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Dantesca-mente

Lo specchio

a cura di Redazione i-LIBRI

Lo specchio di Ornella Ferrari Pavesi

Danny si precipitò alla sede del Corriere di Lucca in Via delle Malebolge 66 dove la redazione occupava un appartamento al terzo piano di un palazzo d’epoca nel cuore della città.

Era in ritardo, come gli capitava spesso, perché la sera prima aveva fatto le ore piccole con il suo storico amico Gerry che cercava di convincerlo a lasciar perdere l’inchiesta su personaggi in vista sospettati di corruzione.

Alle due di notte ciascuno dei  due andò a letto senza che l’altro avesse cambiato idea e Danny non aveva sentito la sveglia delle sette perché, al primo avviso, si era infilato la testa sotto il cuscino.

Fu lo squillo del telefono a svegliarlo con la voce di Bea dall’altra parte, a dargli una scossa.

Bea era la caporedattrice, il suo angelo custode che gli copriva le spalle quando ne combinava qualcuna, tipo spegnere la suoneria della sveglia.

Era innamorato di lei, come tutti in redazione, ma era già impegnata con un intellettuale di Firenze, suo futuro marito. Le nozze erano state programmate per l’anno successivo quando la carriera del futuro sposo avrebbe raggiunto anche il consolidamento economico.

Danny fece gli scalini tre a tre, arruffato come un gatto randagio nella felpa rossa con cappuccio e stropicciata come il suo copri divano.  Si sedette dinnanzi al computer della sua postazione lanciando uno sguardo a Bea in attesa della sfuriata del direttore,  Ernesto Barbariccia.  Nome più che appropriato visto l’aspetto arcigno e poco amichevole che sfoggiava con i dipendenti, pochi e sottomessi.

Uno di essi era particolarmente antipatico, il tipico arrivista leccapiedi disposto a calpestare gli altri pur di ingraziarsi il capo:  Callisto Malpasso, detto Malacoda perché se gli pestavi i piedi, si vendicava in modo subdolo mettendoti in cattiva luce col Barbariccia.

A Danny non sfuggì quindi il sorrisetto sarcastico di Callisto quando la voce del capo risuonò nell’appartamento scandendo il suo nome: “Signor Danny Vattelapesca, venga subito qui!”

Questa volta lo avrebbe licenziato e, prima di comparirgli davanti, si sistemò il codino legato dietro la nuca e si riassettò alla bellemeglio la camicia a quadretti nei jeans. Ma per la felpa non rimediò neppure un’aggiustatina, quindi se la sfilò velocemente buttandola sul bracciolo della sedia dove spiccava come uno straccio rosso dimenticato dalla donna delle pulizie. Bea la fece sparire prima che Callisto il viscido la notasse, sequestrandola come prova contro Danny che si affacciò cauto alla porta, facendo seguire al volto scarno sovrastato da un importante naso aquilino il corpo magro e dinoccolato da adolescente, anche se aveva superato la trentina.

“Ma non potrebbe vestirsi in un modo più decente! Sembra un globe trotter e puzza di sudore.  È di nuovo in ritardo e l’avverto che la prossima volta sarà l’ultima!” tuonò il Barbariccia da dietro la scrivania sommersa di carte e cicche di sigaretta ammonticchiate nel posacenere.

Aveva il viso congestionato dalla rabbia e a Danny parve di udire il rumore di un sonoro peto mentre sputava saliva e rimproveri verso di lui.

Gli chiese poi, senza neppure guardarlo in faccia, a che punto fosse con l’inchiesta sulle presunte mazzette avute da alcuni assessori comunali per favorire le assunzioni di parenti e amici e Danny gli tese il fascicolo in cui aveva sottolineato il nome di due personaggi in vista: Bonturo Dati, contro cui non c’erano prove in quanto protetto da persone influenti, e Martino Bottario.

“Bene, ragazzo mio, veda di approfondire e di portarmi dei risultati. Non vedo l’ora di sputtanare questa gentaglia per farla finire nel fango: anzi, nella pece bollente, come si merita!” tuonò l’uomo soprannominato, per il suo odio verso gli imbroglioni, “la mano sinistra del diavolo”.

Danny uscì dall’ufficio sull’attenti come un soldatino per dirigersi al computer, accanendosi sullo schermo per scoprire il background professionale dei due sospettati.

