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I racconti ai tempi del coronavirus

Bambini al confino

a cura di Laura Monteleone

Bambini al confino di Laura Monteleone

Sento mia madre, al telefono della quarantena. Dipinge di quando in quando, catturando il sole sulla tela come gli impressionisti. Traghetta la solitudine del suo compleanno lungo i bordi delle aiole, in un cortile muto di bambini, a conveniente distanza dai pochi vicini impegnati a navigare a vista, dai locali della spazzatura agli avvisi in portineria.

Ho fatto una passeggiata nel viale dei garage, mi dice, hai presente? E come potrei non aver presente, neanche fossero passati cent’anni! Eppure forse ha ragione lei. Come una neve silenziosa si è abbattuto su tutto l’incantesimo della Bella Addormentata, una patina di dimenticanza fuori dal tempo. Sulle cose, sui pensieri. Nessun Principe Azzurro all’orizzonte.

Mentre si srotola la nostra conversazione quotidiana, un tappeto volante tempestato di gemme preziose, la libertà affettiva che travalica ogni distanza, tornano a galla i ricordi di un’infanzia che ha le sembianze di una favola.

I bambini di allora consumavano, o ricaricavano, la loro energia in quel cortile che si allargava come un polpo oltre i caseggiati, trasformando i suoi tentacoli in prati incolti e binari da far west. Una via Gluck con un altro nome, di una Milano ancora più appartata, invisibile. Dimentica di quei bambini che potevano godere di una libertà incondizionata. Incuranti dei pericoli e delle variabili impervie delle stagioni, crescevano come piante infestanti, abbarbicati sulle scarpate delle ferrovie, sensibilissimi alla lieve onda sismica del terreno che segnalava l’arrivo dei convogli. Piccoli indiani metropolitani fuori dal fortino di Rin Tin Tin, che rincasavano sempre tardi recando imperturbabili le stimmate delle ortiche.

Rientrando ho incontrato un bambino del condominio. Era sceso con la mamma, che lo controllava a poca distanza. Sorrido con una punta d’amarezza, al pensiero dell’altra infanzia. Quella delle mascherine che si indossavano solo a carnevale e delle madri che per fortuna non conoscevano nemmeno un palmo del territorio di gioco dei loro piccoli. L’infanzia dove tanta distrazione non poteva durare. E infatti il cemento si mise di impegno a divorare i tentacoli del polipo. Tra nuove dimore e ricoveri per le automobili. La fantasia classificata, confinata dentro recinzioni sempre più stringenti. I nonni disoccupati e i nipoti quasi estinti.

Per un momento ho temuto l’ignoranza dei nuovi cuccioli. La loro crescita in carenza. L’esilio tecnologico. Poi mia madre ha proseguito con il suo racconto:

Ci siamo sorrisi da dietro le mascherine, si vedeva dagli occhi. E lui mi ha detto “quando finisce la malattia mi prendi in braccio?”

Laura Monteleone

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