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I racconti ai tempi del coronavirus

Le vite degli altri

a cura di Redazione i-LIBRI

Le vite degli altri

di Graziella Dotta

20 Marzo 2020

Non ho mai vissuto queste quattro mura come in questo momento. Mai, in tutta la mia vita. Né queste né quelle che ci sono state in passato. Per me casa era quella dei miei genitori, con il portico e il giardino esterno. Da quando vivo sola non ho più avuto casa, ogni appartamento in cui ho dormito era per me poco più di un dormitorio appunto, sono stati sei in venticinque anni, ogni avanzamento di carriera mi permetteva di avere un locale in più o una vista migliore o il quartiere residenziale più verde. Come se mi fosse mai importato del verde, come se avessi avuto il tempo di goderne, del verde. Mi sono sempre trasferita da un locale all’altro senza grandi drammi, poche cose da portare con me, il trasloco organizzato perfettamente dall’agenzia a cui consegnavo le chiavi di entrambi gli appartamenti, quello da liberare e quello da occupare. E stanze d’albergo, centinaia di stanze d’albergo, di ogni foggia e stile, in ogni angolo di mondo, tanto che mi pare impossibile che questa quarantena forzata mi abbia colta proprio qui, a Torino, in quella che a tutti gli effetti è casa mia.

Sono qui da un paio d’anni ormai o, meglio, da un paio di anni rientro dai miei viaggi di lavoro e vengo qui, mediamente ci dormo una decina di notti al mese, forse anche meno. Non conosco nessuno degli altri condomini, tutta gente di classe eh, ingegneri, avvocati, dottori. Ma comunque non conosco nessuno e loro non conoscono me. Abbiamo anche un giardino comune sul tetto, ricordo che l’agente immobiliare mi ci aveva portata magnificandolo ed effettivamente era molto bello, un angolo di verde al quarto piano, curato fin nei minimi dettagli. E poi il cortile con il vialetto di ghiaia bianca, tutto recintato da un alto muro di pietra che sembra Fort Knox se non fosse per l’edera che lo ricopre. L’unico che mi conosce è il guardiano, che mi vede arrivare e ripartire nelle ore più disparate, quasi sempre lo trovo appisolato in guardiola e sono costretta a disturbarlo per farmi aprire il cancello. Quindi non credo che mi apprezzi in modo particolare.

Ecco, questa sono io, vivo a Torino in una zona residenziale, in un palazzo più che signorile, con persone altolocate che non conosco e non mi conoscono e l’unico che mi conosce mi detesta. E avevo bisogno di questo virus per fare queste considerazioni. E non sono un luminare della scienza o della politica o della medicina, no, sono un’assistente di volo. Una hostess per dirla come ai miei tempi. Era il mio sogno da ragazzina e ce l’ho fatta a realizzarlo, pur con tutta una serie di rinunce che ora pesano più di quanto immaginassi. Però c’è da dire che, ai miei tempi, alla mia età sarei finita a lavorare dietro le quinte, mentre adesso continuo a volare nonostante tutto… Forse perché ho raggiunto un numero di ore di volo che neanche i migliori piloti… Succede, quando fai il lavoro dei tuoi sogni di ragazzina. Sarei perfettamente in grado di pilotare un airbus in caso di emergenza e i miei comandanti ne sono consapevoli. Certo, una volta il jet lag me lo mangiavo a colazione, e ci divertivamo pure parecchio insieme ai compagni di volo… Ora mi tocca andare a riposare dopo il primo Martini in compagnia dell’equipaggio, ma tant’è, l’età avanza, facciamocene una ragione.

I primi giorni rinchiusa qui sono stati un inferno, cercavo di autoconvincermi che finalmente avrei potuto riposare, che finalmente avrei assaporato un po’ di quella vita regolare che mi sono sempre negata. Ero fermamente intenzionata a dormire di notte e dedicarmi alla mia casa durante la giornata. Peccato che di notte io non riuscissi a chiudere occhio, non so se per le pessime abitudini o per l’ansia che cominciava a crescere. Mi appisolavo verso le sette del mattino, proprio quando il vecchio signor T del piano di sopra esce sul balcone per parlare al telefono con il figlio chirurgo prima che vada al lavoro. Dopo pochi minuti lo raggiunge la moglie, peccato che i coniugi T, due ottuagenari dritti come fusi, siano entrambi sordi come due campane e, in qualità di diversamente udenti, sono convinti che lo sia anche il figlio, pertanto la conversazione raggiunge livelli di decibel da discoteca. Per fortuna la chiamata non dura mai più di dieci minuti e si ripete la sera intorno alle venti, minuto più minuto meno.

