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Fatti e libri

Nessuno sa di noi di Simona Sparaco e l’ombra di Medea

a cura di Bruno Elpis

Nessuno sa di noi di Simona Sparaco e l’ombra di Medea

Le discussioni sull’aborto e sulla legge 194 tornano periodicamente alla ribalta, perché coinvolgono cultura, morale, società, religione, psicologia ed emozioni. In questo ambito, poi, il difficile tema dell’aborto terapeutico si carica di ulteriori contenuti per la sofferenza che consegue all’accertamento delle gravi anomalie genetiche del feto.

Sono ormai passati quasi quarant’anni da quando, nel 1975 e in un quadro culturale completamente diverso da quello odierno, Oriana Fallaci pubblicò la coinvolgente “Lettera a un bambino mai nato”, ma la rilettura di questo testo continua a emozionare e a porre complicati interrogativi esistenziali.

Del dramma dell’aborto terapeutico si occupa Simona Sparaco in “Nessuno sa di noi”, romanzo incluso nella cinquina finalista del premio Strega 2013. La storia si sviluppa in due parti. Nella prima si narrano gli eventi: la promessa di una maternità che finalmente si realizza dopo tanti tentativi vani, la scoperta – durante una visita di controllo – dell’anomalia genetica del feto (“displasia scheletrica”), la tragica decisione di ricorrere all’aborto terapeutico. Nella seconda parte il romanzo analizza come la scelta di Luce e Paolo si ripercuote sul rapporto di coppia (“vedo ogni giorno dissolversi quello che c’è tra noi”) e rappresenta come i due compagni diversamente interiorizzano ed elaborano rimorso, dubbi, smarrimento e senso di vuoto.

Lo spettro del complesso di colpa viene anche proiettato dall’autrice attribuendo a Luce alcune riflessioni che prendono spunto dai comportamenti degli animali: “Ora capisco Benjamin, il criceto. Lo rivedo mentre si avventa sui suoi piccoli un boccone dopo l’altro. Ora so perché l’ha fatto. Perché li voleva ancora dentro di sé.”

E ancora: “In natura ci sono animali che quando perdono i cuccioli rapiscono quelli dei loro simili e li fanno propri. Succede a molti mammiferi, agli scimpanzé… È un atto violento e disperato. Succede anche ai pinguini…

Oppure: “Un documentario… descriveva il rituale di accoppiamento di un mammifero… Spiegava… le ragioni che spingono una femmina a scegliere un maschio piuttosto che un altro. Oltre al bisogno di protezione, c’è anche l’istinto di preservare e migliorare la specie, per questo il maschio prescelto… è anche quello esteticamente più virile e geneticamente promettente”.

L’accostamento delle dinamiche umane ai comportamenti presenti in natura fa parte del disperato e travagliato processo nel quale la protagonista intravede l’ombra di Medea (e come non pensare alla tragedia di Euripide e alla trasposizione cinematografica di Pasolini?) nel sofferto tentativo “di togliere il velo dell’omertà che si stende invisibile sopra le nostre teste, per poter tornare a guardarci allo specchio e scrollarci di dosso il peso della colpa, che ci portiamo dentro da migliaia di anni, perché siamo state dipinte Eve, Medee e Antigoni, ma solo noi conosciamo i misteri insiti nella natura materna, il senso ultimo e profondo delle nostre scelte.” Nella consapevolezza che “tentare di far combaciare l’ideale con il reale è quasi sempre un gioco a perdere” e, per dirla con l’autrice e con F.S. Fitzgerald, senza rinnegare che “io sono tutto ciò che ho fatto e tutto ciò che ho scritto”.

Bruno Elpis

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