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I racconti ai tempi del coronavirus

Quando il vento dell’est

a cura di Redazione i-LIBRI

Quando il vento dell’est di Ermanno Giraudo

Tutti portiamo nei ricordi del cuore almeno un insegnante. Il più carismatico, quello che è riuscito a trasmetterci con passione le nozioni scolastiche, ma anche l’amore per la vita. In me c’è il professor Pozzi, l’insegnante di lettere e storia delle scuole superiori. Un tipo apparentemente strano, solitario, quasi misantropo. Nella scuola si percepiva il particolare rapporto che aveva con i colleghi che apertamente gli davano del visionario, trattandolo come un’entità a sé, ma a lui poco importava. Gli interessava soltanto poter mantenere un buon rapporto di dialogo con gli allievi che lo ascoltavano con interesse, affascinati dalla passione con cui riusciva a spiegare e a rendere facilmente comprensibile qualunque concetto. Qualche volta qualcuno lo aveva anche contestato; i genitori soprattutto. Quando, a detta loro, esagerava in digressioni al di fuori del “programma ministeriale”, “permettendosi il lusso di troppo influenzare i ragazzi con la sua visione, soggettiva, del mondo”.

Finita la scuola trovai subito un lavoro; per l’epoca un buon lavoro, scelto tra tre altrettante buone proposte. Erano gli anni in cui tutto andava bene, i primi anni Novanta, con il benessere considerato da tutti come il figlio naturale di una globalizzazione che aveva trasformato i cittadini del dopoguerra in felici consumatori di gradevoli, economici e accattivanti prodotti. Il pericolo di una guerra nucleare tra blocchi contrapposti era da tempo superato e le aspirazioni del mondo occidentale portavano a un sempre più pressante desiderio di unione tra i popoli. Poi c’era il mondo altro, dove il colonialismo economico dei paesi più sviluppati diventava il degno erede dell’ormai vetusto colonialismo militare.

Il professor Pozzi nel frattempo era andato in pensione e, stufo di vivere da solo, aveva preso alloggio presso una confortevole casa di riposo per anziani che riusciva a pagare con i risparmi di tutta una vita. Sentivo la necessità di tanto in tanto di andarlo a trovare. Sapevo di fargli piacere, anche se credeva lo facessi per cortesia o per carità, senza rendersi conto di quanto fosse per me importante mantenere quell’arricchente dialogo con lui, capace com’era di portarmi alle giuste riflessioni per meglio comprendere le questioni del mondo o della vita.

Ci andai una volta nella primavera del 2003. In quel periodo ero particolarmente cupo per i venti di guerra che nuovamente aleggiavano sul pianeta. Dopo la caduta delle Torri Gemelle le certezze del mondo avevano avuto una bella scossa. Colin Powell, l’allora Segretario di Stato degli USA, aveva da pochi giorni parlato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite inquietando l’opinione pubblica mondiale. Parlò di armi batteriologiche in possesso dell’Iraq, mostrando ai rappresentanti delle nazioni la fialetta di polvere bianca che teneva posata sul tavolo davanti a sé. Fialetta che poi prese in mano e con fare teatrale si mise ad agitare: meno di un cucchiaino di antrace, ricevuto in una busta negli uffici postali del Senato degli Stati Uniti nell’autunno del 2001, aveva intossicato centinaia di persone e ne aveva uccise due…

«L’Iraq è in grado di produrre venticinquemila litri», disse, «è un potenziale pericolo per milioni di persone in caso di un attacco o di un attentato batteriologico».

Fu un discorso tanto drammatico ed efficace da condizionare le scelte delle Nazioni Unite e diede di fatto il via alla seconda guerra del Golfo, con l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione multinazionale.

Parlai di queste mie preoccupazioni con il professor Pozzi, che mi ascoltò con attenzione. Mi aveva sempre stimato come allievo, sentivo il suo apprezzamento per come esponevo le mie argomentazioni. Finito il mio racconto, rimase a lungo in silenzio per poi liquidarmi con una sola, laconica frase:

«Sono falsi problemi e quando il vento dell’est arriverà sarà troppo tardi per rimediare».

Capii che non aveva voglia di continuare il discorso per quel giorno. Strano per un oratore nato che sapeva e poteva parlare per ore. Una cosa era certa: sarei ritornato sull’argomento alla prossima visita.

