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Considerazioni

Leonardo Sciascia, per non smarrire il senso della realtà

a cura di Angelo Favaro

Concludiamo quest’anno “letterario” – durante il quale il maquillage del sito ha regalato un nuovo look a i-libri.com – proponendo ai nostri lettori una breve retrospettiva su uno scrittore (nel 2014 ricorre il venticinquesimo anniversario dalla sua morte) del quale noi italiani andiamo fieri: Leonardo Sciascia. Per onorare adeguatamente la sua figura, ci affidiamo alla penna di Angelo Favaro, un maestro per il quale la letteratura è passione prima che “mestiere”. Ė questo il nostro modo per augurare a chi ci segue un 2015 pieno di felicità e di soddisfazioni. Magari sotto il segno della riscoperta – auspicata nell’articolo che oggi pubblichiamo – di Leonardo Sciascia

La Redazione di i-libri.com

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Leonardo Sciascia, per non smarrire il senso della realtà

«Ogni uomo ha, sia pure a livelli diversi, a gradi diversi, con diversa intensità, una vita coscienziale determinata dai principi morali più inveterati e dominanti.» L. S. in L’Espresso, 27 aprile 1980.

Gli anniversari sono utili memorandum di qualcosa o di qualcuno che si vorrebbe rimuovere, perché anche solo il pensiero, anche soltanto l’idea sono scomodi e generano uno sconfortante senso di inadeguatezza. È il 20 novembre 1989 quando Leonardo Sciascia muore a Palermo, ormai sessantottenne, qualche settimana dopo la morte, Bompiani avrebbe pubblicato un volume dal titolo che appare oggi più come un presagio che come una formula studiata ad effetto dal marketing editoriale A futura memoria (se la memoria ha un futuro). Sono trascorsi soltanto venticinque anni dalla morte del romanziere di Racalmuto, dalla morte di un uomo che aveva stretto un patto di lealtà con l’uomo, con la civiltà, con la ricerca e l’affermazione della giustizia, soltanto venticinque anni, e tuttavia di Sciascia non si parla quasi più, non lo si legge, non si effettuano mostre o convegni di risonanza internazionale, il che sarebbe semplicemente opportuno. Scomparso dalle librerie, scomparso dalle aule scolastiche, scomparso dai programmi televisivi. Un maestro elementare che conosce i grandi classici delle letterature antiche e delle letterature europee, che scrive romanzi, commedie, poesia, saggi, che sonda con acume contraddizioni e malaffare, da illuminista novecentesco cercando di portare alla luce l’in-civiltà, cioè la disumanità, che s’annida nelle distorsioni della politica e della religione, nell’attività delle associazioni mafiose.

Alcuni titoli delle sue opere che maggiormente amo è doveroso rimembrarli qui, adesso, scrivendo di lui, un siciliano, (sento nel mio sangue fremere la Bisanzio asburgica di Venezia – per parte paterna – e la Magna Grecia ove lungamente sostarono arabi e normanni – per parte di madre) come in parte io sono, orgoglioso della sua Sicilia: Gli zii di Sicilia, Il giorno della civetta, Morte dell’inquisitore, L’onorevole, La corda pazza, Il mare colore del vino, Todo Modo, La scomparsa di Majorana, Candido, La Sicilia, il suo cuore, Pirandello e il pirandellismo

Ogni scritto di Sciascia condivide con il genere dell’inchiesta la razionalità e la genialità: si deve cercare qualcosa per trovare qualcosa di molto differente e poi riuscire a legare, a far corrispondere i pezzi del quel sempre complesso e tuttavia frammentario opus ricostruttivo; ogni scritto di Sciascia insegna l’intelligenza della parola dosata, scelta con attenzione, unica e insostituibile nel testo, l’intelligenza della distinzione e della separazione, della cernita che ognuno deve effettuare costantemente, per non cadere nella maliosa trappola dell’opinione comune.

Un personaggio, in uno dei suoi romanzi, immortale e immortalato dalla scrittura di Sciscia rappresenta, per me, la sintesi della complessità della cernita: don Gaetano in Todo Modo. Dopo che la voce narrante nel romanzo, un pittore, è giunto in un monastero, viene accolto da don Gaetano, e dalla prima conversazione fra i due è semplice arguire il fascino del sacerdote, potente e intelligente: il pittore si presente, e don Gaetano ripesca nella memoria una trasmissione televisiva dove crede di averlo visto: «In televisione, circa tre mesi fa: facevano vedere come nasce un quadro, un suo quadro … Francamente, poteva farsi vedere a dipingere un quadro più bello … Ma l’ha fatto apposta, immagino: come nasce un brutto quadro per un brutto mondo, un quadro senza intelligenza per quei milioni di esseri senza intelligenza che stanno davanti a un televisore», e quando il pittore fa notare che c’era anche il sacerdote davanti alla tv, egli risponde di non essere completamente immune “dalla lebbra dell’imbecillità” e comunque confessa: «la contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio, il mio peccato … proprio: la contemplazione […]. Non c’è niente di più profondo, di più abissale, di più vertiginoso, di più inattingibile … ». Il romanzo è un giallo con un notevole scavo intellettuale, morale, politico nei riti delle conventicole italiane.

C’è uno Sciascia, oggi, in Italia?
No … ahinoi, no!
Eletto come deputato al Parlamento italiano, nella seduta del 23 gennaio 1980, Leonardo Sciascia pronuncia queste parole: «Si è smarrito il senso della legge, del diritto, della giustizia e lo si va sostituendo in una collocazione speculare a tutto ciò che si dice di voler combattere; lo si va sostituendo con l’arbitrio, con la sopraffazione, la violenza. Fra la stupidità e la malafede qualcosa si prepara» …
Venticinque anni dopo la morte sono la sua intelligenza, la sua chiarezza e la sua pungolante ricerca della verità che mi mancano e che rimpiango nostalgicamente.

Angelo Fàvaro

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