Alle otto poi è il turno dei vicini di pianerottolo, altra coppia di pensionati anche se un po’ più giovani, i signori L: lui era un importante avvocato divorzista, non disdegna di recarsi ancora nel suo studio professionale per alcune consulenze e per esercitare ancora un po’ di controllo sul lavoro della figlia a cui ha passato il testimone. Alle otto in punto lei passa l’aspirapolvere in casa, in tutta la casa, a sentire da fuori sembra che lo passi anche sui mobili e sulle suppellettili, non finisce mai prima delle nove. Solitamente lui, alle otto e trenta, esce sbattendo la porta e bofonchiando sottovoce insulti rivolti alla moglie, scende nel vialetto di ghiaia bianca e passeggia avanti e indietro fino alle nove, poi torna in casa ormai quietato.  O forse rassegnato.

Alle dieci comincia il turno dei bambini. Nel palazzo ci sono due coppie giovani con bambini, la prima coppia è formata da due giovani ingegneri che lavorano da casa in smart working e si occupano a fatica dei bambini, Matteo di otto anni e Linda di cinque. L’altra coppia è formata da un programmatore informatico e da una psicologa, hanno un bambino di quattro anni che si chiama Leonardo. Siccome non ci si può intrattenere neanche con i vicini, sono stati stabiliti dei turni per uscire sul giardino sul tetto. Dalle dieci alle undici escono Linda e Matteo, e dalle undici a mezzogiorno esce Leonardo, sempre e comunque accompagnati da uno dei genitori, s’intende. Inutile dire che mentre i primi due si divertono discretamente insieme, il terzo, povero, mi fa una pena infinita per quanto è solo, soprattutto se lo accompagna la mamma che non gli permette di fare il bambino: non sporcarti, non urlare, non toccare, non correre, non sudare, manca solo non respirare… Mi viene voglia di uscire prima di lui e di aspettarlo dietro la siepe di bosso per invitarlo a giocare, povera stella.

Io li sento salire e li sento giocare, soprattutto Linda e Matteo: urlano, ridono, sono bambini, è giusto che sia così. Leonardo lo sento molto meno, piccino. E poi sento il guardiano che corre su a riportare la palla che i bambini hanno lanciato oltre il muretto di ringhiera. Non è obbligato a farlo, credo che lo faccia per allenarsi un po’ anche lui. Chissà se lo sente anche la signora L, qui al mio fianco, chissà se le viene voglia di uscire e di urlare a tutti che devono rispettare le regole. Stessa storia al pomeriggio, siamo solo sette famiglie compreso il guardiano che abita al pian terreno, ma sulle scale pare esserci un via vai che neanche in autostrada il 15 agosto… Gente che sale in giardino, gente che scende per uscire, gente che entra per consegnare merce, gente che rientra dalle uscite. Tanto che, per uscire quell’unica volta a settimana per i generi di sopravvivenza, devo appostarmi in cima alle scale, avendo cura di evitare gli orari di accesso al giardino, e sbirciare la tromba delle scale per assicurarmi di poter scendere in sicurezza.

E chiudiamo la giornata con la giovane influencer, che pare guadagni più dei suoi rassegnati genitori, papà commercialista e mamma dirigente, postando video di lei stessa che canta a squarciagola sul balcone tutte le sere, trasformando il tavolino da esterno di ceramica di Caltagirone in una vera e propria consolle da discoteca. Tutte le sere, fino alle 23, quando esce il padre e stacca la spina. E non c’è santo che tenga, né i numeri dei contagiati, né le immagini dei camion militari che portano via i morti verso i forni crematori. Nulla. Secondo la ragazza, là fuori hanno bisogno di lei e del suo spettacolo per non crollare, non bisogna arrendersi, la musica ci salverà. Ha persino appeso un lenzuolo bianco con la scritta andrà tutto bene al suo balcone, che vediamo solo noi peraltro, essendo il suo balcone al primo piano e quindi non visibile dall’esterno.

