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Il destino di Arnaut

a cura di Franco Di Carlo

Il destino di Arnaut di Franco Di Carlo

E io a lui: “Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri”.

“O frate”, disse, “questi ch’io ti cerno
col dito”, e additò un spirto innanzi,
“fu miglior fabbro del parlar materno. 

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi. 

A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. 

Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ ha vinto il ver con più persone. 

Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio, 

falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro”. 

Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo. 

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco. 

El cominciò liberamente a dire:
“Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. 

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’ esper, denan. 

Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!”. 

Poi s’ascose nel foco che li affina.

(Purgatorio, Canto XXVI, vv. 112-148)

Nei sogni di Arnaut si presentava e manifestava, in modo continuo, una preoccupazione, forse involontaria, ma sicuramente persistente, quasi ossessiva, e che generava un certo affanno e una sottile inquietudine che prendeva forma in immagini idee parole nominazioni, che assediavano la sua anima: il pensiero di realizzare il Progetto del Mistero della Forma di Qualcosa di Scritto che rappresentasse la sua Idea di Poesia, la sua Visione e concezione della vita e della sua Espressione in Versi, la sua Poetica, insomma. Una vera e propria ossessione espressiva, il cui protagonista doveva essere lo Stile. Un’idea e un progetto significativo, quindi, in cui si mescolavano ansia e consapevolezza. Un nuovo diverso modo di Fare Poesia, totalmente singolare e individuale, eccentrico, specifico, distintivo: il cui approccio era quasi religioso, ideale, spirituale. Sicuramente il simbolo di una metafora metafisica, che si diffondeva sopra e oltre l’umano e il reale. Quella di Arnaut era proprio una passione, una determinazione, un’ideazione di pensieri e impulsi quasi compulsivi, frequenti, ricorrenti, di un assillante desiderio, di un sogno sempre ripetuto e vagheggiato, della sua ansia espressiva, delle sue figurazioni e invenzioni di Stile.

In realtà, come aveva affermato Pasolini parlando di Dante (e di se stesso), occorre la “volontà”, ferrea e costante, “a essere poeta”. E come aveva scritto Arnaut: “Lo ferm voler qu’el cor m’intra”. E questo certo non mancava ad Arnaut, sulla cui opera, e su quella di altri provenzali, s’erano soffermati e formati sia Dante Petrarca Tasso fino ad arrivare a Pound Eliot e anche Ungaretti. Infatti la poesia di Arnaut si basava su una disciplina di stile che aveva saputo unire e comporre mimeticamente, mettere insieme il divino e l’umano, il terreno e il celeste, il sogno e la vita, la realtà, nel nome di Amore, di cui Dante avrebbe poi lodato la Gentile e Paradisiaca Nobiltà e Cortesia. Quella di Arnaut, quindi, non poteva che essere talmente alta e colta, decorosa e nobile, raffinatissima e oscura, da far dire ad Arnaut di quel “fin’Amor”, di cui poi parleranno gli Stilnovisti e Dante.

Per Arnaut l’Amore era stato sempre una sorta di Mito, reale e eterno: anche per questo la sua lingua poetica era stata chiusa, ermetica, divinamente ambigua e polivalente, enigmatica e misteriosa. Arnaut, perciò, non poteva che avere un pensiero, invasivo, ossessivo, totalizzante e anche catarticamente liberatorio dell’Amore e del linguaggio e dello stile che lo rappresentano ed esprimono. Accompagnati, però, dal tormento di una loro rappresentazione, sorvegliatissima e sublimante, espressiva anche a livello scenico-teatrale. Per lui, infatti, solo la ricerca di una Forma o della Forma e dello Stile, unico, incisivo, irripetibile, avrebbe potuto e dovuto essere il maggiore e principale, vitale “lavoro” e dovere di un Poeta, per di più “grammatico” e “scolastico” come lui, studente-studioso ed esperto di strutture metrico-versificatorie, ritmiche, e riguardanti il Canto, la Musica e la Retorica della Poesia. E tutto questo, nonostante le immagini e i liberi pensieri, inconsci e ossessivi, che turbavano, involontariamente, le notti e i sogni di Arnaut. Per lui, infatti, Dante sceglie il regno del “Purgatorio” (7° cornice, Anime dei Lussuriosi, insieme a G. Guinizzelli, “padre” spirituale e stilistico): il regno dell’io, tormentato e sospeso tra libertà, attesa, responsabilità.