“Ti ha messo sotto torchio il capo, eh?!” lo apostrofò il Malacoda con un sorriso di superiorità, squadrando con disappunto il look trasandato di Danny dall’alto del suo completo blu fresco di lana.

Danny non replicò e si addentrò nei meandri delle informazioni digitali per scoprire scheletri negli armati di Bonturo Dati e Martino Bottario. Mentre il primo pareva essere in una botte di ferro, il secondo aveva vulnerabilità nascoste, vizi di famiglia risalenti al 1300.

Il suo avo, di professione bottaio, era stato membro degli anziani della città di Lucca, più volte sospettato di baratteria, e si era guadagnato anche un posto all’Inferno nella Divina Commedia: esattamente nelle Malebolge, immerso nella pece bollente.

Ma che strano, proprio come si era espresso pocanzi il capo! Non gli sembrava tipo da Divina Commedia, era invece un talento naturale di perfidia!

A parte queste notizie sul passato dell’avo del Bottario, non trovò nulla di concreto ai fini della sua indagine.

Decise così di chiedere aiuto all’amico Gerry, contrazione di Virgilio, impiegato presso l’ufficio anagrafe del comune, dove poteva avere accesso a documenti riservati.

Gliene parlò davanti a un bicchiere di birra e, dopo un primo fermo rifiuto, accettò con la promessa di non essere coinvolto in un possibile scandalo.

Lo avrebbe accompagnato quella stessa notte nell’archivio del comune di cui aveva una copia delle chiavi e poi si sarebbe dovuto arrangiare da solo. Se lo avessero sorpreso il suo nome non doveva comparire e avrebbe dovuto assumersi tutte le responsabilità penali, compresa la confessione di aver fatto un duplicato delle chiave sottratte dal suo cassetto.

“E se scopro gli altarini e divento famoso?” azzardò Danny.

Gerry lo guardò, ci pensò come se dovesse valutare i pro e i contro, poi si sbilanciò con una risposta accomodante:

“Be’ in quel caso potresti dire che sono stato un semplice osservatore, che ti ho moralmente sostenuto nel cammino delle tue esperienze”.

Quella notte Gerry agì: si intrufolò  come un ladro negli uffici del Comune, munito di una torcia. Rovistò e rovistò, finché  trovò i documenti compromettenti.

L’alba lo sorprese ancora al computer, intendo a redigere  il rapporto per il suo capo, a cui si presentò puntuale alle otto del mattino.

Barbariciccia lo lesse con golosa cupidigia e ordinò di metterlo subito in stampa per l’indomani quando tutta Lucca avrebbe saputo la verità.

“Santa Zita!”, esclamò  Bea quando lesse l’articolo, scomodando la domestica beatificata nel 1200 e venerata a tutt’oggi, “scoppierà una bomba su tutto il Comune! Andremo in televisione sulle reti nazionali e tu diventerai famoso. Forse ti assumeranno in Rai come corrispondente e ti farai un sacco di soldi. Potresti persino scrivere un memoriale e venderlo al miglior offerente!”

Bea lo guardava con occhi ammirati e, sospirando, gli disse:

“D’ora in poi puoi chiamarmi Beatrice”.

“E tu Dante, il mio vero nome”.

Poi, a sorpresa, sulla porta apparve l’amico di sempre che, a sorpresa, sbottò:

“Cosa ne dite se per voi sarò semplicemente Virgilio?”

L’aver ridato dignità ai loro nomi anagrafici li fece sentire meglio, come se si fossero liberati da un peso imposto dalla moda esterofila di fonemi esotici.

Ernesto Barbariccia smosse l’aria quando li sfiorò con il corpo massiccio, lasciandosi alle spalle la puzza di un peto, ed esclamò:

“Finalmente lo abbiamo incastrato quell’imbroglione disonesto del Bottario. Ero presente quando lo hanno ammanettato e avrei voluto caricarmelo sulle spalle per sbattercelo dentro personalmente!”

I tre amici si scambiarono un’occhiata eloquente, accomunati dallo stesso pensiero : non c’era verso di mettere ordine nell’anima torturata di Barbariccia!

A fine giornata Gerry tornò nel suo appartamento, un bilocale nei pressi della biblioteca comunale. Era stanco, più stropicciato e pallido del solito. Si versò un bicchiere di vino bianco e prese uno dei libri ammonticchiati a fianco del divano, senza badare al titolo.

Solo dopo essersi disteso si accorse di avere in mano la Divina Commedia e l’aprì a caso, con noncuranza.

