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I racconti ai tempi del coronavirus

Il risveglio dell’ingegnere

a cura di Angelo Favaro

Il risveglio dell’ingegnere

Alla mia III AS 2019/2020

Apre gli occhi. Si guarda intorno. Ecco, sì. Non ricorda nulla, non sa nemmeno dove si trova. Osserva intorno a sé infermiere e medici. Tutti bardati di plastica – ma non si doveva eliminare tutta la plastica? Ohi Greta! La plasticaaaaaaaaaaaa –: hanno maschere e tute e scarpe e guanti e sopratute e soprascarpe e sopramaschere trasparenti di plastica. Tutto è di plastica: il suo letto, i tubi che ha nel corpo, l’apparecchio per la terapia intensiva che monitora il suo stato di salute. La prima cosa a cui pensa è: «Poveri Oceani. Povera Greta… eh ma io gliel’avevo scritto che non si poteva eliminare tutta la plastica». Effettivamente, aveva vergato con la sua bellissima grafia una letterina, inviata alla Thunberg, e vi aveva esposto le sue ragioni.

Fa sempre così l’ingegner Tommaso Agostino Girolamo Castelluzzo: quando qualcosa non gli va a genio o gli sembra inaccettabile, lui scrive. Lo fa da quasi 93 anni. Ha scritto un po’ a tutti nel tempo: Presidenti, Ministri, Intellettuali… e tiene sempre copia della sua missiva; almeno una traccia del suo disappunto. A Catania è nato, nel 1927. Si è laureato in ingegneria meccanica nel 1950, a ventitré anni. ‘N bel carusu dicevano: portamento e aplomb da gentleman anglosassone. Occhi d’un verde intenso, capelli mossi e d’un castano dorato, con sfumature miele, almeno fino ai quartancinque anni, alto, elegante. Tommaso era: come di nome così di fatto; ogni fatto completamente doveva constatare, da buon capricorno. Ma anche Agostino era, come il Santo di Ippona: un santo buono e non sempre paziente. Invece quel Girolamo, nome ereditato dal nonno paterno, non lo riguardava proprio. Anzi… era non era affatto solitario, non amava scrivere o tradurre alcunché. A lui… a iddu piacevano i fimmine. Troppo.

Adesso, nel suo letto. A Roma. Non nella sua casa tutta bianca. Razionale. Comoda. Dove vive da solo, ormai da così tanti anni che nemmeno se lo ricorda più… tutta bianca, minimale come in un film anni Settanta su 007 con Roger Moore: ogni oggetto al suo posto, un posto per ogni oggetto. Sì da solo… beh con sua moglie, la sua ex moglie del continente e milanese, e infatti la milanese l’ha sempre chiamata, litigò e divorziò, quasi subito. Lui, in fondo, era un ragazzo che proveniva da una famiglia umile, con genitori umili, gente per bene, grandi lavoratori, brave, troppo brave persone; lei era una nobilotta, con nevrosi e manie, psicosi e senso dell’indegno sbandierato qua e là. Tutto mediocre, tranne quel che faceva o riguardava lei. Sembrava una delle nobili, fra De Sica e Sordi, uscita dal film Il conte Max di Giorgio Bianchi, nel 1957. Nel Cinquantasette si erano conosciuti. E per dieci anni erano stati sposati. All’inizio tutto (quasi) bene, lei non perdeva occasione per dimostrare a lui la sua condizione sociale, i suoi studi, le sue scelte di vita, e dopo che lui l’aveva portata in Sicilia, gli rinfacciava anche la sua famiglia vittoriniana. Ma lui non ci badava, in fondo lei con le sue sostanze gli aveva fatto provare tante esperienze precedentemente ignote: viaggi, party, le vacanze sulla neve. Beh, poi le cose erano andate male, lei si era trasferita a New York ed era entrata nella Factory di Warhol, non si sa bene a fare cosa. E lui le aveva scritto una lettera di venti pagine.

L’ingegnere Tommaso Agostino Girolamo Castelluzzo, dopo vari ruoli dirigenziali, ottenuti anche grazie al suo carattere inflessibile, aveva vinto un concorso ed era diventato docente universitario di meccanica razionale. «Di pizzu o di chiattu fai sempri di testa to!» gli ripeteva la madre, e come non darle ragione?

