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Considerazioni

Tutti con Marcel (Proust)

a cura di Angelo Favaro

Una mole di scrittura, contenuta in relativamente pochi anni, suddivisa in sette romanzi (tutti messi a segno fra il 1913 e il 1927), è il monumento che Proust lascia alla Civiltà Letteraria del XX secolo. E con la quale il XXI secolo non potrà non doversi misurare ancora lungamente. Tutto è ancora da leggere e rileggere, nonostante i volumi di studio sull’autore parigino e sulla sua opera ormai superino quelli che potrebbero essere contenuti in una intera biblioteca di discrete dimensioni.
Che la memoria sia il tema-problema affrontato, sondato, indagato nelle migliaia di pagine di un’opera intitolata complessivamente À la recherche du temps perdu dovrebbe essere di una chiarezza lampante. Quel che più, ancora oggi, incanta e sbigottisce nella scrittura romanzesca di Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust è un pensiero capace di svolgersi e avvolgersi, senza trovare mai una vera forma facilmente descrivibile (almeno secondo i criteri critici e analitici strutturalistici), la cifra di questa scelta stilistica e compositiva è (finalmente) la libertà!
La libertà di raccontare, con il piacere snob, un po’ salottiero, con il gusto finissimo del paradosso, dell’ironia (a volte tragica), del travestimento, con il desiderio che la narrazione non finisca mai, perché con lei finirà anche il narratore (la vorrei chiamare la sindrome di Scheherazade nell’accezione più diretta d’un’affezione patologica che è accusata da tutti coloro che percepiscono la vita come narrazione continua, e temono la fine della narrazione, perché coincidente, come per l’eroina delle Mille e una notte, con la morte) … La libertà di raccontare sé e il proprio mondo completamente, anche nei particolari, con la consapevolezza sbalestrante che il minimum e il maximum di e di quel mondo assumono esattamente il medesimo valore e la medesima significativa rilevanza, capovolgendo sovente la logica (arbitraria) di quel che conta e ha valore e di quel che non conta e non presenta alcun valore, e attivando in tale direzione una riflessione seriamente contro-corrente… La libertà di raccontare vizi e virtù, ben palesando che alcuni ritenuti vizi sono le sole vere virtù e quelle che il senso comune considera virtù sono vizi travestiti … La libertà di raccontare è la costante riscontrata nelle mie sommesse (perché Proust si legge sommessamente e con infinita pazienza) riletture dei suoi sette romanzi: Dalla parte di Swann (1913), All’ombra delle fanciulle in fiore (1919), I Guermantes (1920), Sodoma e Gomorra (1921-1922), La Prigioniera (1923), La fuggitiva che ha anche il titolo di Albertine scomparsa (1925),  Il tempo ritrovato (1927).
Ricordo la prima lettura (con Proust si diventa tutti proustiani) della Recherche: una sfida che lanciai a me stesso, nell’estate dei miei diciassette anni. Avevo scoperto per caso nella bella edizione Einaudi (volumetti azzurrini) la traduzione dei sette romanzi, semplicemente passando e ripassando dinanzi allo scaffale della Letteratura francese nella Biblioteca Feliciano Iannella di Sabaudia. Ho ancora l’immagine di me (sembra un film coloratissimo, negli anni dell’edonismo reaganiano) che prendo il volume di All’ombra delle fanciulle in fiore, lo sfoglio e rimango affascinato da alcuni periodi lunghissimi (così lunghi mi era parso di trovarli soltanto nei testi di Cicerone che traducevo per la fantastica prof.ssa Di Pietro). Leggendo, lì, trascorsi l’intero pomeriggio, e all’ora della chiusura la signora Cocca mi invitò a prendere in prestito quel volume se ero tanto interessato. Da quel momento non ho più cessato di ripercorrere le pagine di quell’opera che sembra infinita, o meglio produce la prodigiosa impressione che non debba finire mai: le vicende dei personaggi si intrecciano indissolubilmente alla vita del narratore, che filtra tutto attraverso il suo animo raffinato e la sua indole di indagatore, investigatore