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Dantesca-mente

L’angelo nocchiero

a cura di Angelo Favaro

L’angelo nocchiero

di Angelo Fàvaro

«Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani…»
Purg. II, vv. 31-33

Avanti e indietro. Avanti e indietro. Rapidamente. Senza perdere nemmeno un attimo. Poi che senso avrà tutta ’sta fretta, quanto c’è tutta l’eternità. Perché mai correre e affrettarsi? Si potrebbe agire più lentamente, ci si potrebbe rilassare un po’… che so fermarsi e godersi un tramonto oceanico o cogliere la potenza di qualche tempesta, o ancora riconoscere i pesci in branchi muoversi qua e là: delfini, focene, balene, tonni e anche le tartarughe. Forse penserebbe questo l’angelo nocchiero se potesse pur pensare qualcosa! La questione è complessa: un angelo può pensare qualcosa di differente da quel che pensa Dio?

«Pensa… un angelo pensa, che domande?  E certo che pensa… liberamente! C’è il libero arbitrio, anche per un angelo, ma nun po’ vole’.»

Ah sì il libero arbitrio, anche se poi c’è tutta la questione del Dio che prepara dall’eternità il tuo cammino, progetta per ognuno di noi, ma non rivela, non dice nulla; dovremmo essere così intelligenti da arrivarci da soli, leggere i segni, comprendere, capire, agire di conseguenza, e c’è, tuttavia, il libero arbitrio. Come dire: io so che devo fare, ma so anche che sono libero di non farlo, così se sbaglio è colpa mia, ma se agisco secondo i segni disseminati nella vita è grazie a Dio, che mi ama.

«Dio ama come sa amare, a modo suo! Vorresti insegnare a Dio, che è amore, ad amare? Tutti uguali voi umani!»

Mentre così parla senza parole l’angelo nocchiero, che forse avrà pure un nome… ma chi oserebbe chiederglielo? Procede sulla sua chiatta ampia e leggerissima.

«Amiel è il mio nome… se occorre chiamarmi. Nessuno ha mai bisogno de pronuncia’ er nome mio. Quel che io devo agire è semplice, semplicissimo. Ho immense ali… scomode, piene di penne, abbaglianti, luminose e spesso mi sbilanciano, quando mi muovo. Eh già… le ali so fatte pe’ vola’, ma le mie, invece, hanno tutt’altra funzione: io ce devo fa’ corre’ ’sta specie de barca. Come una henhenu egizia, senza vele. Le vele so’ loro le ali mia.»

Le ali degli angeli. Nulla di più conturbante. Leggiadre e luminose. Ovunque io incroci con lo sguardo ali d’angeli rimango ipnotizzato e intontito.

Angelo della luce, ardente,
vieni, e con la tua spada
dà fuoco agli abissi ove giace
l’angelo sotterraneo delle mie tenebre.

Che fendente nell’ombra!
scintille multiple
mi penetrano nel corpo,
nelle ali implumi,
in ciò che non vede nessuno,
vita.

Mi stai bruciando vivo.
Vola lungi da me, Lucifero oscuro
delle cave di pietra senz’aurora,
dei pozzi senz’acqua,
dei botri senza sogno,
ormai carbone dello spirito,
sole, luna.

Mi dolgono capelli
e ansie. Oh bruciami!
Di più, sì, sì di più. Bruciami!

Brucialo, angelo della luce, mio custode,
tu che andavi piangendo fra le nuvole,
senza di me, per me,
freddo angelo di polvere, senza gloria,
versato nelle tenebre!

Brucialo, angelo della luce,
bruciami e fuggi.

Ecco proprio come nella poesia di Raphael Alberti. In questa situazione, è veramente complesso riuscire a individuare e distinguere l’angelo, le ali, il movimento. Si provi ad immaginare a distanza una luce violenta e intermittente, a seconda del movimento d’ali, che, dalla poppa di una imbarcazione quasi una zattera, minimamente sommersa la chiglia nell’acqua, la spinge rapidamente verso la riva. Se invece l’angelo è prossimo all’osservatore risulta impossibile sostenere lo sguardo su di lui, dal momento che sembra un enorme faro. Sì sarà bellissimo… come del resto tutti gli angeli, ma occhio mortale non può riconoscerne le fattezze e le forme, appena una sagoma di purissima luce abbagliante e abbacinante, che induce ad abbassare lo sguardo o a schermarlo con una mano, chiudendo gli occhi.

«Va beh, dunque, sì è vero, so’ ’n angelo der Paradiso, ma ’sto qua, da quanno l’anime se deveno da purga’! Io faccio questo: devo da carica’ su sto legnetto li morti che nun vanno all’Inferno, e invece, ma che telo dico a fa’?, se dipendesse da me quarcuno ce lo manderebbe all’Inferno. E però mica se po’ contraddi’ er Principale. E stai ancora a pensà a l’ali… sì so’ ali, e sì servono a spigne ’sto legno: ecchile qua tutte aperte e spalancate so’ come du’ remi splendenti, e insieme anche du’ vele abbaglianti. Belle ’ste penne che sembreno de’ cigno o de’ ’n airone, ma nun se sfragneno mai.»