E io ogni sera non vedo l’ora che siano le 23, per assaporare un po’ di pace e provare a dormire un po’, sai mai che ce la faccio stasera…

30 marzo 2020

Durante l’ultima riunione dei condomini, rigorosamente in video collegamento, l’amministratore ci ha ricordato quanto siamo fortunati ad aver strappato, grazie a lui, il permesso di salire in giardino, con tutte le prescrizioni del caso, nonostante le restrizioni della quarantena in corso e pur con un orario ridotto e maggiormente controllabile. Dunque ci ha invitati ad organizzare meglio i turni per le aree comuni, dando priorità ai bambini prima e agli anziani poi. Accogliendo tempestivamente l’invito dell’amministratore la signora L., la maniaca dell’aspirapolvere, si è prestata gentilmente, a suo dire, a pianificare gli accessi al giardino per tutti i condomini, stilando una lista che ha poi consegnato nelle mani, rigorosamente guantate, del guardiano che ha provveduto ad appenderla sul cancelletto di ingresso del giardino.

Orario di apertura: dalle 7.55 alle 18.00. Massimo due persone contemporaneamente. Turni di ingresso: dalle 8.00 alle 8.55 coniugi T (dopo la telefonata del figlio), dalle 9.00 alle 9.55 coniugi L (cioè lei stessa, appena finito con l’aspirapolvere e quel santo avvocato di suo marito di ritorno dal vialetto). Dalle 10.00 alle 10.55 Famiglia C, i due bambini Matteo e Linda e, eccezionalmente in deroga, un genitore a scelta. Dalle 11.00 alle 11.55 Famiglia M con il piccolo Leonardo e un genitore a scelta (e nascono i primi screzi perché gli altri in deroga possono salire in tre e questi no, anche se per il piccolo è molto meglio se la mamma rimane in videochiamata con qualche cliente problematico e delega il papà al gioco col bambino.) Dalle 12 alle 13.55 è opinione della signora L che il giardino debba rimanere chiuso per evitare di cedere alla tentazione di pranzare in giardino, stile pic-nic, che finirebbe per diventare un altro motivo di risentimento tra i residenti. A questo punto, considerando la necessità di far uscire i bambini anche nel pomeriggio, dalle 16.00 alle 16.55 Matteo e Linda e dalle 17.00 alle 17.55 il piccolo Leo, la signora L dovrebbe aver intuito che rimangono due ore di apertura, dalle 14 alle 15.55 e tre condomini: io, un giovane architetto single e la famiglia F, quella del commercialista. E quindi, con un ultimo colpo di genio, ha assegnato l’orario dalle 15 alle 15.55 al commercialista e quello dalle 14 alle 14.55 a me e all’architetto, che dovremmo ringraziarla per averci dato la possibilità di evadere dalla nostra solitudine per almeno un’ora al giorno.

Alle 18.00 sale il guardiano che si occupa della cura delle piante e dei fiori, lo stesso potrà essere accompagnato dalla moglie, sig.ra Rosanna. Terminati i suoi compiti, il guardiano chiude a chiave il cancelletto e porta con sé le chiavi, fino al mattino seguente alle 7.55, orario di apertura.

Le ore della signora T sono di 55 minuti perché, come tutti comprenderanno, sono necessari 5 minuti di margine per evitare di incontrarsi sulle scale o, Dio non voglia, in ascensore. Ogni condomino, compresi i bambini, dovrà essere dotato dei dispositivi di sicurezza individuale, mascherina e guanti. Verrà allestito nei pressi del cancelletto un tavolino con gel disinfettante per mani che dovrà essere utilizzato sia all’atto dell’ingresso, sia all’uscita. Il controllo del rispetto di tali regole rimane a discrezione dei residenti.

Tutta questa organizzazione dell’uso del giardino comune ha richiesto alla signora L un’intera giornata di impegno, causando anche un imperdonabile ritardo nell’uso dell’aspirapolvere mattutino, e successivamente una convocazione urgente della seconda riunione di condominio in tre giorni per l’approvazione da parte di tutti i residenti. Nonostante fossimo tutti collegati in videochiamata, o forse proprio per quel motivo, nessuno ha avuto l’ardire di eccepire alcunché alle disposizioni dettate da quella che si è autoproclamata rappresentante del condominio, memore della sua passata attività di insegnante. Pertanto la lista è stata approvata all’unanimità da tutti i condomini, nella segreta convinzione che la quarantena sia breve e indolore.

