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I vostri pensieri e racconti

Metamorfosi

a cura di Alessandro Di Simone

Metamorfosi

Riflessioni sul cambiamento dell’uomo come necessità identitaria: incontro e scontro tra tradizione e trasformazione.
Assiomie convenzioni: le scienze e i mutamenti
di Alessandro Di Simone

Metamorfosi, trasformazione, cambiamento: tre lemmi tra loro differenti, quantomeno nelle sottigliezze semantiche, nei riflessi quasi intimi e nascosti (ma non inaccessibili), e, al tempo stesso, abbastanza simili da confondersi e mescolarsi nei discorsi in un insieme non solo impreciso, ma, spesso, addirittura confusionario o fuorviante. Muovono tutti da un medesimo presupposto, un confronto/scontro tra una condizione inizialmente definita, e una successiva, che non sia sostanzialmente evolutiva o migliorativa (positivisticamente), ma evidentemente nuova poiché diversa; e in questo senso ben identificabile, riconoscibile, distinguibile e confrontabile con le configurazioni precedenti o opposte. Risulta evidente, in tale prospettiva, come il mutamento (inteso generalmente) sia un processo di “definizione identitaria”, ossia un processo di scansione, di confronto (e in tal senso dialogo) tra il prima e il dopo, tra le cause e gli effetti, tra ciò che si è e ciò che si era; tanto forte e “naturale” da poter costituire addirittura, secondo il principio per cui ogni ente (in questo caso sia vivente che non) subisce e attua delle influenze dal/sul mondo esterno, essendo, per questo, costantemente costretto a cambiare, ad adattarsi o muoversi[1], una categoria di pensiero utile a distinguere la verità dalla finzione, il sogno dal concreto o tangibile (ciò che non cambia o non induce cambiamenti è al di fuori dei collegamenti tra le idee, delle influenze, e con questo, o assolutamente irrilevante, oppure inesistente).

Alla concezione parmenidea[2] di un «essere che è e non può non essere» si aggiunge un ulteriore tassello, quello di un essere che in quanto tale necessariamente muta, scambia informazioni, influenza e viene influenzato dal “contorno”, in una fitta ed estremamente complessa rete di rimandi, relazioni, influssi, accordi e disaccordi evitabili solo essendo privi di identità[3], e con questo, essendo, equivalentemente, Tutto[4] oppure Nulla.

Così, seppur la metamorfosi indichi sostanzialmente un mutamento “esteriore/estetico”, e con questo il risultato di un semplice processo di alterazione materiale[5], e il cambiamento, insieme con la trasformazione[6], denoti, invece, la possibilità di un mutamento interiore[7] e invisibile (anche in senso storico), oltre che esteriore, i tre lemmi risultano quantomeno adeguati a una elaborazione omologa ed omogenea, basata, appunto, su una somiglianza generale, ossia sul fatto che implichino ugualmente una rottura e continuamente, sempre, la definizione di una nuova identità, di nuovi rapporti e spiegazioni.

Assumendo questa esatta prospettiva, ossia rilevando in tutte le entità reali la necessità di mutare, in qualche modo interpretabile come la manifestazione di una sostanziale libertà di scelta e di interazione esistente nell’Universo (pars construens), sorgono spontaneamente due nodi cruciali di riflessione, entrambi relativi ad apparenti contraddizioni nei rapporti che intercorrono tra uomo, storia e organizzazione del sapere (pars destruens).

La prima riguarda, da un punto di vista filosofico, come possa questo continuo cambiamento, assolutamente necessario non solo per lo sviluppo, per il progresso, ma anche (nel caso dell’uomo) per la definizione di sé stessi e della propria identità, convivere con una tradizione appartenente al passato, e con questo superata e talvolta esauritasi; e, da un punto di vista “pedagogico” a cosa possa essere utile ripercorrere (nello studio) l’evoluzione di interi processi storici e di pensiero[8], così riattraversandone mutamenti, idee e contraddizioni, piuttosto che memorizzarne i risultati ultimi, afferenti alla contemporaneità e con questo pragmaticamente adeguati al vivere associato e allo sviluppo.

Se la questione non può risolversi all’insegna di una dichiarazione assoluta di libertà[9], che consentirebbe di comportarsi secondo le proprie idee, ideologie, teorie estetiche semplicemente copiate dal passato senza la pretesa che siano in accordo con il resto del mondo o adeguate alla modernità, e in questo senso rinunciando a quel senso Machiavelliano di accordo con i tempi[10], in maniera evidentemente distruttiva[11], a intervenire è allora un dittico tra il tema del ricordo (addirittura nostalgico) e una visione quasi eugenetica della realtà.