Gli occhi si posarono sul XXI capitolo dell’Inferno,  VIII cerchio, e lesse:

«O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita.»

(Inferno XXI, vv. 37-42)

Accidenti, pensò, allora ci sono i raccomandati anche all’inferno!Sorpreso, turbato da quella strana casualità, proseguì nella lettura, scoprendo infine che il diavolo addetto al trasporto di Dante e Virgilio lungo l’argine sinistro di pece bollente per ordine di Malacoda si chiamava Barbariccia e che il dannato gettato da un demone nella pece era Martino Bottario, che pagò il peccato di baratteria anche per Bonturo Dati, ignorato dai diavoli, ma non dalla città di Lucca che tutto di lui sapeva ma niente diceva.

Sconvolto si guardò allo specchio e, non riuscendo a sostenere ciò che vide riflesso, cadde “come corpo morto cade”, svenuto.

Rimase disteso sul pavimento per un tempo indefinito e, quando rinvenne, era già mattina. Si sentiva stanco, sfinito, come se avesse fatto un lungo viaggio e ne fosse tornato con le ossa acciaccate.

Aveva anche lo stomaco sottosopra a causa di un persistente odore pestifero nelle narici e gli girava la testa tanto che, per alzarsi, dovette aggrapparsi a una sedia.

Confuso e frastornato da acufeni simili a turpiloqui, si guardò intorno per mettere a fuoco la stanza, vagamente invasa dal fumo, anche se non c’erano resti di mozziconi accesi.

A fianco del divano, la pila di libri pareva intatta e la Divina Commedia campeggiava sul pavimento ancora aperta sul XXI canto dell’Inferno.

Danny la raccolse, spinto da un’esigenza inspiegabile rileggendo le fatidiche terzine a voce alta, come se dovesse scandirle ad un sordo.

Andò davanti allo specchio e le recitò con gesti plateali, facendo le boccacce e sghignazzando fino ad alterare i lineamenti.

Si fermò, incredulo gettò la Divina Commedia a terra che cadde  con un tonfo sordo, e corse in bagno a lavarsi per togliersi dal viso quella maschera grottesca. Si vestì e uscì nel sole del mattino mischiandosi tra la folla: la sua felpa rossa spiccava come una pennellata di colore nel grigiore della quotidianità.

“Danny, Danny!”, lo chiamò Bea dall’altro capo della via, ma lui non si voltò.

“Dante!” ripeté allora lei ad alta voce. Questa volta si fermò, la guardò e le sorrise.

Ornella Ferrari Pavesi

Immagine di cover: G. Stradano, Ruffiani e seduttori (1587)

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Ornella Ferrari Pavesi è pittrice e scrittrice.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Tedesco) all’Università IULM di Milano con una tesi sull’opera novellistica di C.F.Meyer.
Novarese, ha vissuto in diverse località italiane (Novara, Savona, Siracusa, Roma) sino al 1997, anno in cui si stabilisce ad Anzio.  Divide il suo tempo tra Anzio e la Valsesia.

Pubblicazioni:

Sillogi:

  • Elpìs ” (MEF L’Autore Libri Firenze, 2005) e “D’attese l’ombra assorta” ( MEF L’Autore Libri Firenze, 2006)

Narrativa:

  • “Varga Monga” (Bastogi Editore, 2008),
  • “Un Burattinaio tra i Mille” (Diamond Editore, 2011),
  • “Il Varco della Monaca” (Europa Edizioni, 2018),
  • “Io Libro” (Edizioni Setteponti, 2020)
  • “Tutta un’altra storia” (Edizioni Setteponti, 2021).

Premi e Menzioni:

  • Finalista al concorso nazionale “Premio Elsa Morante”, 2005
  • Menzione della Giuria al premio letterario “Pablo Neruda”, 2005
  • Menzione della giuria al premio internazionale “Anguillara Sabazia”, 2006
  • Finalista al concorso nazionale “Premio Elsa Morante”, 2007
  • Premio speciale Comitato Organizzatore “Il Semaforo Rosso”, Firenze, 2010
  • Primo premio al Concorso Letterario Internazionale “Il Giglio Blu”, Firenze, 2019
  • Primo premio al Concorso Nazionale di poesia “Sogni di Pietra”, Campertogno, 2019
  • Primo premio al Concorso Letterario Internazionale “Il Giglio Blu”, Firenze, 2020

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