Il novantatreenne stava cercando di ricostruire le ragioni del suo essere dov’era e non dove sarebbe dovuto essere! Con la sua logica ferrea e grazie all’ indiscutibile esattezza matematica, tutto un susseguirsi di vero o falso, di vero che non può essere anche falso, di falso che è tale per definizione; di se … allora, o…, non…! non prendeva in considerazione tutto ciò che fosse ottativo o ipotetico. Aveva ormai individuato la complessità, l’astrusità, l’inutilità del linguaggio naturale, pieno di contraddizioni, di sentimento, di mistero, dunque inservibile! Al contrario, il linguaggio formale era dotato di una razionalità insuperabile e salvifica, in fondo era semplicissimo, molto confortante, e le formule di una bellezza e di una eleganza senza pari. Così, si era affidato e appassionato alla sintassi e al calcolo proposizionale. Tutta la sua vita, senza quasi se n’accorgesse, era trascorsa fra teoremi vettoriali, cinematica del punto, vincoli… si ripeteva sovente a memoria, con la preziosa cadenza catanese, mai persa nonostante gli anni romani, che: «Un punto o un sistema di punti si dice… vincolato se le posizioni e/o le velocità sono legate da relazioni che ne limitano… la variabilità.» e provava un piacere quasi fisico a pronunciare “vincolato” e un certo disappunto di fronte a “variabilità”.  Procedeva sicuro con la smania definitoria: «si chiama vincolo ogni dispositivo atto a limitare le posizioni e/o le velocità dei punti del sistema.» Eh sì: “vincolo” è lemma davvero straordinario, deliziandosi a gustarne la tonalità: v-i-n-c-o-l-o. «La presenza di vincoli in un sistema meccanico è esprimibile, matematicamente, mediante una o più relazioni tra le coordinate r e le velocità r˙ degli N punti del sistema, del tipo ϕ(r1, r2, …rN , r˙1, r˙2, …, r˙N ;t) ≥ 0.» La formula del sistema era di una perfezione che lo lasciava sempre sbigottito. «Tali relazioni si chiamano equazioni di v-i-n-c-o-l-o. Esiste una classificazione dei vincoli (basata sulla struttura delle equazioni di vincolo). Fondamentale è il vincolo olonomo (o di posizione) caratterizzato dal fatto che la sua rappresentazione analitica è esprimibile in forma finita (non contiene, cioè, derivate). C’è anche il caso contrario, nel quale il vincolo è anolonomo (o cinematico o di mobilità).» Quel che più contava era quel «risultato fondamentale che si stabilisce per un sistema olonomo (cioè soggetto a soli vincoli olonomi)» che, impostando la voce, sosteneva: «consiste nel fatto che è possibile individuarne, in ogni istante, la configurazione mediante un numero, n, di parametri tra loro indipendenti, q1(t), q2(t), …qn(t), che sono chiamati coordinate lagrangiane (o generalizzate).» E a questo punto se avesse potuto avrebbe fatto un salto di gioia: «Il numero n di tali parametri costituisce il numero di gradi di libertà del sistema.» Quando era inquieto, angosciato, annoiato, ecco ripetendo teoremi e definizioni gli tornava il buon umore, si sentiva subito rassicurato. E amava le formule di Poisson. Apprezzava meno la cinematica dei moti relativi… ma era invece letteralmente erotizzato dalla statica e, in particolare, aveva fondato filosoficamente la sua intera esistenza sulla “stabilità dell’equilibrio”. Anche in questo caso il teorema veniva diligentemente ripetuto e sovente dimostrato: «Le configurazioni di equilibrio stabile di un sistema olonomo e conservativo corrispondono ai massimi relativi (minimi relativi) del potenziale U (energia potenziale V). Le restanti configurazioni sono di equilibrio instabile.» Quando doveva spiegare in aula ai suoi studenti le affascinanti norme della meccanica langragiana provava un gusto ineffabile: cominciava con voce stentorea, manco fosse Gassman nell’Amleto: «Nella ricerca delle configurazioni di equilibrio di un sistema meccanico abbiamo ottenuto il principio dei lavori virtuali, che ci permette di risolvere i problemi della statica [a questo punto faceva una breve pausa, bevendo dell’acqua, ogni anno ad ogni corso, per generare una lieve suspance, e proseguiva]… conoscendo soltanto le forze attive agenti senza coinvolgere le reazioni vincolari, in generale, [qui si permetteva fra svogliato e incerto, quasi con fastidio sussiegoso, una lieve alzata di sopracciglio e una falsa tossetta, a sottolineare che nulla rimaneva incognito]… i-n-c-o-g-n-i-t-e. E evidente che è di estremo interesse ottenere anche nel caso dinamico una formulazione equivalente al principio dei lavori virtuali [diceva con soddisfazione grassa]; sarebbe veramente utile potere disporre di equazioni del moto in forma scalare e che, a differenza delle equazioni cardinali della dinamica, non contengano le reazioni vincolari.»