Conoscere i processi evolutivi, i mutamenti e addirittura le contraddizioni delle epoche precedenti, non solo rivela e giustifica determinati istinti, modalità di pensare, influenze giunte dal passato fino alla contemporaneità, e in questa prospettiva risulta utile per comprendere le cause ultime (non in senso assoluto) e le origini vere dei sistemi più moderni, ma consente di imparare per mezzo dell’esempio, del simbolo, a orientarsi verso un cambiamento che sia proficuo e possibilmente utile, secondo il principio dei “nani sulle spalle di giganti” di Umberto Eco e di Newton (eu-genetica). La tradizione è conforto, rifugio, tempio fuori dal tempo fondamentale sia per rifuggire dagli altri (o da sé), sia per imparare a rinunciare alla staticità dell’immutabilità, e, conseguentemente, alla stasi del non volersi definire e del non voler prendere una posizione attraverso la conoscenza e l’esibizione della propria identità. In definitiva, riconoscere i cambiamenti nella storia e nella tradizione aiuta a comprendere la propria natura, stimola alla riflessione e alla ricerca di qualcosa che ci si sente mancare, insomma, indirizza verso una versione sempre diversa, possibilmente migliore e più completa, di sé stessi, e conseguentemente, tramite la vita associata, dell’intera umanità.

Oltretutto, in questa medesima prospettiva, la tradizione diviene ulteriore piano semantico del mutamento, nel senso in cui ogni nuova configurazione[12] derivante da un cambiamento assume un significato non solo relativamente allo stato immediatamente precedente, ma all’intero percorso evolutivo/storico (con la relativa complessità): si pensi ad esempio a Gli Indifferenti[13] di Alberto Moravia, ove il fallimento dei meccanismi della tragedia (ad esempio, la pistola inceppata di Michele) esprime con una densità nauseante sia l’ipocrisia e l’inautenticità della borghesia romana degli anni Venti del Novecento, sia il rapporto esistente tra la tragedia moderna e quella greca, aggiungendo così all’intero romanzo un nuovo “asse” di riferimento, e, con questo, un insieme di significati derivanti solamente dal confronto con la “tradizione” (altrimenti inesprimibili).

Accanto a ciò, come può l’uomo continuare a mutare, scandendo così delle tendenze epocali in accordo con le influenze imposte da straordinarie nuove scoperte, capaci di modificare completamente l’assetto della concezione che si ha della storia, o della filosofia, o del ruolo e del potere della scienza, pretendendo di continuare a utilizzare i medesimi strumenti del passato (secondo nodo)? Arriverà mai il giorno in cui un dato evento sarà abbastanza rivoluzionario da convincerci che la matematica, la fisica, la chimica e le scienze non siano più utili per indagare l’Universo, o che le parole, le descrizioni e le sensazioni trasmesse tramite la scrittura squisitamente letteraria non siano abbastanza per emulare la realtà o per narrare delle storie? Se al cambiamento dell’uomo, che come dimostrato risulta necessario e inevitabile, poiché basato sulla fitta rete di rapporti e influenze cui sottostà, si accompagna sempre un mutamento negli approcci di ricerca o di espressione, allora perché tutti i sistemi tramite i quali viene organizzato il sapere risultano sempre ugualmente adeguati? In futuro potrebbe accadere che la matematica diventi utile per narrare storie e che la letteratura si conformi a descrivere il comportamento quantitativo degli oggetti?

Quella che potrebbe apparire come una questione stranamente fittizia, e tanto assurda da non necessitare di una riflessione, in realtà altro non rappresenta se non lo scetticismo di Hume[14] rivisto e reinterpretato in chiave postmoderna, e basato sull’accusa di fallacia del rapporto tra un “uomo” straordinariamente mutevole e le varie categorie del sapere (apparentemente statiche) da lui stesso create. Risolvere tale interrogativo corrisponde a definire che tipo di relazione intercorra tra le scienze, le discipline umanistiche, e la realtà come ci appare e, soprattutto, come ci apparirà.

La soluzione, formalmente semplice ma in realtà difficilmente definibile o dimostrabile concretamente, consiste nel riconoscere il rapporto di mimesi totale che intercorre costantemente tra il mondo esterno e l’organizzazione sistematica della conoscenza. L’evidente innegabilità e immutabilità dei principi aristotelici[15] (fondamentali per comprendere il funzionamento del mondo) corrisponde all’insieme degli assiomi euclidei, ai principi logici secondo cui si organizzano le frasi tramite le parole (convenzionali tanto quanto i numeri e le formule), e più in generale, a tutti i principi ultimi delle varie discipline, assiomatici, definiti, stranamente assoluti nella loro convenzionalità (poiché creati dall’uomo e basati sulla sua limitata esperienza del reale).