E proprio lo Stile, criptico e sottile, per Arnaut, obbediva totalmente al principio di individuazione. Era insomma mitico-espressivo, un fatto quasi ancestrale e nello stesso tempo era la sua, solo sua, libertà espressiva. Progettata, orchestrata, “limata” ed espressa nelle sue Canzoni e Sestine. Il gioco dei dadi, tra l’altro, gli aveva fornito la possibilità e poi la certezza di una casualità e gratuità tutte controllate e razionalmente calcolate, quindi previste, delle sue capacità espressive e delle sue virtù stilistiche. Era il suo De-stino (di Poeta), che sta, è stante, stabilito e stabile, in un tempo sempre sincronico, fatto di istanti eterni, che trovavano la loro corrispondenza, stabilizzante, nel compito e nella funzione, simbolico-esistenziale, di con-figuare elaborare ed esprimere il proprio faticoso e aspro, raro e prezioso, personalissimo Stile. Era quello che poi Dante avrebbe assimilato e fatto proprio in alcune sue “Rime Petrose”, e avrebbe reso protagonista nel Purgatorio. Ma Arnaut aveva codificato in un vero e proprio canone e paradigma, il suo raffinato ed elaboratissimo, esclusivo, Progetto di Espressione Poetica, le sue eccentriche ed ermetiche costruzioni e invenzioni, di Stile di lessico di metro, divenendo anche poeta-cantore-giullare-compositore dei suoi testi “lirici”. La volontà, ferrea e determinata, di esprimersi, per Arnaut superava qualsiasi ostacolo e difficoltà, anche il rischio dell’incomprensibilità della sua parola poetica: esiste solo e unicamente lo Stile, che incide e distingue la sua forte e caratteristica, singolare individualità.

Per Arnaut, in realtà, era decisivo ed essenziale quello che poi Benjamin avrebbe definito l’Ietztseit, l’Essere-ora: il problema dell’Aura e del recupero, del suo declino, della sua geniale Artisticità e assoluta Creatività. Arnaut infatti è un continuo ricercatore e cacciatore d’aura e ammucchia questa nobilitante e vitale, rigenerante “aria” nei suoi eleganti e musicali versi. Per Arnaut conta, quindi, il tempo e lo spazio dell’hic et nunc, del qui e ora, del Presente, il cronotopo umano storico esistenziale, in cui vive e opera il Poeta nella sua personalissima elaborazione dello SpazioTempo, del suo Fare e Creare Poiesis; l’Aura di Arnaut è come l’Amore, lontana unica eidetica, un passaggio veloce ma vivo, di un’immagine istantanea che il verso riesce a rendere non-effimera, ricca di essere.

Dante ci ha voluto rivelare e far conoscere l’elegia di Arnaut, la sua poesia visiva e visionaria, che vede “la passata follia”, la colpa, il peccato, la pena il pentimento, la poesia del Pianto e del Canto: di tormento e dolore, ma insieme di Gioia e Speranza, Virtù e Novità, Gentilezza e Preghiera, di essere ricordato, non in terra, ma in Cielo. Ė il “Padre”, poetico e spirituale, di Dante e degli Stilnovisti, Guido Guinizzelli, a introdurre la figura e le parole del “miglior fabbro del parlar materno”, del maggior Poeta provenzale: Arnaut Daniel che, nel Purgatorio, discorre e parla di sé in un occitano semplice e garbato, facile e diretto: insomma, l’esattamente e totalmente opposto rispetto a quello, complesso e difficile, del Canzoniere di Arnaut.

