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Fatti e libri

Dottor Morte e Doctor Sleep di Stephen King

a cura di Bruno Elpis

Il sequel di Shining, così atteso dai lettori affezionati a Stephen King, fornisce molti spunti di commento.

Si potrebbe parlare delle insidie insite nellaproduzione del remake di un’opera così applaudita, del risultato per certi versi grottesco e forzatoconseguito dal Re in questo romanzo o della paradossale insostenibilità del paranormal horror.

Inoltre il romanzo vagamente evoca la controversa figura del Dottor Morte:  perché Dan Torrance – il bambino già protagonista di Shining, che qui ritroviamo in età adulta e reduce da un’esperienza distruttiva di alcolismo (“Naturalmente pensava anche che non avrebbe mai toccato un goccio di alcol, non dopo averne visti gli effetti sul padre”) – lavora presso un ospizio e, anche grazie ai poteri paranormali di cui è dotato (la cosiddetta luccicanza), assiste gli anziani nel difficile momento del trapasso: “In questa specie di braccio della morte gira un pettegolezzo secondo tu aiuteresti i pazienti a morire dignitosamente”.

Il cruciale passaggio dalla vita alla morte è scandito da una sorta di rituale, durante il quale nella camera del morituro compaiono sia il gatto che si aggira nel gerontocomio sia il Doctor Sleep. Dan non pratica l’eutanasia (“Aiuti la gente a morire. Non soffocandola con un cuscino o roba simile, nessuno ti accusa di questo…”), ma utilizza i suoi straordinari poteri per confortare l’estremo momento: “C’era la morte, che metteva sempre paura, ma anche tanta pietà”.

La celebrazione della funzione analgesica di Dan – in un romanzo che è il tripudio di fantasmi, vampiri di nuova generazione e fenomeni più da baraccone che paranormal – è l’unico elemento di continuità rispetto al viale malinconico che King sembrava aver imboccato con il precedente Joyland…

Bruno Elpis

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