Dunque mi ritrovo a poter uscire da questo appartamento per salire in giardino munita di guanti e mascherina alle due del pomeriggio per cinquantacinque minuti. E, negli altri momenti, a uscire sul balcone per invidiare l’unico single del palazzo, il giovane architetto che porta a passeggio il cane, l’unico cui è consentito varcare la soglia del cancello quattro volte al giorno poiché la signora L ha deciso di precludere l’accesso del giardino al cane. L’unico col quale potrei ragionevolmente scambiare due parole nella nostra comune ora d’aria in giardino. Sono talmente presa da queste vicende dei condomini che ancora non sono riuscita a portare a termine neanche uno dei compiti che mi ero prefissata quando ormai è stato chiaro per tutti che questa quarantena non sarà così breve. Volevo pulire a fondo tutto l’appartamento, ma non si può fare perché non si trova più neanche una goccia di amuchina a pagarla oro. Volevo cimentarmi nella cucina, ma non si trova più né farina né lievito, dunque ho dovuto impegnarmi con i primi piatti e la mia taglia ne sta risentendo, ragione per cui ho smesso anche con quello. E mi sono data all’attività fisica indoor seguendo i tutorial che mi manda la mia istruttrice di pilates. Ma poiché lei non è qui con me, devo confessare che non pratico con regolarità. Avevo una pila di libri da leggere, ne ho iniziati già tre, ma mi distraggo, il mio pensiero fugge altrove. L’unica cosa che non dovrei fare è quella che mi occupa tutta la giornata: tv, telegiornali, social, seguo tutte le notizie su questo coronavirus, il che mi procura un’ansia sconfinata, che non mi permette di dormire mai, né di notte, né di giorno. E con questo sono tornata punto e a capo. In più ho una ricrescita di due centimetri e le unghie con il semi-permanente che sembrano artigli. Tengo su la tuta h24 ed evito di guardarmi quando passo davanti allo specchio. Quasi sempre non approfitto della mia ora d’aria in giardino, perché non ho voglia di vestirmi, e non accetto mai, e sottolineo mai, le richieste di videochiamate da amici e colleghi. Quando l’ansia sale, esco sul balcone e respiro a fondo, ascolto i rumori della natura che non conoscevo, come il cinguettio degli uccelli o il vento tra le foglie. E mi accorgo di quanto sono sola. E forse è una fortuna ascoltare il signor T che racconta al figlio di avere un leggero capogiro, ma non la febbre. E l’avvocato L che invita la moglie a infilarsi l’aspirapolvere non dico dove. E Matteo e Linda che si rincorrono sulle scale, il guardiano che sale e scende incessantemente sulle scale con sua moglie, che lo richiama per ricordargli le prossime incombenze. E la psicologa che si trascina dietro il piccolo Leo, che non vede l’ora di rientrare in appartamento, tanto già lo sa che non potrà correre, toccare, urlare, né fare nulla di tutto quello che gli piacerebbe fare, quindi tanto vale tornare sul divano a giocare con la play. Persino la giovane urlatrice serale non mi dà più fastidio, a volte mette della musica niente male, anche se si ostina a cantare con quella voce stridula.

10 aprile 2020

Sono salita in giardino. Sono ormai sette giorni che salgo, mi vesto dignitosamente, lego i capelli, metto una fascia per nascondere la ricrescita, indosso la mascherina, nascondo le unghie sotto i guanti e salgo. Il terzo giorno è arrivato anche lui, il mio compagno di ora d’aria. Dice che non saliva perché gli spiace lasciare il suo cane Milo da solo in casa. Lavora per lo studio di architettura del padre, ma vive da solo perché condividere il lavoro gli basta, il padre è un uomo autoritario e arrogante che non accetta di essere contraddetto da nessuno e, se questo può andare bene sul lavoro, non può però andare bene per la vita. La madre, da quel che mi è parso di capire, è una donna di altri tempi, che accetta con rassegnazione l’uomo che le è toccato in sorte e rimane al suo fianco, come promesso tanti anni fa, nella buona e nella cattiva sorte… Il ragazzo si chiama Diego e dice che questi giorni gli sono serviti per prendere un’importante decisione. La prima cosa che farà quando potremo uscire sarà andare dal padre e confessargli finalmente di essere innamorato da tre anni di quello che ha presentato in casa come migliore amico. E vada come deve andare, non si può sopravvivere a una pandemia e avere paura del giudizio degli altri, nessuno escluso. In quattro giorni abbiamo costruito un’amicizia vera e solida, anche se a distanza di sicurezza, ed entrambi non abbiamo la minima intenzione di mancare al nostro appuntamento, con la benedizione di Milo che ne approfitta per schiacciare un pisolino solitario. Dopo aver parlato di noi, abbiamo cominciato a parlare delle uniche persone che conosciamo entrambi, i nostri condomini. Diego è un grande osservatore, non parla molto ma conosce tutte queste famiglie, anche grazie alle chiacchiere della madre che almeno una valvola di sfogo dovrà pur averla… L’unica che non conosceva ero io, fino a qualche giorno fa almeno.