Arnaut era consapevole della sua grandezza e dell’originalità dei suoi versi, ma non aveva mai peccato di superbia e presunzione. Non aveva fondato una sua scuola o accademia, anche se sapeva bene che la sua lirica sarebbe stata seguita, studiata, amata e influente. Anche per i sommi Poeti. Infatti l’Alighieri si era subito reso conto delle eccelse virtù poetiche di Arnaut. Ma non soltanto Dante, anche Petrarca e Tasso. L’Alighieri, infatti, ne avrebbe anche parlato in altre sue opere, come quella sul Volgar eloquio: “De vulgari eloquentia”, oltre che naturalmente nella “Commedia”. Ma non era tanto la fama che interessava Arnaut e anche Dante, bensì la verità e la realtà dei fatti, ma nel caso dell’Alighieri, la ritrattazione della sua stima verso Guittone, come era già avvenuto con la sua polemica contro Orbicciani da Lucca e i poeti siciliani.

Sta di fatto che qui, in questo luogo e tempo purgatoriali, non poteva esserci posto per giudizi e polemiche letterarie, ma sicuramente per un riscontro e incontro, anche poetico oltre che umano ed esistenziale, con il più grande Faber Coelestis in volgare occitanico-provenzale e con la sua alta perfezione tecnico-formale e il suo Stile rigoroso, severo, disciplinato: modello per tutti i poeti a venire, compresi gli Stilnovisti e Dante. Certo nel Purgatorio avrebbero dovuto prevalere non i contrasti e le tensioni estetico-letterarie, bensì il ritmo e la misura pacati ma profondi, sicuramente non-trionfalistici, della coscienza penitenziale e morale. Infatti nel Purgatorio si lacrima e si spera, si piange e si gioisce, si medita e si attende, anche se Arnaut e lo stesso Guinizzelli non erano stati dei poeti mistico-religiosi, come invece sarà per l’Alighieri e il suo sublime Poema. D’altra parte nel Purgatorio, in questo incontro con Guinizzelli e Arnaut (come anche nei canti 23° 24° e 25°, con Forese Donati, Orbicciani e Cavalcanti), emerge chiaramente un’intenzione metapoetica, di riflessione sulla poesia stessa: infatti la sua luce, tenue e segreta, mai affannosa, illustra e illumina, purifica il dettato poetico e i poeti stessi (sopra citati): ciò che avviene anche in altri luoghi del Poema, con artisti quali Casella, Oderisi, Sordello. Tutti “personaggi” illustri e illuminati, ma Arnaut si distingue per il suo eloquio volgare, alto e nobile in quanto “materno”, come accade anche per i suoi contemporanei trovatori, anche se in modo meno intenso e originale (vedi Folchetto da Marsiglia). Arnaut infatti illustra e spiega i suoi errori e le sue colpe, i suoi sentimenti, d’amore e di gioia che l’attende. Arnaut sapeva di essere un poeta anche “teatrale”, umile e malinconico sì, ma ben conscio dell’architettura spazio-temprale e scenica, del suo dire e fare poetico: un poeta colto, grammatico e retorico, studioso approfondito, ma anche giullare “giocoso” cantore… Insomma, la ricerca formale e semantica lo accompagnò anche nella rappresentazione paradossale surreale e assurda dell’impossibile, quando dice per esempio:

“Ieu sui Arnaut qu’amas l’aura “Io sono Arnaldo che ammucchia l’aura
e cas la lebre ab lo bueu e caccio la lepre con il bue
e nadi contra suberna” e nuoto contro corrente”

