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Premio Viareggio 2020

a cura di Redazione i-LIBRI

Premio Viareggio 2020

Paolo Di Paolo per la narrativa, Giulio Ferroni per la saggistica e Luciano Cecchinel per la poesia sono i vincitori del Premio letterario Viareggio Rèpaci 2020, proclamati alla Cittadella del Carnevale.

Paolo Di Paolo ha vinto con Lontano dagli occhi (Feltrinelli) –  Luciana lavora in un giornale che sta per chiudere. Si dà da fare, corre, è sempre in ritardo, ma vorrebbe dimostrare di essere all’altezza. L’uomo che ama è lontano, lei lo chiama l’Irlandese per via dei capelli rossi e della passione per Beckett. Valentina va alle superiori, è convinta che da grande farà la psicologa. Ha smesso di parlare con Ermes, il ragazzo con cui è stata per qualche mese. Lui fa l’indifferente, ma forse è solo una maschera. Cecilia porta un caschetto rosa e tiene al guinzaglio un grosso cane. La sua casa, per ora, è il marciapiede davanti a un portone. Una sera si mette a parlare con Gaetano, un ragazzo che consegna pizze a domicilio… Tre storie diverse, la stessa città – Roma, all’inizio degli anni ottanta – e lo stesso destino. Smettere di essere soltanto figli, diventare genitori. Eppure Luciana, Valentina, Cecilia non sono certe di volerlo, si sentono fragili, inadeguate, insofferenti. Talvolta le persone più vicine aumentano la loro solitudine, anche quando vorrebbero soltanto esserci. E l’Irlandese, Ermes e Gaetano? Confusi, distanti, presi dai loro sogni, dalle loro ossessioni. Si può tornare indietro, fare finta di niente, rinunciare a un evento che si impone con prepotenza assoluta e sconvolgente?  A osservare tutti c’è lo sguardo partecipe di un io che li segue nei mesi cruciali della trasformazione, che li insegue per le strade di una città luminosa e ambigua. Un giro di pochi mesi, una primavera che diventa estate. Tra bandiere che sventolano festose, manifesti elettorali che sbiadiscono al sole e volantini che parlano di una scomparsa, le speranze italiane somigliano a inganni. È una fine o un inizio? Poi una nuova vita arriva e qualcosa si svela. Ma basta un gesto misterioso, inaspettato, difficile perché niente sia come prima. Lontano dagli occhi è una dichiarazione d’amore al romanzo e all’irriducibile potere della letteratura, alla sua capacità di avvicinare verità altrimenti inattingibili.

Per la saggistica si è aggiudicato il premio Giulio Ferroni, con L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia (La Nave di Teseo) – Quello che Giulio Ferroni affronta in queste pagine è un vero e proprio viaggio all’interno della letteratura e della storia italiane: seguendo la traccia della Divina Commedia, e quasi ripetendone il percorso, il celebre studioso crea una mappa del nostro paese, dei luoghi che Dante cita, delle bellezze di cui parla. E portandoli di nuovo sulla scena della letteratura, non soltanto la parola di Dante si confronta con l’attualità, ma anche questi stessi luoghi si riappropriano di una dimensione di ricchezza, storica e letteraria, che spesso fatichiamo a riconoscere nelle città che abitiamo. Da nord a sud, dalle bestie di Fiesole alla Sicilia di Scilla e Cariddi, da Firenze al Monferrato, da Montaperti a Verona, dalla gente vana di Siena a Roma, Ravenna, Napoli: seguire l’itinerario dell’Italia di Dante significa riconoscere l’esistenza di un’Italia prima ancora che nascesse l’idea di nazione, recuperare il senso di un’unità e di una coerenza contro chi oggi ne mette in dubbio l’identità storica. In queste pagine, di grande intelligenza e raffinatezza, tornare a Dante è un modo per sfuggire per ritrovare le vere ragioni della grande lingua e letteratura, e in particolare di quelle italiane sempre più trascurate nella scuola e schiacciate negli usi correnti dal dominio imperiale dell’inglese.

Infine Luciano Cecchinel è il vincitore della sezione poesia del Premio Viareggio con la sua raccolta Da sponda a sponda (Arcipelago Itaca).

“Questa edizione incorona vincitori tre autori importanti, tre figure di spicco del panorama culturale italiano. Tre autori, e quindi tre opere, che sono in sostanza tre viaggi, un tema che da sempre mi è caro – ha commentato il sindaco di Viareggio –  Viareggio è terra di viaggiatori: da qui un tempo si partiva per porti lontani, affrontando il mare a forza di vento e vele, mentre oggi qui si arriva, meta turistica d’eccezione. Un premio che ancora una volta, rispecchia lo spirito di Viareggio e l’anima più vera della città”.