Grazie a lui ho scoperto i piaceri della vita a due con un animale domestico, mi ha raccontato tante cose che non conoscevo, quel ragazzo è un pozzo di informazioni. Ieri ha insistito perché accompagnassi io il suo Milo nella passeggiata pomeridiana, per darmi la possibilità di uscire, visto che la spesa ora la ordiniamo consegnando le liste al guardiano e si occupa lui di smistare le consegne dei fornitori direttamente ai piani. Ho varcato quel cancello dopo quasi un mese di clausura, con il mio nuovo amico al guinzaglio, sotto lo sguardo indagatore del solerte custode. Se qualcuno mi avesse fermata, avrei dovuto dire che portavo fuori il cane del mio amico che aveva un piede dolorante. Ovviamente indossavo guanti e mascherina di ordinanza e mi sono guardata bene dal toccare qualsiasi cosa che non fosse Milo, il suo guinzaglio e i sacchettini per la raccolta della sua pupù. Sono stati solo 400 mt, 200 in andata e 200 in ritorno, ma è stata la passeggiata più anelata della mia vita. Lungo il viale alberato che circonda il nostro quartiere, con le tortore che accompagnavano i nostri passi. E il bacio di Milo come incoraggiamento. Mi sembra di non aver mai visto tanta bellezza. Come si dice, breve ma intenso.

20 aprile 2020

Sono le 7,30 e il signor T sul balcone di sotto sta cercando di tranquillizzare il figlio sulle condizioni di salute sue e della sua signora. Evidentemente il chirurgo non si fida molto del vecchio genitore perché lui continua a ripetergli di non preoccuparsi per loro, glielo sta ripetendo da dieci minuti, anzi gli raccomanda a sua volta di stare molto attento in ospedale e di salvare più vite che può. Diego mi ha raccontato di loro, il vecchio signor T era un medico di base piuttosto bravo ai suoi tempi e sua moglie lo aiutava come assistente in ambulatorio, avevano due figli, ma il secondogenito si è schiantato in auto quando aveva vent’anni a pochi giorni dalla laurea del fratello maggiore. Il figlio dall’altra parte della cornetta è un primario di chirurgia prestato temporaneamente al reparto Covid dell’Ospedale in cui lavora. Non ha più importanza ora se parlano a voce troppo alta, a volte vorrei correre giù a rassicurare quell’uomo che sta facendo così tanto per noi e si preoccupa per i genitori anziani. Vorrei dirgli Tranquillo, te li controllo io mamma e papà, non ti preoccupare, loro stanno bene. Diego dice che, per sicurezza, ogni due giorni il chirurgo chiama il custode per informarsi sulle reali condizioni dei genitori.

Soltanto adesso mi accorgo che la signora L non ha ancora acceso l’aspirapolvere. Diego mi ha parlato anche di loro: la signora, settantenne, da qualche anno soffre di una leggere forma di demenza senile che cerca di combattere con gesti ripetitivi che le infondono sicurezza. Per questo motivo il marito avvocato ogni mattina, prima di uscire, fa cadere le briciole della colazione sul pavimento. Perché lei possa passare quel maledetto trabiccolo e cominciare la sua giornata nel migliore dei modi. E non è importante se lei ogni tanto torna a essere quell’insegnante inflessibile che terrorizzava gli adolescenti trent’anni prima. Lui ha deciso di passare il testimone dello studio legale alla figlia e di accudire questa donna forte e fragile che ha sempre amato, sfogandosi nel brontolio sommesso che sento quando scende le scale al mattino.

