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Pirandello e d’Annunzio, un amore mascherato dall’odio

a cura di Luigi Bianco

Pirandello e d’Annunzio, un amore mascherato dall’odio – A Roma, in via Antonio Bosio 13b, la casa-museo di Luigi Pirandello, anche sede dell’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo di cui è presidente Paolo Petroni, grazie all’ineccepibile e costante lavoro di Dina Saponaro e Lucia Torsello, è divenuta un vero punto di riferimento culturale nella Capitale, con costanti momenti di alta formazione. Fra le molte iniziative, per il ciclo degli incontri seminariali dedicati all’opera e alla personalità di Pirandello condotti da illustri studiosi di caratura internazionale, si è svolto il 6 marzo l’incontro con la prof.ssa Annamaria Andreoli (curatrice delle opere di d’Annunzio nei Meridiani Mondadori, già presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, membro della Commissione per l’Edizione Nazionale dell’opera omnia di Luigi Pirandello) dal titolo Pirandello e d’Annunzio. Colma la sala adibita – un ampio stanzone, al primo piano di una villetta costruita intorno agli anni Dieci, che fu il soggiorno-studio dell’autore girgentino, immersa in un giardino, nella memoria di Corrado Alvaro, nel quale ci doveva essere «un qualche grande albero che perdeva le foglie, un platano o una magnolia; ricordo bene a certe stagioni quel fruscìo…» –, con giovani studenti e studiosi attenti per tutta la durata dell’incontro. Presenti anche diversi professori e accademici, esperti riconosciuti e stimati dell’opera pirandelliana, fra i quali citiamo Rino Caputo, Giorgio Patrizi, Nicola Merola, Angelo Pupino ed Elio Providenti.

Ricostruire i rapporti fra Pirandello e d’Annunzio, nei turbolenti anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, non è certamente impresa semplice. Gli stessi autori, con maggiore precocità il poeta abruzzese, più tardivo il drammaturgo siciliano, hanno avuto un successo internazionale, e la loro vita, frenetica e colma di eventi, si è svolta in diverse città sparse per l’Europa e per il mondo intero. C’è un dato però che pone l’attenzione sul loro rapporto, non poco controverso: Pirandello ha scritto molto su d’Annunzio, ci comunica immediatamente l’Andreoli, con un tono sempre teso, molto critico nei confronti dell’opera e della poetica dannunziana. Sembra quasi configurarsi, per il Premio Nobel per la letteratura, un odio profondo che non può essere taciuto: in effetti, alla fine dell’Ottocento, la fama di d’Annunzio è già notevole e ampia, mentre quella di Pirandello, pur essendo contemporaneo (nato nel 1867, quattro anni dopo Gabriele) e pur avendo scritto già diverse opere, resta ancora sopita, inesplosa: «Parafrasando e trasponendo una citazione per me geniale, d’Annunzio sa di essere d’Annunzio, Pirandello crede di essere Pirandello», chiosa l’Andreoli.

È in questo clima di tensione vivida fra i due autori che la prof.ssa Andreoli, esperta e studiosa di lungo corso dell’opera di d’Annunzio, autrice di opere imprescindibili per lo studio del «fino amatore», che negli ultimi anni si sta occupando dell’opera e della figura di Pirandello, esordisce con la sua tesi, ardita ed emozionante: «Pirandello ha scritto molto su d’Annunzio, odiandolo troppo. Quindi, lo ama». Un amore intellettuale chiaramente, un amore e un fascino che costringe lo scrittore siciliano a riflettere profondamente sulla propria poetica, sul proprio modo di scrivere e sulla sua idea di teatro e di letteratura. Insomma, «senza il teatro di d’Annunzio non avremmo il teatro di Pirandello, il suo vero capolavoro». L’ipotesi, chiarisce la professoressa, è sostenuta da una serie di documenti disposti e utilizzati criticamente. «Mi imbatto spesso in una serie di saggi in cui si cerca di dimostrare una tesi mettendo dentro anche una sostanziosa quantità di documenti, ma senza separarli, tutti usati come se avessero la stessa importanza, a volte senza specificarne nemmeno il contesto – spiega l’Andreoli, in una necessaria e fondamentale riflessione sul metodo critico. – I documenti non sempre dicono la verità pura, anzi, quasi mai: pensate alle lettere d’amore [di d’Annunzio poi!], possono mai essere considerate fonte di verità? Ecco che bisogna contestualizzare e riflettere seriamente sui documenti da utilizzare. Fa parte di una corrispondenza privata? È un saggio che va su una certa rivista? Che anno è, chi l’editore, in che periodo della vita dell’autore siamo? Sono tutte questioni da vagliare»; la verità si deve ricostruire con criterio e metodo, non si legge in quanto tale.

Ci sono alcuni esempi della ricezione delle idee dannunziane: Pirandello va a teatro a vedere Sogno d’un mattino di primavera del 1897, afferma nettamente il proprio disprezzo, eppure è affascinato – e non può non esserlo – dalla pazzia messa in scena, tanto che «potremmo pensare all’Enrico IV del 1921: non c’è proprio un pazzo in scena?». E ancora ne La gioconda dannunziana del 1898 c’è la rappresentazione del binomio vita e forma, due aspetti separati e in rapporto costante e contrastante, «vita e forma appunto, a me sembra una formula molto pirandelliana!»; e, per concludere questa breve serie di citazioni significative, nel secondo libro delle Laudi, in Per la morte di un distruttore, si legge «”o Vita/ dai mille e mille volti”… non è questo uno dei temi pirandelliani più celebri?» Il secondo libro delle Laudi è del 1904, Uno nessuno e centomila inizia ad essere scritto nel 1909 e viene pubblicato per la prima volta nel 1925.

Seppur l’antipatia e l’irritazione verso l’inquilino del Vittoriale è probabilmente sincera e dettata, come abbiamo accennato, da una fama eccessivamente tardiva (emblematica la vicenda, ricordata dall’Andreoli, della rappresentazione en plein air che d’Annunzio fa a Roma il 21 ottobre 1922, con una risonanza e un successo tale da far anticipare, per timore di ritardare troppo favorendo la presa di potere del Vate, la Marcia su Roma di Mussolini), questo profondo moto di stizza, che lo accompagnerà quasi per tutta la vita, muove Pirandello a cercare sé stesso, il proprio senso e il proprio obiettivo in quanto scrittore e soprattutto drammaturgo. È con la consapevolezza di nuove riflessioni, di nuovi studi a partire sì dai documenti, ma soprattutto dal doveroso atteggiamento critico su di essi, che si chiude il sesto incontro di casa Pirandello. Impeccabile, preciso, appassionante il discorso della prof.ssa Annamaria Andreoli, un discorso metodologico essenziale per chi inizia la sua attività critica e di studio, e che propone un serio approccio, a partire dai rapporti umani e psicologici con il terzo Vate d’Italia, figura sicuramente di spicco nella cultura italiana tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, all’analisi dell’intera poetica di un altro autore, celebre e studiato in tutto il mondo ancora oggi: Luigi Pirandello. E «così è, se vi pare».

Luigi Bianco

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