E aggiunge: “Io solo so che enorme affanno ha il cuore”. Il cacciatore e cercatore d’aria trova ristoro e riparo nel Cuore Gentile dell’Amore, nei suoi risonanti ritmi, nella scrittura e nella struttura del linguaggio poetico, nei suoi suoni consonanti, melodici e armonici, nelle sue rime, nella sua musica, ora elegiaca ora dolce e aggraziata, lieta e malinconica; Arnaut aveva una nobile sapienza, ma anche il tormento doloroso dell’Amore, che affina e impreziosisce e insieme affligge e affatica. Il culto della Forma e la raffinata ricerca lessicale ed anche sul metro, sul ritmo, sulla musica e sulle figure, aveva per lui una funzione catartica e liberatoria, rigeneratrice, come anche l’oraziano, ininterrotto labor limae. Le risonanze e le rime, gli echi assonantici e consonantici, gli servivano per elaborare la teatralità e la scenografia del verso e per evocare il lontano e i significati chiusi ed ermetici. Il Congedo delle sue Canzoni era quasi sempre provocatoriamente “strano” (così lo definirà Petrarca), ma anche “bello” e alto, lucente e insieme oscuro. Ma Arnaut canta e piange (Salmo 50, canto liturgico degli spiriti purganti): piange l’errore e il peccato e canta l’Amore, il suo affinamento interiore e nobilitante. Poeta artifex e artista, Arnaut aveva saputo trasfigurare e cesellare la materia linguistica attraverso la parola lucente e primigenia del “volgare materno” e la tecnica eccelsa della forma e dei contenuti delle sue Canzoni e delle loro armonie e melodie. E con la scoperta e l’invenzione del complicato metro della “Sestina” e di un lessico difficile, evocativo e prezioso. L’aura di Arnaut era fatta salva come la sua levigata mobilità plurisemantica. L’Amore aveva indorato il suo ricchissimo cantiere espressivo e stilistico e la Luce aveva protetto e fortificato il suo splendore e valore. I battiti del cuore andavano ritmicamente insieme con la musica della lingua e delle cose nominate.

Dante aveva ben compreso e apprezzato la bellezza e la complessa profondità, l’altezza e la nobiltà della parola poetica di Arnaut, creata e mossa da Amore: il fuoco, infatti, è la sua metafora viva, elettiva e privilegiata in tutti e tre i Canti 26 della sua Commedia: Ulisse parla da una lingua di fuoco; Guinizzelli e Arnaut compaiono e si nascondono nel fuoco; San Giovanni discetta sulla Caritas e l’Amore puro e spirituale del fuoco purificatorio. L’Amore, “fin’Amor”, dunque, l’Amore cortese, gentile, rappresenta, con e per Arnaut, la nobilitazione e il rinnovamento della vita e della poesia, rendendola alta e sublime, e il punto di partenza di un cammino verso l’ardore e l’arditezza, lo splendore della fiamma della luce dell’Alto Stile. Con Dante diverrà la profonda Sostanza visionaria e l’Essenza spirituale di Carità e Ars poetica.

Arnaut aveva guardato, per questo, anche verso alcuni poeti classici latini, necessariamente teso al loro messaggio e nonostante avesse scelto il suo Volgare Materno,l’occitano, e cioè all’Ovidio dell’Ars amatoria e all’Orazio dell’Ars poetica, frutto anche dei suoi studi scolastici e grammatici. Ma il trobar clus era stato una sua invenzione che aveva influenzato il Dante “petroso”, il quale scelse definitivamente Arnaut (dopo avergli preferito inizialmente Giraut de Bornelh) come il più grande e valoroso artigiano e faber della lingua volgare trobadorica.

Nella sua parola poetica, che non è certo chiara, facile, direttamente espressiva e comprensibile per tutti, Dante aveva trovato uno dei suoi principali modelli ed esemplari autorità: sonorità fonico-evocative e armonico-melodiche, rarefatti accordi musicali, ideazioni sentimenti e comportamenti riferiti al cuore gentile e all’Amore cortese, sensuoso e insieme spirituale, nei modi e nei mezzi espressivi e tecnico-formali. Tutti elementi che saranno alla base di una nuova ricerca ed espressione poetica, in particolare per gli Stilnovisti e lo stesso Alighieri. E che solo la lingua “materna” possedeva, con la sua sottile antica purezza e simbolica suggestione.