Era in terapia intensiva. Questo lo aveva capito. La ragione gli sfuggiva. Un detto siciliano gli affiorava alle labbra: «Lu malu tempu e lu bonu tempu nun dùranu tuttu lu tempu». Trascorse almeno tre ore dal suo risveglio, qualcuno, finalmente, si rivolgeva a lui cortesemente e lui faticosamente rispondeva, chiedere non osava. Da solo si sforzava di capire. Come, in tutta la sua vita, aveva sempre fatto. Il primario. Un uomo alto, serio, silenziosissimo, ma avvicinandosi a lui e sorridendo quasi incredulo, provava a tastargli il polso, lo osservava, con una strana felicità, che si coglieva solo dallo sguardo, essendo il resto del corpo avvolto in tonnellate di plastica verdazzurra.

Sì! Ricapitolava nella sua mente: era a casa, poi si era risvegliato qui. Qualcosa non andava. E non era sufficientemente logico. Sì! Era a casa e parlava con la sua ex moglie al telefono… no! stava ricordando una conversazione, forse l’ultima con la sua ex moglie al telefono. Ecco sì, lei lo accusava di avere avuto delle amanti, e lui le rispondeva (lei a New York e lui a Roma) che non erano amanti, non si possono definire amanti quelle donne che tu non ami e loro non amano te, ma semplicemente tu usi loro per il tuo piacere, e loro in una perfetta reciprocità omologa compiono il medesimo rito, per uno che era ancora nu zuccu di ficurinia. Era il 1972. L’ultima loro conversazione telefonica. Poi lei era morta. In un modo logico e buffo: partecipando ad una manifestazione in favore dei neri americani e contro le truppe statunitensi in Vietnam. Lei non era nera, dunque, perché era andata lì? Non era nemmeno americana; era bianca e italiana. Che senso avrebbe potuto attribuire alla partecipazione ad una manifestazione in favore del Vietnam da parte di un’italiana, bianca e colta? Nuddo! Comunque, proprio in quell’anno gli USA si sarebbero dati per vinti e avrebbero ritirato le truppe dal Sud Est Asiatico. Lei era morta schiacciata dagli stessi manifestanti, in fuga per l’assalto delle forze dell’ordine, che caricavano la folla. Era rimasto abbastanza infastidito, quell’anno, da Ultimo tango a Parigi: si possono fare esattamente le stesse cose che accadono nel film, ma perché farci un film? Aveva scritto una lunga lettera a Bertolucci!

Il primario, dopo aver confabulato con altri medici, si era avvicinato al paziente, che nel frattempo inseguiva i suoi vagheggiamenti, aveva chiesto, urlando, come stava, come si sentiva, e non aveva perso occasione l’impaziente per chiedere:

«Mi scusi, professore, ma cosa mi è accaduto? Mica ho ben compreso.»

«Allora se vuole la prendo dall’inizio…»

«E da dove vorrebbe prenderla, per farmi comprendere qualcosa? Non si preoccupi e si diffonda pure in spiegazioni, dall’inizio.» In quel momento gli era balenato, come si diceva dalle sue parti, che era stato a vintitrì uri e tri quarti.

«Bene, lei si trova nel reparto di terapia intensiva del policlinico Umberto I; è stato trovato in terra, svenuto, dalla sua domestica, circa una settimana fa. Ha avuto un brutto “attacco” causato dal SARS-CoV-2, o altresì detto COVID-19, il virus di cui avrà certamente sentito parlare»

«Certo professore, sono aggiornato sugli eventi del pianeta.»

«Ecco il virus, lei con il nostro aiuto, nonostante l’età…»

«Novantatré anni haju, e staiu beni!»

