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Fatti e libri

I luoghi fantastici della letteratura: Neverland e Peter Pan di James Mattew Barrie

a cura di Bruno Elpis

Il nostro itinerario attraverso la speciale classifica dei luoghi fantastici della letteratura (qui linkata) prosegue e, dopo aver visitato (nella precedente puntata) l’Eldorado, facciamo tappa presso la seconda antonomasia: Neverland, l’isola che non c’è…

L’Isola Che Non C’è non ha bisogno di presentazioni, perché tutti noi la conosciamo bene (“C’è un’Isolachenoncè per ogni bambino, e sono tutte differenti”) e sappiamo dove si trova (“«Seconda [stella] a destra e poi dritto fino al mattino», rispose Peter. «Che indirizzo bizzarro!». Peter era mortificato. Per la prima volta si rese conto che, forse, il suo era un indirizzo bizzarro”), al punto che – all’occorrenza- la possiamo raggiungere facilmente (“vicino alle stelle della Via Lattea”): basta aspettare il momento propizio (“sempre al momento del sorgere del sole”)…

In letteratura questo posto incredibile compare per la prima volta, grazie alla penna di James Mettew Barrie, ne “L’uccellino bianco” (1902): si trova nel lago Serpentine dei Giardini di Kensington ed è denominata “l’isola degli uccelli”. Nelle opere successive (“Peter Pan nei Giardini di Kensington”, 1906, e “Peter e Wendy”, 1911), Peter Pan afferma di abitare nell’Isola Che Non C’è e di tornare raramente ai Giardini di Kensington…

Vero è che, comunque la mettiamo, nell’Isola di Peter Pan molte cose diventano possibili, per sortilegio (“Quando il primo bambino rise per la prima volta, la sua risata si sbriciolò in migliaia di frammenti che si sparpagliarono qua e là. Fu così che nacquero le fate”), per impegno (“I sogni diventano veri, se solo li desideriamo con abbastanza forza. Puoi avere ogni cosa nella vita se sei disposto a sacrificare ogni altra cosa per averla”) o per volontà (“Nel momento stesso in cui dubitate di poter volare, cessate anche di essere in grado di farlo”). E non ci importa di apparire affetti dalla famosa sindrome: “Tutti i bambini, tranne uno, crescono. Ci mettono poco a capirlo, e Wendy lo capì così: un giorno, quando aveva due anni, mentre stava giocando in giardino, colse un fiore e corse a mostrarlo a sua madre. In quel momento doveva essere molto graziosa, perché Mrs Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò: «Oh, perché non puoi restare così per sempre?». Questo fu tutto ciò che si dissero sull’argomento, ma in quel momento Wendy capì che sarebbe cresciuta. Tutti, a due anni, impariamo questa cosa. I due anni sono l’inizio della fine.”

Bruno Elpis

2 – continua

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