Dei due ingegneri non c’è molto da dire se non che si amano alla follia, sono così teneri, dice il mio nuovo amico, anche i bambini sono simpatici ed educati e questo posso testimoniarlo anch’io, per quel che sento quando giocano sopra di me. Matteo è molto protettivo con la sorella minore, lei è un po’ una tiranna, ma si sa che le bambine sono così, sono tutte principesse. I genitori si turnano davanti ai loro PC in smart working per stare con i bambini e si inventano ogni giorno dei giochi nuovi per distrarli.

L’altra coppia invece ha dei seri problemi, pare che la psicologa non abbia fatto un buon lavoro su se stessa. Il piccolo Leonardo è un tesoro e il papà cerca di seguirlo da solo per consentirgli di fare il bambino ed evitare le regole imposte dalla madre. Il mio amico dice che, prima di questa pandemia, lei non era così: era forse più assente, ma non così ossessiva. Ha una sorella minore che lavora come infermiera in ospedale, sono molto legate. Forse l’ansia dovuta a ciò che sta succedendo e la preoccupazione per la sorella sono un fardello troppo pesante per lei. A volte siamo capaci di aiutare gli altri, ma non di aiutare noi stessi.

Anche la nostra influencer ha una storia mica da ridere, a quattordici anni ha tentato di suicidarsi perché veniva bullizzata a scuola. Il destino ha voluto che, quel giorno, sua madre rientrasse prima dal lavoro, l’ha trovata distesa sul letto, truccata di tutto punto e con addosso il suo vestito preferito. Accanto a lei il blister vuoto dei tranquillanti di sua madre e una busta indirizzata proprio a lei. I soccorsi sono stati immediati e la ragazzina se l’è cavata con una lavanda gastrica e qualche giorno di degenza ospedaliera. Per i suoi è stata più dura, hanno dovuto affrontare problemi che non volevano accettare. Insieme, tutti e tre, hanno avviato una terapia di gruppo per uscirne più forti di prima, lo facevano alla sera, avevano la psicologa sul pianerottolo. E qui sì che la nostra psicologa ha fatto un buon lavoro. Ne sono usciti a testa alta, soprattutto la ragazzina, che ha cominciato a raccontare la sua storia nelle scuole, per sensibilizzare i ragazzi contro il bullismo e poi è passata ai social diventando in men che non si dica un esempio positivo per i coetanei e per i loro genitori. Ora che conosco la sua storia, ho iniziato a seguirla anche io sui social. E a cantare con lei la sera.

Quello che più mi ha stupito è il custode, un ex militare congedato con onore dopo numerose campagne di pace in vari scenari di guerra. Mi ha sempre inquietata quel suo sguardo indagatore, ora so che siamo al sicuro con lui. E, su consiglio di Diego, alla mia seconda uscita con Milo, ho guardato la parete interna della guardiola, proprio dietro di lui. C’è una foto con un militare che abbraccia una ragazza bionda, sono lui e Rosanna una manciata di anni fa. Pure romantico, come l’eroe di un romanzo.

Persino Milo ha una storia difficile alle spalle, è stato trovato dai volontari di un’associazione animalista di Napoli, in punto di morte, pieno di cicatrici nuove e vecchie. L’hanno salvato e curato fino a rimetterlo in sesto, poi hanno pubblicato l’appello per l’adozione sul loro sito la stessa sera che Diego ha deciso di trasferirsi qui. Ha guardato quegli occhi, tutta la notte, e al mattino era pronto per l’adozione. Ha affrontato il viaggio insieme ad Ale, il suo amico fidanzato, per andare a prenderlo e portarlo finalmente a casa. È molto probabile che Milo abbia un passato da combattente, lui, un amstaff con un carattere così dolce e un aspetto così possente. Il vero virus del pianeta sono gli uomini che si macchiano delle peggiori nefandezze a carico di chi non può difendersi: animali, vecchi, bambini…

Forse questa quarantena sta per finire, forse tra pochi giorni avremo il permesso di uscire, di riprendere il nostro lavoro, la nostra vita. Tutti abbiamo un desiderio per quel giorno, una cosa da fare assolutamente, un proposito per il futuro. Il mio è quello di non dimenticare ciò che ho imparato in questi giorni di isolamento. Che ognuno di noi ha la sua storia, basta avere il tempo di approfondire, non fermarsi alle apparenze. Ciascuno di noi porta il suo fardello e il mio è forse il più leggero di tutti. Sicuramente non il più pesante.

Sono quasi le 14, è ora di farmi bella (o almeno presentabile) per salire in giardino, Diego mi aspetta.

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