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Fatti e libri

Sopravvissuto al mare con i coccodrilli

a cura di Redazione i-LIBRI

Sopravvissuto al mare con i coccodrilli

«In Afghanistan vivono i miei cugini, gli zii, i suoceri, la famiglia di mia moglie. Ho un contatto diretto con molte città: Kabul, Herat, Kandahar, la “mia” Ghazni. Mi arrivano racconti terribili. Nella capitale ci sono tanta preoccupazione e paura. Ma è nei centri più piccoli, lontano dalle telecamere internazionali, che avvengono le ritorsioni più violente dei talebani».
La storia di Enaiatollah Akbari è stata raccontata da Fabio Geda nel libro intitolato Nel mare ci sono i coccodrilli ed è diventata un best seller nel 2010. Quel bambino, costretto a sfuggire alle persecuzioni etniche con un viaggio-odissea verso l’Europa, oggi ha 32 anni e lavora nei laboratori di Biotecnologie dell’Università. Ma non ha dimenticato l’odio degli ex studenti del Corano diventati i nuovi padroni dell’Afghanistan.

Cosa sta succedendo fuori da Kabul, nelle altre città?
«I talebani hanno annunciato l’amnistia per chi ha collaborato con il vecchio governo. Ma in realtà è iniziata la caccia all’uomo, casa per casa. La cosa più odiosa è che perseguono non solo i poliziotti o i soldati, ma anche gli insegnanti. Sono in pericolo tutti quelli che percepivano uno stipendio dallo Stato».

Anche i professori?
«Vicino Ghazni, hanno picchiato in strada il preside della scuola femminile. Da Kandahar mi è arrivato un video che mostra una collinetta di persone uccise. Sono i parenti e quelli del clan di un generale che si opponeva a loro. È stato ucciso anche lui».

Perché l’esercito afghano si è sgretolato così in fretta?
«In Afghanistan non c’è un mercato del lavoro come qui. Vige l’arte di arrangiarsi. Si vive facendo il contadino, il pastore, c’è chi produce l’oppio. Per chi abita in città, l’unica possibilità di guadagnare qualcosa, parliamo di 100 euro al mese, era entrare nell’esercito».

I soldati non erano spinti dal patriottismo?
«E non erano addestrati, preparati psicologicamente e fisicamente. Indossavano la divisa i giovani, ventenni o poco più, e gli anziani. Non dei marines».

Ma perché si sono dissolti?
«Non c’era alcuna fiducia nel governo Ghani. Era corrotto, frutto di elezioni truccate. Non ha senso parlare di democrazia in Afghanistan».

Perché?
«Tutti sapevano che le votazioni erano una truffa e il presidente Ghani un ladro. È stato imposto da John Kerry, l’inviato del presidente Usa Joe Biden, altrimenti non avrebbe potuto governare».

Citando il presidente Biden, perché, per salvare il Paese, dovrebbero rischiare la vita gli americani quando gli afghani non hanno avuto il coraggio di combattere?
«Biden, nel suo discorso, ha usato parole vuote per giustificarsi con i suoi connazionali. Intanto, con gli accordi di Doha, gli americani hanno permesso di liberare dalle carceri 10 mila criminali talebani. Nel 2014, hanno obbligato al disarmo la “Fortezza del Nord”, i clan settentrionali. E oggi gli afghani non hanno le armi per contrastare gli estremisti».

Esclusa la questione delle donne, cosa vuol dire vivere sotto i talebani?
«Vivere senza allegria. La loro è una società basata su una finta serietà. Non c’è musica, non c’è dibattito. Bisogna essere buoni musulmani con la barba lunga. Il gioco è proibito, bisogna solo pregare. Per una maglietta che lascia scoperto un pezzo di braccio, si ricevono frustate».

Tutte le province sono finite sotto il loro controllo?
«Sì, ogni loro azione è stata calcolata. L’Afghanistan non è caduto, ma è stato lasciato nelle mani dei talebani e del Pakistan, loro alleato».

Perché un pezzo di società è attratto dai talebani?
«L’imam di Herat ha chiesto di non combattere contro di loro quando sono arrivati in città. Hanno il sostegno di chi frequenta solo la moschea. La mia famiglia è musulmana, ma posso dire che l’Occidente doveva lavorare per un’istruzione accessibile a tutti. Così non è stato».

Hanno assicurato che non ci saranno vendette.
«… hanno fatto esplodere la statua di Ali Mazari. È un eroe sciita che venne trucidato quando andò a firmare la pace con loro. Gli promisero l’incolumità. E, invece, gli cavarono gli occhi e gli tagliarono le orecchie».

L’Italia cosa può fare?
«Sostenere Emergency, l’unica ong rimasta. Salvare le donne e chi ha collaborato con gli italiani organizzando corridoi umanitari. E non riconoscere il loro governo».

Fonte: Corriere online

Leggi la nostra recensione a Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda cliccando qui

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