Arnaut aveva passato l’intera vita con queste convinzioni desideri e sogni: ricercare e trovare, creare, fabbricare un nuovo e diverso linguaggio e stile di poesia, originale e illustre, alto e dalla funzione e significato polimorfi e polivalenti. Aveva cercato e trovato con ostinata volontà e fermezza di cuore e di mente tenaci “l’aur’amara” (l’aria crudele) che l’Amore riesce a levigare e indorare attraverso il valore celestiale e insieme metrico della lingua e dei suoi suoni. Il creatore di versi è un artifex cacciatore d’aria, il cui “parlar materno” ha bisogno, per nutrirsi e per vivere, e che il Poeta-Artista inventa in forgia e lima per esprimersi ed anche per provocare con il suo Stile, arduo e profondo e nello stesso tempo dolce e musicale. Insomma, Arnaut era riuscito a prevedere preparare e attuare il suo de-stino, il suo stare fermo, immobile, sicuro, a sé stante. Nella Parola e nella Stabilità del suo singolarissimo Stile: auratico, chiuso, nobile, raffinato. Per un Poeta, infatti, deve esistere solo lo Stile, come segno di distinzione, unicità, diversità, originalità, volontà di esprimersi, a tutti i costi.

Il valore fermo e netto di Arnaut, deciso, progettato e decisivo per il futuro della Poesia, come il suo sogno e desiderio, si erano realizzati compiutamente nella realtà e nella sua vita: esprimere e rappresentare, per così dire, teatralmente, la sua scelta: far divenire il volgare eloquio (occitano) una Lingua di Poesia, che avesse illustrato i suoi fondamentali contenuti simbolico-allegorici e metaforico-esistenziali.

Dante personaggio-uomo, anch’egli Poeta-Faber della Forma e delle Forme, dello Stile della Commedia aveva tributato ad Arnaut il giusto e profondo omaggio, facendolo parlare e dire nella sua lingua “materna”, ma nello stile dantesco, in un eloquio, quindi, non-chiuso né oscuro, ma chiaro e diretto. Gli aveva affidato, perciò, nella sua rappresentazione teatrale e dialogica del Purgatorio, un ruolo di primo piano, di protagonista, oltre che una funzione metapoetica, di riflessione teorico-estetica sulla poesia stessa, commista a un’evidente, anche se sospesa, carica emozionale e sentimentale, pur sempre controllata e razionalizzata, sull’essenza ontologico-religiosa della Poesia in sé.

“Trobar clus” o “Trobar leu”? Questo era stato l’Aut-Aut che tutti i poeti trobadorici si erano posti: Arnaut non aveva avuto alcun dubbio né incertezza. Scelse il “chiuso” e l’enigmatico rispetto al “lieve” e all’aperto. Una scelta, naturalmente e necessariamente soggettiva e personalistica, che, dopo la sua morte, fu seguita e apprezzata da molti altri poeti: nacquero “scuole” di imitatori e di seguaci, addirittura fino all’Otto-Novecento inoltrato, che studiarono e apprezzarono i versi (soprattutto l’invenzione della “Sestina”: basti pensare agli stessi Dante e Petrarca; ma anche a Pulci e Tasso, fino a giungere a Carducci e D’Annunzio, a Fortini e, naturalmente, gli attentissimi Pound ed Eliot).

