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I racconti ai tempi del coronavirus

In sospeso

a cura di Daniele Sannipoli

In sospeso

[La stanza è divisa in due da una parete di vetro sottile. Lui è seduto a terra, le spalle alla parete, si guarda in uno specchio che tiene tra le mani. Lei è seduta a terra, le spalle alla parete. Due luci li illuminano, dallalto. Intorno è buio]

LUI Non sopporto più la luce cruda e spietata di mezzogiorno, questo mondo verticale e senza ombre. E ancora mi scarnifica la pelle il bagliore bianco e insapore del neon della cucina sullorlo della mezzanotte mentre lorologio mi trascina ancora più giù, nel blu notte disperato delle tre del mattino. È un altro giorno senza tempo in quarantena, sospeso e vuoto come una parentesi spalancata nellaria. Sono stanco della porpora cangiante del sangue, dei suoi coaguli rappresi e dei suoi laghi a strapiombo nei polmoni. Polmoni che non respirano, vita strappata a morsi dalla fame della cianòsi. Vorrei vivere solo allalba e al tramonto, obliquo e sfumato, verdazzurro come lerba imperlata di brina e arancione infuocato come un frutto maturo, sole che nasce e che muore. No, sono stanco. Stanco del mondo, stanco della vita, stanco di me.

LEI Uno, due, tre, quattro. Moltiplico per cento. Cento, duecento, trecento e ancora quattrocento. Scorro righe e tabelle, è la conta dei morti. E mi chiedo se la terra anche oggi sprofonderà abbastanza da accogliere tante vite interrotte, tanti anni sottratti. Terra nera e umida, terra di fertile cenere. È strano come la mente si rifiuti di accettare i numeri, come questi perdano senso. Troppo piccoli, troppo netti per poter dire il dolore. Troppo sintetici per ricordarci chi non è più. No, io lascio i numeri alla scienza, agli indicatori sintetici, agli scarti, alle percentuali, alle curve più ripide o dolci. Sì, lascio i grafici asettici e limpidi alla ragione e cerco lo sguardo del figlio che ha perso la madre, del padre che ha perso il figlio, dei nonni rimasti isolati. Cerco le mani che si toccano separate da una soglia impenetrabile e provo a strappare un lembo di carne che mi faccia provare il dolore che sente chi ha perso qualcosa. Mi distrugge la colpa di chi sopravvive.

LUI Mi scruto dallalto, fuori di me, precipitato in una vita che non è più la mia. Nuovi tempi, nuovi spazi e vecchi pensieri, rimbalzati da una parete allaltra della mia clausura, problemi irrisolti cristallizzati nelle sabbie del tempo, adamantini, inclementi, in agguato. E io sono la loro preda, cacciatore cacciato e ora indifeso. Lumore è un pendolo che oscilla, un estremo che tocca altro estremo, dolore che si è fatto rabbia, rabbia che si è fatta pianto. È un brindisi di lacrime salate quello che regalo a me stesso, perché oggi è troppo faticoso resistere, oggi è troppo difficile stare con me.

LEI Non posso fare molto. Nessuno può fare molto. Non ci adattiamo alla vita abbastanza in fretta per sopravvivere. Troppo complicati, troppo pesanti, troppo codardi. Eppure io voglio combattere, aprirmi profonda come la terra, umida di vita e calda di speranza, un refolo daria alle pendici della primavera.

LUI Tu sei unombra allo specchio, Giano bifronte. Sei di viso e di spalle, io non ti conosco. Sei la voce di un tempo lontano, di un mondo inabissato. Sei un varco appena abbozzato, un fiore ancora intoccato.

LEI Ora anche il mio corpo si è arreso al mia volontà. [Si volta e fissa Lui attraverso la parete di vetro]

LUI Mi ha spaventato, la vita che si è fatta di nuovo. E mi fissa la nuca e sorride. Io non so quello che voglio. Forse non voglio star bene. Quasi mi consola star male, quasi mi viene a discolpa. Posso permettermi tutto quaggiù, in fondo al dolore. Il silenzio, la parola, lattesa. Ma tu mi guardi, senza stancarti, senza cedere il passo. E io continuo a vederti, riflesso che quasi mi stritola. Vivere è faticoso.

LEI Osservo i tuoi pensieri che fuggono, le ombre del viso morbide tra i tuoi occhi di nero corvino. Mi vedi e non sai che io vedo anche te. Sei di segni e cicatrici, una lingua muta che grida il dolore. Non devi nasconderti.

LUI Forse è arrivato il momento. Ti guardo e ancora sorridi. Sei un bagliore di fuoco, una promessa felice. Mi guardo, mentre cambio allo specchio, il mio volto ora liscio, senza offese. [Lascia lo specchio a terra e si volta]

LEI Vieni da me.

LUI Non so se sono capace.

LEI Ci sono io. Ti aspetto.

LUI Non so se sono pronto.

LEI Non siamo mai pronti.

LUI Fa male, vivere.

LEI Sì, fa male.

LUI E allora perché mi vuoi?

LEI Sei tutto ciò che resta.

LUI Mi ami?

LEI Sì, ti amo. Ti amo come si ama un bambino.

[Lui la guarda. Stringe il pugno e fa per scagliarlo contro il vetro, ma prima che colpisca cala il sipario]

Buio.

Silenzio.

Daniele Sannipoli è nato a Gubbio nel 1996. Diploma classico, frequenta attualmente il quinto anno del corso di laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova. Ha ricevuto nel 2015 il premio “Alfiere del Lavoro” dal presidente Giorgio Mattarella e nello stesso anno si classifica terzo alle Olimpiadi nazionali delle Lingue classiche. Sue prose e poesie sono apparse in diverse antologie e ha pubblicato il romanzo breve “A tua immagine e dissomiglianza” (LunaNera, 2019).

Leggi le recensioni di A tua immagine e dissomiglianza di Daniele Sannipoli cliccando su questo link

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