A questo punto è bene chiarire qualcosa: non c’è alcun criterio oggettivo per definire questo essere, né l’essere parla e si esprime come un comune mortale. La comunicazione avviene per via telepatica: l’angelo parla mentalmente e tutto quel che dice non attraversa l’aria con un suono definito, un timbro di voce. È pensiero puro che si fa parola ma passa da una mente all’altra. La percezione, tutta mentale, del suo discorso, si coglie in un fastidioso dialetto romanesco e il tono di voce, se avesse un tono di voce, sarebbe di un quindicenne, proveniente da una delle tante borgate di Roma sud.

«Mo’ lo so che nun se po’ di’, però la verità che io mica lo capisco er Principale. Sì, er Signore Dio Onnipotente che sta nei cieli, che so er Principio e ’a Fine, l’Alfa e l’Omega… va beh er Creatore, quello che sta in Cielo, in Terra, e in ogni luogo, appunto… pure qua sta, mo’ proprio, mentre che ‘sto a di’ ’ste cose, ma per me il problema nun è che me po’ senti’ o capi’, che è democratico e ce fa’ parla’, dopo la storia de quello che ’sta là sotto a fa’ er re dell’Inferno… nun lo capisco! Ecco te spiego: voi vivete e poi ad un certo punto ve morite, non c’è logica: si nasce e si muore così per disegno divino, e voi invece vi accanite a cercare una logica: il male, la natura, i cicli… non funziona così. Si nasce e si muore secondo il disegno del Signore Dio Onnipotente che sta nei cieli. Fin qui tutto chiaro… er problema, almeno pe’ me, che so’ un semplice angelo ’sta in questo Purgatorio: tu sei Dio, hai fatto il progetto, hai stabilito anche er libero arbitrio, hai pure detto come se devono comporta’ e agi’ li ommini e le donne, ecco è tutto scritto nero su bianco, c’è la Bibbia! Ecco poi nun me sta bene che se ce se pente mentre se ’sta a mori’, dopo che s’è fatto er peggio der peggio nella vita, poi se viene qua, e ce se po’ purga’!»

Dio è amore e comprensione, il pentimento è un modo per consacrarsi alla conversione e così vincere il peccato. Come Pietro che rinnega Gesù, ma poi si ravvede, si pente appunto, piange. Come fa proprio un angelo a non comprendere la forza del riconoscersi colpevoli di fronte al proprio peccato e dichiararlo direttamente a Dio? Quell’uomo, quella donna hanno peccato e anche gravemente, ma il Dio dell’amore e della comprensione li accoglie comunque, l’importante è che profondamente si pentano.

«Mica so’ un Santo io, né un teologo, mica te capisco… nun so’ nemmeno umano.»

Va bene: sufficiente pensare che il pentimento è un momento di riconoscimento di sé, di tutto ciò che in sé stessi non va, si può anche chiamare peccato, ma è in fondo tutto ciò che ci fa stare male con  noi stessi e con gli altri, (ho compreso che per l’angelo sé e alterità non hanno alcun senso, ma comunque non c’è altro modo di spiegarsi), e allora possiamo anche metaforicamente chiamarlo cammino di conversione, che avviene attraverso il pentimento, che altro non è che un entrare nel proprio profondo, scoprire il significato del proprio essere nella vita, riconciliarsi con il proprio male e il proprio bene, quel male e quel bene che ci abitano. È un processo doloroso, complesso, repulsivo di quel che si è stati, ma edificante di quel che si vorrà cominciare ad essere.

«Nun so’ umano, davvero nun ho capito niente, mica che no! Tutta ’sta psicologia ve rovina a voi umani.»

Comunque, il significato del Purgatorio è di consentire alle anime, grazie all’amore divino, di raggiungere finalmente la grazia del perdono divino, fino al Paradiso celeste. L’angelo nocchiero …

«E ce lo so’! Infatti ’sto qua. So’ millenni che me carico ’ste anime benedette, tutta che se so’ pentite, appunto. Se raduneno alla foce der Tevere.»

Il luogo specifico è difficile da individuare, né è semplice visualizzare le anime, che so a Ostia, alla foce del Tevere, probabilmente a Fiumare grande, piuttosto che al Canale di Traiano.

«Eh certo che no! Mica vai a Ostia, magari in costume, fra quelli che se vanno a fa’ er bagno, o altre cosette, che lassamo perde’, e poi vedi l’anime de li morti… so tutti piani paralleli, che nun se incontreno! Comunque è semplice: quelli che nun vanno all’Inferno, vengheno qua, io li raccolgo, e qualcuno subito, qualcuno dopo un po’, li faccio salì… me faccio sto viaggio pe mare, finché nun arrivo ar Purgatorio»

E le anime cantano salmi?

«Prima sì… cantaveno in latino. Mo’ manco sanno prega’ nelle loro lingue. Strano che nun sanno manco ’na preghiera a memoria, e mica ce l’hanno er tablet o er cellulare, così je dico da ripete’ quello che dico io… me seguono ecco.»

E l’angelo nocchiero ripete avanti e indietro questo itinerario, senza sottrarsi, senza mai negarsi, senza fermarsi.

«E vorrei vede’… ma che nun ce lo sai: gli angeli der cielo nun hanno volontà, nun hanno personalità, nun ponno da decide’ niente. Gli angeli der cielo vonno tutto quello che vole Signore Dio Onnipotente.»

Finalmente è possibile aprire nuovamente gli occhi, scorgendo una luce d’una bellezza ineffabile allontanarsi, e rimanere con un senso di profonda malinconia mista a solitudine in silenzio.

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Foto di cover: L’angelo nocchiero di Gustave Doré

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