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I racconti ai tempi del coronavirus

Previsioni del tempo che resta

a cura di Roberta Eman

Previsioni del tempo che resta

«Hanno detto quanto durerà lo smog?»
«Smog?»
Forse pensa che sia dura di comprendonio e chiude una mano a conchiglia, posandola su naso e bocca.
«Le mascherine» urlo, «non sono per lo smog, ma per il virus.»
«Virus.» Un’eco vuota.
Eppure legge il crawl del telegiornale. Sa dei morti e delle misure di prevenzione. Sa di questa rottura chiamata #iorestoacasa.
«Previsioni?» riprende.
«Un paio di mesi, un anno.»
«Un anno.» La voce carica di tre punti interroga-esclamativi.
Guarda fisso davanti a sé con un’espressione – mamma mia – e poi:
«Oggi ho preso la medicina?»

È una bella giornata. Come tante di quelle passate da poco. Il sole è a sud e scalda i vetri della porta-finestra e il soggiorno e il mio viso risplendente di lorazepam. In verità non m’importano le passeggiate nel parco, i due passi all’edicola e il trekking nel bosco. Sono chiusa in casa da mesi e mesi, dai tempi del pre-virus. L’ultima uscita risale a… I pensieri sfumano quando la porta si apre e lui entra. Ha uno sguardo che parla una lingua a me ignota e sono costretta a chiedere:
«Cosa c’è?»
«Tua madre mi ha fatto la predica. Dice che non posso stare qui a lungo, perché devo lasciarti respirare.»
«Soffro d’ansia, lo sai, e mi imbottisco di medicine per evitare d’impazzire. Però ho bisogno di stare un po’ da sola, ogni tanto, per maledire il fato, per piagnucolare, per in…»
Nemmeno ascolta. Siede a un lato del divano e dalla pila di riviste che divide le nostre postazioni sfila il mio Ciak, lo sfoglia e, e, etchi… starnutisce.
«…per innervosirmi!»
Dovrò attendere che riscenda in cucina per pulire il periodico con uno straccetto intriso di soluzione idro-alcolica. Pazienza. Siedo al lato opposto del sofà e lui cambia magazine. Si lascia attrarre dalla copertina di Elle, con medici e infermieri disegnati e colorati di pastello.
«Ma l’è ‘n francés!»
Già, i titoli sono abbastanza chiari.
«A proposito. Come va il Federico?»
«Prigioniero in casa anche lui, con una scorta di cibo e varie.»
Tra cui una chitarra elettrica da pochi soldi e un mini amplificatore. Un #jerestealamaison che mi fa temere per i suoi vicini di casa.
Riprendiamo la lettura e poi:
«Oggi ho pranzato?»

Questo pomeriggio il cielo è basso, tendente al grigio, deprimente. Per fortuna ho già preso paroxetina e lorazepam e ho un tempo pressoché infinito per leggere. Seduta nel mio angolo di divano, il plaid Somma – viola con i bordi in voile, ristretto da un bucato sperimentale – sulle ginocchia, immersa in un articolo su William Gibson, sento aprirsi la maniglia della porta.
Lui rimane sulla soglia, con il pigiama che pende dalle spalle, i capelli spettinati in varie virgole e gli occhi mezzo annacquati. Chiede:
«Dani, ma quando finirà questa sofferenza?»
«Non lo so, papà. Non lo so.»

Roberta Eman

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