Dante, attore-personaggio-regista e Autore del Teatro della Commedia (e delle Rime petrose), aveva reso immortale Arnaut e la sua Poesia, metafisica e surreale. E Arnaut era stato uno dei Poeti- Viatores; Poeta-Viaggiatore, Poeta-Lirico-d’Amore, Poeta-Colto-Letterato, Poeta-Cantore, Poeta di-Rime- e Ritmi- perfetti, Poeta-Giullare-Giocoso, Poeta-Limatore—Piallatore, Poeta-di Metri-Nuovi, Poeta-Musicale, ecc. Dante sapeva tutto questo, aveva conosciuto e ammirato le virtù espressive e stilistiche di Arnaut, le sue metafore allusive e le sue invenzioni analogiche. E aveva preparato l’incontro con Guinizzelli e Arnaut utilizzando compiaciute complicate tecniche, di espressione, di stile, retoriche, ritmiche e citazioni erudite; tutto ciò apparteneva, per così dire, al Prologo della rappresentazione scenico-teatrale della purificazione purgatoriale.

L’altezza, la fiamma gentile e raffinata della nobiltà del “Padre” Guido Guinizzelli e del “parlar materno” di Arnaut, volevano e pretendevano una struttura linguistico-espressiva e stilistica corrispondente al valore alto e profondo della Poesia di Guinizzelli e di Arnaut Daniel, e del suo significato anche morale e affettivo: un incontro sentimentale ed etico-esistenziale, oltre che culturale e letterario, cui si aggiunge, non certo a caso, ma con una precisa volontà dimostrativa, la polemica con Girardo de Bornelh, con Guittone e i guittoniani.

Per Arnaut e Dante, il “servizio d’Amore” era totalmente coinvolgente e simmetrico con quello poetico ed espressivo, in quanto aveva una profonda matrice e germinazione, sopra tutto, per l’Alighieri, filosofica e religiosa e anche ontologico-spirituale. L’Artifex e il Faber, l’Artigiano e artista Arnaut Daniel, su queste basi e costruzioni fondamentali, aveva architettato il suo Canto, la sua “Art d’amor” e il suo linguaggio metaforico e musicale, “piallato”, “digrossato” e lavorato di lima. Arnaut, comunque, aveva sempre, ininterrottamente, cantato l’Amore, volitivo e smisurato, dolce e rigoroso, forte acceso e accorato, leggiadro e ardente e lucente come la fiamma che l’infuoca nel girone penitenziale dei lussuriosi nel Purgatorio. E Dante ri-corda Arnaut, liricamente e quindi come Personaggio-Poetico e Attore del suo teatro, tutto raccolto e misurato nella sua nobile Fabbrica metafisica ed espressiva, nel suo Laboratorio e nel suo Lavoro di Sperimentazione Creativa di versi gentili, raffinatamente estatici, diversi e insieme classici e “antichi”, “fedeli d’Amore”, nei suoi Canti e Pianti. Ecco perché per Arnaut e per il suo intenso e originale Canzoniere (ricordato studiato ed elogiato da Petrarca e poi amato ammirato e tradotto da Pound) vale l’esibire, incalzante e infinito nella propria profonda ricerca stilistica e metrica lessicale evocativa e musicale, fondata su eccentriche e strane evocazioni concettuali visive espressive dell’Amore cortese e feudale, di cui Arnaut padroneggiava totalmente i riti i miti la grazia i comportamenti le parole gli ideali, quasi sempre anomali e idealmente riprodotti e teatralmente rappresentati in modo eccentrico e a-normale, strano, seguendo le proprie fissazioni e ossessioni, ripetute e ritornanti. Arduo e aristocratico, quindi, era sempre stato il loro apparato linguistico-espressivo, come la Forma e le Forme, per loro progettate e realizzate: perfette e costruite in maniera appropriata, come anche quello del verso e delle rime e delle allusioni figurali. Anche per queste motivazioni, Arnaut, di conseguenza e necessariamente, era stato indotto a “trovare” un nuovo metro (la sestina) da tutti apprezzato e da molti ripreso (dall’Alighieri fino a Ungaretti e Fortini, e altri). L’incanto e il prodigio del Mistero del Canto, espressione quasi platonica dell’ossessione amorosa, sono raggiunti attraverso la ripetizione anaforica e catartica delle sei stesse parole rimate. Il linguaggio poetico avrebbe dovuto essere suggestivo, proprio, melodico e insieme raffinato ed elevato, ricercato, strano e arcano. Sopra tutto per questo Dante fa “parlare” Arnaut nella sua lingua madre, ma in modo e tono scorrevoli chiari e comprensibili, al contrario di quello difficile, oscuro, paradossale e misterioso della lirica ermetica di Arnaut: una sorta di incantesimo virtuosistico, eletto, aristocratico, come fosse un rituale iniziatico, auratico e visionario. L’aria è crudele (“L’aur’amara”), ma attraente, frutto di un de-siderio inesausto, di un mirabile, gelido e divino De-stino.

