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Fatti e libri

FATTI E LIBRI: Festini italiani e le feste de “Il grande Gatsby”

a cura di Bruno Elpis

In tribunale si sta celebrando un giudizio che è una delle più squallide pagine della contemporaneità italiana: un ibrido tra gossip e cronaca politico-giudiziaria, con il quale i magistrati del “processo Ruby” tentano di stabilire se in certi festini si siano consumati anche i reati di favoreggiamento e induzione alla prostituzione, anche minorile.

Abbandonando prontamente il clima di sensazionalismo e scandalo che pervade le aule del tribunale, per mera assonanza e compiendo un salto culturale ci spingiamo a parlare di altre feste, in ciò stimolati da due eventi concomitanti: la pubblicazione tra i super economici Newton Compton e la trasposizione cinematografica – protagonista Leonardo Di Caprio – di uno dei capolavori della letteratura americana, “Il grande Gatsby” di F. Scott Fitzgerald.

Siamo nei ruggenti anni venti, in piena epoca di jazz e charleston, e l’opera di Fitzgerald descrive le atmosfere che accompagnano il sogno americano, reso e interpretato attraverso la tragica, misteriosa, leggendaria figura di Jay Gatsby.

Anfitrione generoso e accogliente, riceve i suoi ospiti in un’atmosfera di “allegria spettroscopica”. “Durante le notti estive, dalla casa del mio vicino si sentiva della musica. Nei suoi giardini azzurri uomini e donne andavano e venivano, come falene tra i mormorii, lo champagne e le stelle.”

Le feste di Gatsby hanno un sapore magico: “Un’ostia di luna risplendeva sulla casa di Gatsby, rendendo la notte bella come prima, e sopravvivendo alle risate e al frastuono del suo giardino ancora illuminato.

E a noi sembra di vederli: “Daisy e Gatsby ballarono … fui sorpreso dal suo gradevole e tradizionale fox-trot…

Poi ci sembra di sentire “… un attacco di jazz che fece cominciare le danze.

E ci sembra di rivivere, sotto una cascata di brillantini e coriandoli, un’epoca fatta di promesse, ma anche di apparenze: “Perché Daisy era giovane e il suo mondo artificiale odorava di orchidee e piacevolezze, allegro snobismo e orchestre che battevano il ritmo degli anni, riassumendo la tristezza e la suggestione della vita in nuovi motivetti. Per notti intere i sassofoni piagnucolavano il commento disperato dei Beale Street Blues mentre centinaia di scarpette d’oro e d’argento strusciavano polvere lucente.”

Naturale che in un clima così evanescente, la bolla del sogno del grande Gatsby (“Era andato oltre lei, oltre tutto. Si era gettato in quella storia con una passione creativa, accrescendola continuamente, ornandola con tutte le piume più colorate trovate sulla sua strada”) – aleggiante sul passato (“Non le chiederei così tanto … non puoi rivivere il passato. … Certo che si può! Si guardò attorno sconvolto, come se il passato fosse in agguato nell’ombra della sua casa, fuori dalla sua portata”) – sia destinata a scoppiare, per lasciare emergere profonda solitudine, nient’altro che solitudine: “… Non capisco come tu faccia a viverci da solo.” “Lo tengo sempre pieno di gente interessante, notte e giorno. Gente che fa cose interessanti. Gente famosa.”

 Bruno Elpis

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