dell’uomo e delle relazioni umane. Molto deve Proust alla sua epoca, ai personaggi della società parigina, alle frequentazioni con quella nobiltà e quel mondo mondano alla fine della Belle époque: egli è già il grande narratore della Recherche in quel gioiello de Les Plaisirs et les Jours (1894), Carlyle, Emerson, Ruskin, Huysmans sono solo alcuni degli autori che formano il suo gusto, ma più poté la schiera degli amici: Bergson, Bizet, Blanche, Blum, Gide, Hahn, il duca di Gramont, Morand, il conte Bertrand de Salignac-Fénelon, la principessa Anna-Élisabeth Bibesco-Bassaraba de Noailles, la straordinariamente bella, colta, e ricca contessa Greffulhe. Su tutti spicca e si deve rimembrare il conte Marie Joseph Robert Anatole conte de Montesquiou-Fézensac, figlio del conte Thierry de Montesquiou-Fézensac, e della contessa Pauline Duroux, discendente dei re Merovingi, da Blaise de Montluc e dagli Artagnan arbitro di ogni raffinatezza ed eleganza, che non poca influenza avrà sul giovane Marcel. Tutti costoro, e molti altri, insieme alle sollecitazioni di un’intera epoca confluiscono nella sua scrittura meticolosa e preziosa, ma soprattutto densa e magmatica. Una scrittura dove c’è la sua vita, tutta intera, e dove al contempo non si deve andare a cercare il monomaniacale riflesso dell’autobiografismo!
Siamo tutti con Marcel quando Marcel ci conduce alle altezze aeree del pensiero, lasciandoci librare cosmicamente, e quando ci sprofonda negli abissi dell’anima che ricerca il proprio confine, per non smarrirsi.
Nessuno come lui ha saputo indagare i meandri della felicità e dell’amore:
«La felicità non può attuarsi mai. Anche se le circostanze vengono superate, la natura trasporta la lotta dall’esterno all’interno e, a poco a poco, muta il nostro cuore abbastanza perché desideri una cosa diversa da ciò che gli vien dato di possedere. E se la vicenda è stata così rapida che il nostro cuore non ha avuto il tempo di mutare, non per questo la natura dispera di vincerci, in una maniera più tardiva, è vero, più sottile, ma altrettanto efficace. Allora, all’ultimo istante il possesso della felicità ci vien tolto, o piuttosto, a questo stesso possesso la natura, per un’astuzia diabolica, dà incarico di distruggere la felicità. Avendo fallito in tutto quanto rientra nel campo dei fatti della vita, la natura crea un’estrema impossibilità, l’impossibilità psicologica della felicità. Il fenomeno della felicità non s’avvera o dà luogo alle reazioni più amare» (All’ombra delle fanciulle in fiore).
Nessuno come lui è riuscito a raccontare la relazione con la morte inattesa:
«Siamo soliti dire che l’ora della nostra morte è incerta; ma, quando lo diciamo, rappresentiamo quell’ora in uno spazio vago e lontano, non pensia­mo che abbia qualcosa a che vedere con la giornata che stiamo vivendo e possa significare che la morte – o il suo primo parziale impossessarsi di noi, dopo il quale non ci lascerà mai più – potrà verificarsi in questo stesso, e così poco incerto, pomeriggio, il cui impiego abbiamo preventivamente programmato ora per ora. Teniamo alla nostra passeggiata per accumulare, in un mese, la ne­cessaria quantità d’aria buona; abbiamo esitato sulla scelta del cappotto da in­dossare, del cocchiere da far venire; siamo in carrozza, la giornata si stende davanti a noi, breve perché vogliamo rincasare in tempo per ricevere un’amica; ci piacerebbe che il tempo, domani, fosse altrettanto bello; e non sospettiamo che la morte, che camminava dentro di noi su un altro piano, avvolta in un’oscurità impenetrabile, ha scelto proprio questo giorno per entrare in sce­na, tra pochi minuti, più o meno nell’istante in cui la vettura arriverà agli Champs-Elysées» (La parte di Guermantes II).
È con queste illuminazioni inattese e sconvolgenti che Proust continua a straziare crudelmente e a interrogare, con tutta l’amabilità di cui è capace, noi suoi lettori affezionati e che non finiremo mai di rileggerlo.

Angelo Fàvaro

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