Dante aveva considerato, quindi, l’aura e la parola poetiche di Arnaut assolutamente indispensabili e necessarie, anche dal punto di vista filologico, per ragionare di poesia e per creare, inventare il poiein: una lirica e un volgar eloquio nuovi e diversi, l’unico vero grande Amore di Arnaut, estroso trovatore di interazioni linguistiche e tonali, ora armoniche, ora dissonanti, e insieme “Padre della lirica” duecentesca, a metà tra il dolore e la “follia” del passato e l’attesa e la speranza della gioia vicina. Il suo destino era stato anche quello di aver composto i versi “giusti e esatti”. Un obiettivo che, dai suoi versi dell’Amor Cortese e del suo particolare e speciale “trobar clus”  e dall’elegante espressività poetica e cavalleresca dell’Arietta di Arnaut giunge al Dolce Stil Novo, a Cavalcanti e Dante.

Per Arnaut l’Ars Poetica, seguendo l’esemplarità teorico-estetica di Orazio e quella Espressivo-Sentimentale di Ovidio, consisteva in una sorta di continuo lavoro di ricerca di uno Stile che si racconta e si esprime tramite una tecnica rappresentativa di carattere lirico e insieme concettuale. Fondamento di tale rappresentazione sono l’Ingenium e l’Ambiguità della Parola in tutti i loro valori evocativi e suggestioni simbolico-creative, sopra tutto il suo severo mistero e Segreto e la sua rigorosa iniziatica polivalenza. E che il Dante stilnovista e “petroso” aveva tenuto ben presenti. Ma Arnaut era rimasto sempre fedele al suo Canto, alle sue creazioni e costruzioni espressive, alla sua lingua-madre, al suo “trobar clus”: e questa fedeltà nel suo Stile non gli aveva impedito di conoscere e di essere amico anche del suo principale “avversario” poetico, il grande trovatore-guerriero Bertran de Born, teorico della “poesia delle armi”, lontana da quella della virtù e dell’amore, più vicina ad Arnaut, la cui poesia era rimasta totalmente estranea anche a quella dell’altro eccellente poeta-trovatore Bernard de Ventadorn, teorico del “trobar leu” e suo cantore, espressione di una lirica aperta, lieve, leggera, denotativa. D’altra parte i due trovatori-compositori, Arnaut e Bertran, così diversi nella visione della poesia, forse anche per questa loro conoscenza, erano accomunati dalla scelta di analoghi temi e motivi di ispirazione poetica: l’Amore, sia pure espresso in modi e temi espressivi, melodie e strutture semantico-lessicali e sopra tutto stili totalmente diversi. Arnaut seppe dunque distinguersi attraverso una lirica che poneva l’Autore come “servitore”, “cavaliere”, “vassallo” d’Amore. Mentre Giraut de Bornelh eccelse nella poesia morale e Bertran de Born in quella del combattimento e della guerra. Anche Arnaut era riuscito a evitare, come gli altri due autori, Giraut e Bertran, il rischio dell’astrazione decorativa e del ritualismo manieristico.