«Ecco sì, il suo organismo lo ha sconfitto. Siamo molto felici. Stiamo ancora studiando la situazione e non sappiamo, nella maggior parte dei casi, come neutralizzare COVID-19, non c’è un vaccino adesso… il virus non è molto bravo a mutare, anche se muta, ahinoi, quindi potrebbe essere molto più vulnerabile alla risposta immune dell’ospite».

«Sì sì professore, ma secondo quale logica agisce questo microrganismo?»

«Al momento i virologi stanno facendo grandi progressi. Ogni giorno, aumenta la nostra conoscenza sia delle patologie provocate dal virus, sia dei meccanismi di trasmissione. Inoltre voglio confortarla sul fatto che stiamo studiando test virologici e sierologici, per determinare la presenza del virus e lo stato dell’immunità sempre più specifici e sensibili. Lei comunque non he ha più bisogno.»

«Professore, grazie delle sue informazioni, ma io le ho chiesto quale è la logica con cui vive il virus.»

«Certo, certo, ci arrivo. Adesso stiamo sperimentando nuovi farmaci antivirali, farmaci che bloccano la risposta iper-infiammatoria, che è ad esempio quella che ha generato il suo stato di grave complicanza polmonare. Stiamo lavorando anche allo sviluppo degli anticorpi monoclonali neutralizzanti e anche la possibilità dell’effetto terapeutico del plasma di chi, come lei, è guarito. Stiamo studiando il suo sangue.»

«Ho capito professore, e ne sono davvero contento, ma…»

«In questo momento in tutto il mondo si stanno testando vari vaccini, ma su modelli animali. Sa… è tutto grazie alla scienza. E non potrebbe essere diversamente. È d’accordo?»

«Sta parlando con un ex-professore di meccanica razionale, vuole spiegare a me come funziona la ricerca scientifica?»

«Certo che no… perdoni il mio entusiasmo, ma lei è un caso di grande interesse scientifico.»

«Praticamente una cavia?»

«Ma no, non la prenda così: c’è stata, per un’intera settimana, una equipe a monitorare, mentre lei era privo di conoscenza, i suoi progressi: il rianimatore, l’infettivologo, una pneumologa, me compreso. Tutti ci siamo prodigati per le eventuali complicanze che sarebbero potute insorgere nel suo caso. Lei è salvo. Salvo, capisce?»

«Certo che lo capisco. Inoltre ho studiato storia, e ai miei tempi si studiava davvero: ricordo esattamente tutto della peste del 1348, della morte nera, della peste del 1630, e di spagnola è morto mio nonno nel 1920. E comunque non ha risposto alla mia domanda. Quale logica muove questo virus?»

«Semplicemente la logica della natura: il virus è un organismo vivente che si adatta, che vuole a tutti i costi resistere, e resiste anche all’aperto nell’aria, o sugli oggetti, passa da un essere all’altro attraverso i droplets.»

«La pregherei di utilizzare il nostro meraviglioso idioma, non anglicizzi, non anglicizzi!»

«Sì, mi scusi, intendevo le goccioline di saliva nebulizzate quando parliamo, o facciamo uno starnuto. La logica di resistenza del virus è la logica stessa della vita nella natura, di ogni essere vivente. Cioè vivere!»

Mentre il professore si congedava dal paziente, ormai guarito, segnando sulla cartella clinica la terapia per i prossimi giorni e la data di dimissioni… l’ingegner Tommaso Agostino Girolamo Castelluzzo lucidamente ricostruiva, come su un pc nella sua mente, un grafico: «ecco la natura, sulla terra, esseri animati e inanimati, benissimo!, tutto è legame elettromagnetico e gravità, sì: immaginiamoli come scultori, sì un Michelangelo. Sì, semplice, scolpiscono tutto loro sulla Terra. E il virus? Semplice: nell’ordine della natura ci sono gli esseri viventi, specie, tipi, generi, la natura modella vita. Anche COVID-19 ha una sua eleganza, funzionalità, straordinaria simmetria, inoltre può mutare e adattarsi, qualità che ne decretano sopravvivenza e persistenza. Cu metti cavigghi e cu metti puttusa: funziona sempre, più o meno, così. Ne sarà fiera la natura. Questa volta fra me e lui, ho vinto io. Questione di equilibrio. La reazione ha la stessa natura dell’azione. È logico… ma non sono più forte.»

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