Tornai a trovarlo in autunno. Alla guerra in Iraq ci avevamo già fatto facilmente l’abitudine; non interessava più a nessuno. Avevo anche fatto delle belle vacanze con la famiglia. Fu in occasione del suo compleanno che mi ricordai del caro professore. Lo trovai intento nella lettura dei suoi amati quotidiani. Ne leggeva d’abitudine quattro al giorno. Mi accolse con la sua solita, algida cordialità e quando, dopo le consuete frasi di circostanza, gli chiesi di spiegarmi il significato di quella frase lasciata in sospeso la primavera precedente, sorridendo cominciò a parlare:

«Vedi caro, l’umanità, rappresentata dai propri governanti, si concentra con accanimento su falsi pericoli. Problemi importanti, per carità, ma si ignorano i campanelli d’allarme che ogni tanto risuonano nell’aria, ad avvisarci dei veri, catastrofici pericoli. Quando sei venuto a trovarmi eri molto preoccupato per l’inizio della guerra in Iraq. Ma in quei giorni si parlava anche di un qualcosa a cui abbiamo fatto davvero poca attenzione. In Cina era appena stata scoperta una nuova malattia, la SARS; una grave sindrome respiratoria provocata da un virus sconosciuto a forma di corona. Alla fine dell’epidemia i contagiati sono stati 8.096, i decessi 774 in 17 paesi del mondo. Pericolo scampato! Tutto dimenticato! Ma così si commette una serie imperdonabile di errori di sottovalutazione. Provo a elencarne qualcuno.

Il fatto che l’epidemia abbia interessato solo pochi paesi al mondo e che si sia conclusa ci fa percepire la malattia come un evento locale e passato, smontando sul nascere il dubbio che il virus sia solo dormiente e che possa quindi nuovamente ripresentarsi in forma più aggressiva, scatenando una pandemia. Il basso numero di persone contagiate ci ha distratto dal considerare l’enorme facilità di diffusione di quel tipo di virus e l’alto tasso di letalità, che è quasi l’11 per cento. Un virus così può veramente fare dei danni irreparabili all’umanità».

Il professore avrebbe continuato a parlare per ore, ma sapevo che amava avere un minimo di contraddittorio per poter esprimere al meglio le proprie teorie.

«Professore, quel virus è debellato per sempre», dissi per sollecitarlo.

«Qui sta l’errore di sottovalutazione. I virus sono nati con la vita e da milioni di anni tentano ogni possibilità e mutano continuamente per soddisfare la loro esigenza riproduttiva, compreso il salto di specie sempre più in alto, verso l’uomo. Quindi il problema di una pandemia pericolosa è solo rinviato ed è questo il messaggio di allerta che arriva dal vento dell’est».

«Professore, secondo lei come si può prevenire il problema?», chiesi preoccupato.

«Prevenire è quasi un sinonimo di anticipare. Bisogna quindi agire subito. Smetterla con finanziamenti inauditi agli armamenti o alle missioni spaziali, alla ricerca di nuovi mondi da colonizzare, quando il nostro pianeta sta andando a pezzi. Concentrarsi invece sullo studio del virus e cercare un antidoto efficace per debellarlo definitivamente. Un tempo i virus potevano replicarsi in un ambito territoriale limitato; oggi invece, con la quasi assoluta libertà di movimento, grazie all’uomo le epidemie trovano un’insperata e illimitata capacità di riproduzione, dalle conseguenze catastrofiche. In secondo luogo bisogna investire risorse nella salvaguardia dell’ecosistema planetario per mantenerlo nel giusto equilibrio, limitando per esempio la deforestazione e preservando il clima, affinché non si estinguano specie animali e vegetali. Ogni volta che un’estinzione fa saltare un anello della piramide ecologica, si crea una scorciatoia affinché virus pericolosi arrivino ad attaccare l’uomo».

Quando lasciai la residenza del professore era ormai notte. Un intero pomeriggio con lui, volato ancora una volta troppo velocemente per poterlo godere appieno. Quello che ogni volta mi impressionava era la sua prontezza di argomentazione su ogni materia.

