorella e ai genitori, e ad osservare i propri gesti e movimenti all’interno del perimetro della casa o poco oltre, nello spazio del giardino, intessendo dialoghi con gli animali, con gli oggetti antropomorfizzati, o con l’altro che le dorme accanto, corpo silenzioso con cui instaura un’ intimità fusionale, come con la sorella: «e io non so più se quando cresci è per respiro / o dove hai imparato a sognare in questo modo. / […] divarichi le gambe come alle volte / certe strade si rivelano». Lo sguardo è costantemente impegnato in un’indagine sulla consistenza del proprio corpo, sulla propria presenza tra le cose, nello spazio. Gli unici avvenimenti “esterni”, le uniche notizie dal “mondo”, sono comprese in una carta di giornale riciclata. Il rischio di questa scrittura è un’eccessiva centratura del soggetto su se stesso, le proprie percezioni, i propri gesti. I risultati più alti sono nel ritorno consapevole all’infanzia, all’ingenuità trasognata e all’indistinzione con l’altro, o nel tentativo di uscire da sé e di guardare le cose dal distacco che le fa apparire più nitide, più vicine a ciò che sono, libere dalle proiezioni del nostro io, infinite:

*

È così che ci stacchiamo dalle cose
smettendo di dare loro da bere, un nome,
qualcosa da difendere, il privilegio della crescita
– è all’improvviso che ci dividiamo,
[con uno strattone (come una treccia ai capelli
quando infili dentro l’indice e tiri giù)] – le guardiamo
perdere posto con i loro lunghi bisbigli
(nella casa si alza il vento) e dove riducono il volume
bisogna considerare un’altra area, tracciare
il confine nuovo senza mai chiudere la figura:
ogni limite, per una x, tende a infinito.

Carne incognita

Antonio Scialpi, Carne incognita (Edizioni Ensemble, 2019)

L’esordio di questo giovane poeta pugliese è suddiviso in cinque sezioni, che radunano materiali diversi, ma in qualche modo tutti accomunati dalla volontà di rovesciare il visibile per interrogarsi sul mostruoso. I versi sono attenti a fissare le immagini, non facendo del metro una priorità. La voce si fustiga, si appende a testa in giù, si perfora, prega il padre di essere buono. Durante la lettura noi tocchiamo corpi, unghie, capelli, costole incrinate. Sentiamo pelli nuove e lamenti. Vediamo una madre e un figlio che vivono come fantasmi, maledetti dai parenti. Una casa diventa tomba e incendio. L’ampia corona di figure familiari mostra persone spartite, tra loro sconosciute. Il “sesso ossobuco” è intenso, fa male, spacca il respiro. Le relazioni bugiarde conducono in boschi dove sconsacrarsi. Infine, dopo l’attesa feroce, si impara a camminare sul carbone senza bruciarsi.

La carne è una maledizione parentale
scorre nel sangue di chi ha già detto;
non sprecherò parole per questo.
La casa invece era in fondo al vialetto:
una strada stretta a doppio senso
solo chi risiede ha il permesso.
Di tutti i fantasmi i più vivi siamo io
e mia madre.
Full stop.

È un seminterrato: non pensato
per accogliere, costretto a contenere
la nostra disgrazia.
Gli altri parenti sono foto quadri
perlopiù ricordi orali: li raccontiamo
a nenia per ricordare come non morire.

Nessuno ne ho conosciuto, tutti li so.

Da anni ci siamo segregate
perseguitate da un’ombra
che ci viene a trovare.
Io la chiamo il padre.

Leggi la prima parte dell’articolo a questo link

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