Così, cambiare non ci obbligherà mai a contraddirci totalmente, non ci costringerà a dover riformulare un intero sistema di pensiero; confutare il falso e confutarci non smonterà mai totalmente la nostra natura di esseri umani, le nostre convenzioni, il nostro modo di relazionarci con gli altri e con la realtà. L’invito a cercare con libertà non è una minaccia o una angoscia (in linea con Kierkegaard) di rivelarsi nulla o prigionieri del tempo e del mondo. Cambiare è un modo di essere liberi, di scoprirsi umani e non automi, senza rinunciare alle certezze di cui sembriamo aver bisogno per il vivere associato e per il progresso.

«L’uomo quotidiano vive con degli scopi e con il pensiero dell’avvenire o della giustificazione […]. Egli valuta le proprie possibilità, fa assegnamento sul più tardi, sulla pensione o sul lavoro dei figli, crede anche che nella sua vita qualche cosa possa avere una direzione. In realtà egli agisce come se fosse libero, anche se tutti i fatti si incaricano di contraddire tale libertà. (…). In quanto immaginava uno scopo nella vita, si conformava alle esigenze di una mèta da raggiungere, e diveniva schiavo della propria libertà[16]».

________ Note __________________________________________________

[1] Nel caso di oggetti non animati risulta evidente come i termini “adattarsi” o “identificarsi” non siano logicamente applicabili. Si pensi allora agli oggetti come sottoposti a forze (fisicamente intese) che li costringono a cambiare stato, a muoversi, e con questo, successivamente, ad esercitare forze su altri enti.

[2] Parmenide di Elea (515 a.C.-450 a.C.): filosofo ed autore del poema Sulla Natura.

[3] Si intenda l’identità, in accordo con il testo, come un’idea fondamentalmente di relazione, ossia basata sul confronto con il simile a sé e con l’altro da sé. Difatti, risulta impossibile definire e definirsi in maniera assoluta.

[4] Fondamentale rilevare come l’essere, per definizione immutabile, immobile, omogeneo, cui si riferisce Parmenide, altro non sia (almeno in questa interpretazione) se non il Tutto, i principi logici ineludibili sui quali si basa l’intero Universo, ossia una realtà “ontologicamente” superiore, ma non in grado di escludere dalla definizione di esistenza gli oggetti fisici o particolari, e ancor più i soggetti animati, cui si riferisce specificatamente il testo.

[5] F.KAFKA, La metamorfosi, Kurt Wolff, Lipsia 1915. In relazione al testo si noti come, almeno nei primi passaggi del racconto, un mutamento fisico (e in tal caso quasi un impedimento) non implichi una sensibilità immediatamente stravolta nel personaggio.

   OVIDIO, Le metamorfosi.

[6] Si noti la sottile differenza tra trasformazione, che implica un processo storico particolarmente duraturo e rilevante (anche evolutivo nel senso Darwiniano del termine), e cambiamento, inteso come un mutamento rapido, e talvolta temporaneo.

[7] G.LEOPARDI, Canti, Le Monnier, Firenze 1845.

  LEOPARDI, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Le Monnier, 1898-1900. Ancor più in generale l’intera concezione poetica Leopardiana, il rapporto Uomo-Natura: un rapporto mutevole, a più riprese contraddetto nel corso della vita, costantemente implicante una nuova concezione filosofica, un nuovo atteggiamento sia personale sia poetico, una nuova formulazione, strettamente personale ed intima, di punti di riferimento solidi cui riferirsi.

[8] Analogamente “tradizionali”.

[9] Tale dichiarazione sarebbe risolutiva sia per gli aspetti filosofici che pedagogici della riflessione.

[10] N.MACHIAVELLI, Il Principe, 1513. In particolare l’idea secondo la quale un buon principe deve essere in grado di adattarsi ai tempi.

[11] Sia del senso stesso della civiltà, ma addirittura, quantomeno per somiglianza, delle forze e leggi fondamentali dell’Universo. Difatti, è impossibile pensare ad un sistema celeste che sia immobile, ad un atomo i cui elettroni siano incastonati in posizioni fisse, e in tal senso pensare a qualche forma di relazione (tale è il concetto astratto di forza fisicamente intesa) che non generi del movimento, ma che rimanga immobile in una posizione stabile e in uno stato definito.

[12] Di qualsiasi natura.

[13] A.MORAVIA, Gli Indifferenti, Edizioni Alpes, Milano, 1929.

[14] David Hume, filosofo scozzese vissuto tra il 1711 e il 1776.

[15] I tre principi di identità, non contraddizione e terzo escluso, secondo Aristotele di per sé autoevidenti e generali.

[16] A.CAMUS, Il mito di Sisifo, Gallimard, Parigi 1942.

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Foto di cover: La metamorfosi di Narciso di Salvador Dalì

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