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Presentazioni

Un morto ogni tanto

a cura di Laura Monteleone

Un morto ogni tantoLa mia battaglia contro la mafia invisibile (Solferino ed.), un libro di Paolo Borrometi

Martedì 12 febbraio nel tardo pomeriggio, presso Fondazione Corriere, si è tenuto un incontro forte come un pugno nello stomaco e commovente come una vera storia d’amore. Perché di amore si è parlato, di amore per la legalità e del prodigarsi di uomini assolutamente dediti alla lotta contro la ragnatela invisibile delle mafie.

Protagonisti della presentazione l’autore Paolo Borrometi giornalista e scrittore; Nando dalla Chiesa, professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata presso l’Università degli Studi di Milano; Filippo Dispenza, commissario straordinario del Governo per il comune di Vittoria; Alessandra Dolci, procuratore della Repubblica aggiunto delegato alla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Ha moderato l’incontro il giornalista del Corriere della Sera Andrea Galli, che è entrato subito nel vivo dell’argomento spiegando la particolarità dell’impegno di Paolo Borrometi. Mentre molti giornalisti e scrittori scrivono libri sulla mafia basandosi su atti e inchieste già chiusi, Borrometi mette in moto le sue ricerche sul territorio e sul vivo delle vicende, anticipando a volte gli esiti stessi delle indagini. Un lavoro di grande responsabilità che ha comportato per lui una vita sotto scorta, vale a dire la rinuncia completa alla libertà personale, con ricadute pesanti nell’ambito familiare e degli affetti. Anche se molti di questi affetti si sono stretti intorno a Paolo Borrometi, per supportarlo e non lasciarlo solo. Un clima di grande sofferenza comunque, e una vita assediata dalla paura, quest’ultima superata dal desiderio di garantire ai cittadini il diritto ad essere informati. Il giornalista non è un eroe, ci tiene a precisare Borrometi, è una persona che fa solo il proprio dovere. Non potevo non scrivere ciò che i miei occhi vedevano e le mie orecchie sentivano. La denuncia forte non è però impulso sufficiente a imporre una nuova direzione alla storia quotidiana. Ci vuole un’educazione ad ampissimo spettro, convincente ed esaustiva, rivolta ai bambini, ragazzi e giovani prima che vengano “contaminati” dal consenso che la mafia acquisisce, poiché, come sottolinea il procuratore Alessandra Dolci, non usa mezzi intimidatori, ma fa proposte allettanti, che vengono accolte di buon grado. È necessario cercare di insegnare il senso del dovere.

Tutti gli ospiti della serata sono coinvolti attivamente in questa attività educativa. Vengono invitati regolarmente nelle scuole di ogni ordine e grado per portare in prima persona, e con precisa cognizione di causa, questo messaggio fondamentale di responsabilità condivisa che tocca ogni cittadino.

Molto d’impatto anche la testimonianza del commissario Filippo Dispenza, che da luglio scorso lavora presso la cittadina di Vittoria, che fa parte del mercato ortofrutticolo più importante d’Europa. Dove c’è una tale ricchezza, là si precipitano i criminali peggiori. Non solo mafia, ma anche camorra e ‘ndrangheta, per spartire una torta così grande. Dispenza ha raccontato di tutte le piaghe che infettano il territorio di Vittoria, laddove il potere della mafia fa capire che grazie al suo intervento puoi fare grandi affari.

Il libro di Borrometi è ambientato nella parte sud-est della Sicilia, ma non c’è soluzione di continuità tra questo e altri territori della Sicilia, alcuni dei quali sono stati addirittura pubblicizzati come estranei a ogni presenza mafiosa, le cosiddette province babbe (incapaci) e questo atteggiamento la dice lunga sul livello di radicamento culturale della mafia. (Borrometi) I cavalieri della mafia da metà anni ’70 erano i più stimati imprenditori, anche per la loro capacità di penetrare i mercati… al contempo in Sicilia celebravano questa attività come onesta e organizzavano convegni titolati “Non solo mafia”, in realtà c’era un rapporto diretto tra l’imprenditoria più avanzata e Totò Riina. La descrizione di Borrometi è inquietante, ci fa capire che la disattenzione ha permesso il dilagare della penetrazione mafiosa tra le province occidentali e orientali (Galli).

Dalla Chiesa riprende il discorso sull’educazione alla legalità che lui sostiene in particolar modo nell’ambiente universitario. L’educazione alla legalità si fece e fu attiva negli anni ’90. Migliaia di insegnanti si prodigarono gratuitamente. Però le ricadute positive non si vedono, perché? Il lavoro è stato fatto male, è mancata la continuità che produce radicalizzazione dei valori. Dopo il primo passo spettacolare bisogna dedicarsi alla trasmissione costante, come accade nell’educazione familiare. Per questo io investo molto con i ragazzi di vent’anni, gli universitari che si pongono il problema di cosa diventare.

Come ha ripetuto Dispenza il libro di Borrometi è straordinario e stupendo, scritto battendo il territorio, mostrando un grande amore per quella terra. I vizi si rendono pubblici sperando che qualcuno aiuti a cambiare le cose. Del resto, la mafia, se in un primo momento alletta, ben presto diventa schiavizzante e vessante. Alcuni imprenditori non trovano altra via di uscita che quella di suicidarsi per sottrarsi alle pressioni, al fallimento e alla perdita della dignità personale.  Purtroppo, l’affare criminale vive in quanto la politica corrotta lo appoggia.

Paolo Borrometi ha narrato con disarmante e commovente semplicità la sua storia personale, e dichiarato con veemenza e convinzione le verità scomode e i valori da recuperare. Non si potrà restare indifferenti al richiamo del suo libro. E non si potrà restare indifferenti alla necessità di testimoniare e praticare una legalità rinnovata e coraggiosa.

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