Negli anni continuai le mie visite, anche se non capitò più di parlare di virus o di malattie in genere. I nostri argomenti erano diventati più di natura letteraria. Mi suggeriva e mi regalava libri da leggere che commentavamo nelle visite successive. Talvolta mi tornavano alla mente le sue parole sul vento dell’est e sulla distrazione dei potenti verso i veri problemi del mondo. Quando ad esempio mi capitava di leggere le drammatiche statistiche, mai troppo in evidenza sui giornali, sulle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il pianeta nel frattempo continuava a mandare dei segnali di SOS, segnali inascoltati. Come messaggi abbandonati dentro bottiglie di vetro che, mescolandosi tra le tonnellate di plastica presente negli oceani, non arriveranno mai a destinazione. Il famoso virus a forma di corona non era affatto sparito e continuava a manifestarsi, con altri virus zoonotici, sempre più aggressivo, in ogni angolo della terra: nella MERS, l’epidemia coronavirus mediorientale con un tasso di letalità vicino al 34,4 per cento, nell’EBOLA, l’epidemia del Congo, letale nel 50 per cento dei contagi.

Ho visto il professor Pozzi l’ultima volta due mesi fa, a fine gennaio del 2020. A Natale non ero passato da lui. Dalla Cina arrivavano le prime drammatiche notizie del Covid-19, l’ennesima evoluzione del virus dalla graziosa forma a corona. Sul tavolo della grande stanza dove il professore passava buona parte della sua giornata, una rivista scientifica era aperta proprio su un articolo che parlava dell’argomento.

«Professore, è in arrivo il vento dell’est o riusciranno a fermare di nuovo il virus?» gli chiesi allora.

Lui sorrise; di un sorriso amaro che non gli avevo mai visto in tanti anni di conoscenza.

«No, questa volta non riusciranno a fermarlo», disse amaramente, «e sarà un altro, più incisivo avvertimento per l’umanità; forse l’ultimo…»

«Se sarà così, la lezione questa volta servirà. Ne usciremo migliorati?».
Il professore non mi rispose. Stette un attimo in silenzio poi mi chiese come stava la mia famiglia e il discorso cambiò.

Oggi è il 30 aprile 2020, il 53° giorno di “lockdown”, di confinamento per dirla in italiano. Il Covid-19 è arrivato anche qui, eccome! E ora siamo costretti a starcene rintanati in casa. È bastato un decreto legge per bloccare un intero Paese, sessanta milioni di persone e tutte le loro attività; è bastato un atto normativo che la nostra Costituzione definisce “provvisorio con forza di legge”. Dal 10 marzo viviamo tutti una vita sospesa, impregnata di ansie e di paure che, rappresentate dall’apice di una piramide, partono dal timore di ammalarsi e, giù, giù, scendono fino ai dubbi sul mondo che verrà. Perché se il treno della vita di un Paese riesce a fermarsi con un decreto, non potrà sicuramente essere un decreto contrario a ripristinare tutto come prima. Cerco comunque di scacciare i brutti pensieri, anche se oggi la malinconia è più profonda del solito.

Alle dieci il postino scaglia un sassolino nello stagno della ripetuta monotonia. Mi vede in giardino e mi consegna una grande busta con l’intestazione di una casa di riposo. Non sono ancora in casa che la busta è già aperta. All’interno un biglietto bordato di nero mi comunica il decesso del professor Pozzi. Non riesco a trattenere le lacrime che in un attimo bagnano un foglio: una lettera che il professore mi ha indirizzato il 7 aprile.

“Carissimo, il vento dell’est purtroppo è arrivato. Questa volta ancora più aggressivo del passato. In un mondo che abbiamo desiderato globalizzato, con la libera circolazione di merci, persone e idee, il virus ha rivendicato il suo desiderio di globalizzazione e viene quindi a colpire tutti, democraticamente, in ogni angolo della terra. Abbiamo voluto una società sempre più individualista, affascinata dai rapporti virtuali, di facciata; il virus ci ha quindi attaccati nei sentimenti più profondi, imponendoci il distacco fisico, impedendoci così la bellezza della forza consolatrice degli abbracci, dei baci, delle carezze o delle semplici strette di mano, intimandoci che solo nel distacco sociale troveremo la salvezza. Eravamo diffidenti nei confronti del diverso, dell’uomo col turbante o della donna con indosso il burqa; a causa del virus ora lo siamo nei confronti dell’altro, costretti quindi, per proteggerci, a indossare maschere, guanti, tute; a vestirci come palombari per poter lavorare o frequentare posti affollati.