Nell’occasione il Comune di Viareggio, la giuria del Premio Viareggio Rèpaci e Anpi hanno inaugurato l’installazione di una stele in marmo nella pineta di Ponente che ricorda quando Antonio Gramsci, il 15 agosto 1947, vinse il Premio letterario Viareggio con Lettere dal carcere, volume pubblicato da Einaudi e premiato da una giuria presieduta da Leonida Rèpaci.

Ed ecco cinque poesie tratte dalla silloge vincitrice di Luciano Cecchinel:

con loro

per orizzonti di pianure
e accavallate strisce
di colline e montagne
sempre più fievoli le voci
che anime stremate
hanno lasciato
entro foschie lontane
come di sotto un velo
di tenerezza e rabbia
suoni distorti giù dal cielo
quasi di bestie che hanno cercato
qualcosa che c’era per perdersi
come acqua entro la sabbia
calore di fiamma nel gelo
e con loro sudare
in campi senza ombra
in opifici senza luci
con occhi di musi che sognano
ansimare per strade
sperdute di campagna
su treni-merci entro buio di prigioni
coi tanti loro volti a farsi
d’acero spuma
fumo e frastuono
fino al lampo del vero
luce bianca di gennaio
è così che se ne rivanno
un’altra volta via lontano

 

esposizione

radenti i raggi della sera
tra arbusti rinsecchiti e creta rossa
non gallinacci e cespi corridori
ma remoto un rumore e così lieve
una sottile linea scura
due lucide motrici Santa Fe
passa il convoglio chilometrico
con infiniti crocefissi
va verso un albero
lontano in un oceano immobile
sola incelabile oasi d’ombra
slabbrata dal chiarore
ma è oltre la lunga fila scura
entro un immenso cerchio vuoto
senza difese un’ultima volta
luccica prima che la sabbia
la esali bruco disseccato
miraggio di crepuscolo e calura

 

lungo la polvere sospesa

trema di faville la scia di luce
su questo tavolo
dove masticarono il loro pasto
lungo questa ringhiera
dove poggiarono le loro mani
su questi vetri
dove il mattino non trovarono
il paese lontano
altra gente ebbe poi questa casa
ma nel silenzio
i loro passi
le loro voci ancora qui
perché ogni vita andata
lascia ad accendersi
inesauribile un bisbiglio
lungo la polvere sospesa

 

Antoniette

anche per te noi ci vediamo
di qua del grande mare
devoti calpestiamo
i gradini di pietra dolce
consumati anche dal tuo piede
accarezziamo i mobili
su cui è passata anche la tua mano
– ah non sappiamo se ci vedi –
vorremmo che per un patto non detto
da oltre i tuoi recinti
di buio e stelle
la tua ombra scendesse
per ripercorrere le strade
che pioggia e tenebra cancellano
fedeli a te che oltre il grande mare
portavi il velo dei tuoi occhi
questo ci sentiamo di fare
– anche se non sappiamo se ci vedi –
perché tu non rimanga
un grumo di parole in bocca
entro pareti come di prigioni
sì questo noi possiamo fare
e vorremmo che tu
ci potessi essere
che non ti fossi fermata per sempre
non fossi affondata nella vernice
lucida liscia
di un ospedale senza cielo

 

grandland of liberty

un’aquila di vertigine su di te
grande terra di libertà che ghermisci
il cielo con miasmi acri e ungulate cuspidi
e semini silenzio e stupore
dai monti patriarchi
dalle praterie dai canyons dai deserti
i lombrichi dell’infimità sotto di te
che abbranchi e dilanii terre
irrefrenabile e noncurante
che getti avanzi ai diseredati
e poi l’uomo incappucciato
signore obliquo dei fuochi della notte
così gli indigeni scompigliati
come foglie ubriache d’acero
per un uragano interminabile
così le bestie scure disseminate
lungo i campi dietro casa
così i vinti alla deriva
tu lo ami il rosso quando fiero
trascina a brandelli
un carnevale di segni sanguinosi
ti commuove il nero
quando in ossessione
sfrena in canto il pianto
fuggiasca e conquistatrice la tua gente
sempre ovunque millepiedi di praterie
formicolio febbricitante per strade
banchine e cieli come per un’immane
prigione protesa
su oceaniche su celesti frontiere
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
ma a baciare il tuo suolo affranto l’esule
il contadino entro il recinto
il giusto nei boschi sopra balze oscure
mite il vagabondo all’acqua chiara
un fuoco che arde splende
un profumo lento nella sera

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