Ecco quindi che la stessa poesia dantesca, in particolare quella riferita alla poetica del Dolce Stil Nuovo e alle Rime petrose, è evidentemente in stretto rapporto con quella dei tre poeti provenzali, in modo accentuato di Arnaut, considerato, rispetto a Giraut e Bertran, come afferma Guinizzelli nel Purgatorio (Canto XXVI, v. 117), “lo miglior fabbro del parlar materno”. Nonostante Giraut de Bornelh e Bertran de Born, nel “De vulgari eloquentia” (II, 11, 9) furono ritenuti inizialmente da Dante i più grandi poeti trobadorici. Insomma Dante aveva cambiato completamente idea su un’ideale gerarchia di perfezione poetica, rispetto ai tre Autori e Lirici: Arnaut, Giraut e Bertran. Questo potrebbe essere anche spiegato con le due diverse collocazioni ultraterrene: Arnaut tra gli spiriti del Purgatorio (Canto XXVI, vv. 115-148 – 7° Cornice; Lussuriosi); Bertran tra i dannati eterni dell’Inferno (Canto XXVIII, vv. 112-142 – 8° Cerchio, 9° Bolgia: Seminatori di discordia). Quindi Dante era passato, nelle sue preferenze e modelli poetici, dai trovatori dell’Amor cortese e dello stile limpido, chiaro, cantabile, cristallino, grazioso, semplice, di Bertran e da quello teoricamente addestrato, gentile e raffinato di Giraut; a quello oscuro, difficile, complesso, ermetico, polivalente, chiuso, delle Canzoni, del Sirventese, delle Sestine di Arnaut.

Eco perché nell’Arnaut dantesco, la materia e gli attrezzi linguistici del poiein riescono a costruire un diverso edificio di versi e di stile: una vera e propria officina espressiva che sperimenta e insieme stabilisce un nuovo laboratorio linguistico e poetico, che il suo de-stino di poeta avrebbe voluto e saputo rappresentare ed esprimere nell’attività creativa. Un reale e perfetto lavoro, nobilitante spirituale e, quindi, di alta qualità. Il Poeta-Fabbro era stato in grado di lavorare sulla parola poetica: curvarla, toglierla, farla scorrere, piallarla, spianarla, limarla, renderla essenziale, fino alla perfezione della Forma (connotativa). Un lavoro di limatura e di ricerca linguistica e tecnico-espressiva che Dante aveva saputo e potuto apprezzare, approfondire sino a creare, anch’Egli, un Nuovo Stile, dolcemente musicale, armonico e melodico, da una parte; e cimentarsi anche, sperimentare un altro Stile, completamente diverso, quello delle “Rime petrose”, aspre, dure e anche strane, “chiuse”.

L’Amore lontano, perciò, (e non corrisposto, nel caso di Arnaut), aveva espresso e rappresentato la sua Anima Poetica e Lirica, sentimentale, vera e sincera, anche melanconica, e nostalgicamente frutto di un’ispirazione e di un’espressione sempre controllate e razionali: un fatto di Grazia Levità e Leggerezza, anche in quei momenti più rarefatti ed ermetici, linguisticamente elettivi e selettivi, esclusivi e aristocratici. Arnaut, usando, per questo, la lingua materna, aveva operato una scelta che lo faceva assomigliare a un cantore, a un musico, a un usignolo che vola alto e sopra tutto esprime il suo verso: “ab joy”, con entusiasmo e gioia, dove l’espressione provenzale (ripresa poi da Pasolini) sta a significare, poeticamente e metaforicamente, il rapimento e l’ebbra esaltazione, il raptus e l’estasi dell’indiamento, ispirativo e creativo. Che il labor limae di Arnaut avrebbe poi dovuto decifrare e controllare nel suo inestricabile e sapiente lavoro di revisione e selezione tecnico-espressiva e linguistica. Ma agli istanti di allegrezza erano seguiti anche quelli di nostalgico ed elegiaco rimpianto, di vera e propria melanconia e delusione.

Franco Di Carlo

Foto di cover: G. Doré, I lussuriosi

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