Nell’ultima tua visita mi hai chiesto se secondo me da quest’esperienza usciremo migliorati. Se finalmente riusciremo a dare alle nostre scelte, individuali e collettive, una svolta più umanizzante. Sinceramente non so risponderti. Come saremo dopo la peste? Migliori? Peggiori? Sicuramente saremo diversi, per certi aspetti nuovi. Avremo un’economia da ricostruire, imprese da riaprire e, nella scala dei valori, capiremo che prima del denaro è più importante il lavoro, perché è con il lavoro che produciamo i beni e i servizi necessari alla vita. Qualcuno sperimenterà per la prima volta la povertà. Il distanziamento sociale ci porterà a una maggiore diffidenza nei rapporti umani, ci guarderemo dubbiosi come potenziali untori o contagiati. Diffidenza che porterà le nazioni a giustificare la chiusura di frontiere, l’erezione di muri, il controllo della libertà individuale dei cittadini. Gli Stati più potenti non saranno più quelli che avranno il maggior numero di armi nucleari o batteriologiche, ma quelli che per primi scopriranno il vaccino giusto per ogni pandemia.

La natura ha lanciato un altro segnale, ancora più forte, tanto assordante da mettere in ginocchio, in pochissimo tempo, il mondo intero. “The day after”, il giorno dopo, richiederà tempo; mesi e anni in cui dovremo fare tutti la nostra parte, per dimostrare di essere all’altezza e lungimiranti nel costruire un nuovo modello di convivenza che ci preservi da rischi futuri. Basta con gli slogan, la propaganda, la superficialità. Il pane per la sopravvivenza sarà la dimostrazione di capacità, di competenza, di coraggio e di solidarietà. Perché da un mondo malato, nessuno si può salvare da solo. Ora ti saluto, mio caro. Quindici giorni sono serviti per ammalarmi, me ne restano altri quindici per morire. Per me sei sempre stato un buon allievo nella scuola e una preziosa compagnia nella vita.
Con affetto.
Antonio Pozzi.”

Non riuscivo più a trattenere il fiume di lacrime che mi solcava il volto. Improvvisamente mi ricordai dell’ultimo libro che il professore mi aveva regalato. Ogni libro regalato crea sempre un legame affettivo con chi lo dona. Lo andai a cercare nell’angolo della scaffalatura dove conservavo tutti i suoi volumi. Lo trovai subito. Era La strada di Cormac McCarthy. La trama è riassunta nella quarta di copertina: in quella storia, dopo un evento catastrofico per l’umanità, un padre e un figlio nel loro viaggio in un mondo post-apocalittico e ridotto in cenere portano con sé soltanto poche cose: un po’ di cibo, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade. Sono decisi a sopravvivere a ogni costo. Lo sfogliai in fretta. Il professore, che mi regalava soltanto libri già da lui letti, aveva l’abitudine di sottolineare in verde i frammenti che riteneva più significativi. Li cercai. Ne trovai soltanto uno a pagina 64:
Ce la caveremo, vero, papà?
– Sì, ce la caveremo.
– E non succederà niente di male.
– Esatto.
– Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.

Un messaggio di speranza! Tramite quel libro il professor Pozzi mi ha lasciato un messaggio di speranza! Nel romanzo “portare il fuoco” ha un significato inequivocabile: essere portatori di valori positivi come la condivisione della sofferenza e la solidarietà negli obiettivi da raggiungere. La tempesta del vento dell’est certamente passerà. L’umanità sopravviverà. Ma la fine della crisi sanitaria ha necessariamente il risvolto di una nuova opportunità di ripartenza, con l’obbligo di domandarci come superare i problemi immediati, le epidemie e i pericoli futuri, ma anche che tipo di mondo ricostruire. Problematiche complesse e globali che solo con la solidarietà e la condivisione potranno trovare una soluzione…

Ermanno Giraudo

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Foto di cover: una scena del film The road, tratta dal romanzo di Cormac Mc Carthy

Leggi la nostra recensione a La strada di Cormac McCarthy cliccando su questo link

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