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I vostri pensieri e racconti

Orizzonti fisici e mentali

a cura di Redazione i-LIBRI

Orizzonti fisici e mentali: l’uomo di fronte all’infinito.
I “quark” della letteratura, qualcosa sull’esistenza. 

Alessandro Di Simone

L’essere umano ha manifestato, fin dal suo primo apparire sulla Terra, la necessità di collocare ogni oggetto, evento e il mondo stesso in determinate e specifiche dimensioni spazio-temporali, basate principalmente su straordinarie disposizioni simmetriche, stabili, certe e garantite da un Dio osservatore-ordinatore e un “Destino”, burattinaio nella tragicommedia dell’esistenza. L’ordine imperturbabile del mondo è poi divenuto privilegio antropologico nel sistema tolemaico, non per superbia umana, ma, da un lato, per inconsapevolezza epistemologica, e dall’altro, per quel desiderio intimo, tutto psicologico, che ancora oggi ci pone alla ricerca di un’armonia universale (almeno in antichità basata sul preponderante ruolo dell’uomo). Ruolo sicuramente esistente[1], ma da parte nostra irrilevabile nella sua totalità, come se di un grande marchingegno si potesse osservare un solo ingranaggio e, dalla perfezione di quest’ultimo, si volesse giungere a stabilire, comprendere e prevedere il funzionamento dell’intero meccanismo.

In questo senso, il passaggio scientifico fondamentale, che ha certamente condizionato l’umanità occidentale nei suoi rapporti con la conoscenza, la letteratura, la religione è stato l’arrivo alla coscienza della complessità, della variabilità, del disordine, del Χάος[2] cosmico che si è riversato nell’intimità personale, negando le antiche prospettive e speranze dell’uomo di potersi elevare, tramite la ragione, a osservatore esterno della realtà, e costringendolo ad ammettere di non poter trascendere dai limiti fisici del corpo stesso, che lo obbligano a rimanere spettatore “dall’interno” delle dinamiche universali, non marionetta della Fortuna, ma nuotatore nell’abisso tempestoso della probabilità[3]. A spazi infiniti si sono aggiunti paradossali regioni contenenti vuoto, un’assenza fisica che contro ogni previsione continua a trasmettere e permettere l’apparizione di fenomeni. Come spiegare, come convivere con una tale profondità senza che essa nella sua assoluta completezza ci sovrasti a tal punto da far divenire ogni azione effimera, e con ciò la vita puro edonismo, pura casualità?

È evidente che la scienza abbia aperto un varco in espansione, un buco nero di complessità che ha assorbito ogni ambito del sapere umano, tanto da renderlo, quantomeno universalmente, inutile. Questa, la crisi dell’uomo contemporaneo, e non della società o della comunità, ma del singolo individuo a cui, oltre alla battaglia contro il gigante “fisico” Golia, ne spetta una tutta teorica, contro l’apparente vanità, a cui il proprio corpo e gli orizzonti fisici dello sguardo, rispetto all’infinita “matrioska” universale, lo proiettano.

Tuttavia, tale consapevolezza di complessità (esistenzialmente catastrofica e di difficile gestione) costituisce ragionevolmente un grande merito scientifico, una notevole evoluzione umana, e non può costituire la condanna dei vari ambiti del sapere in cui si dispiega, non può minarne il valore.

La scienza, non in contrasto ma coadiuvata dall’arte e dalla letteratura, ha dimostrato di poter rilevare e rappresentare realtà fino ad ora inimmaginabili; e con questo ha sancito la persuasione nella validità dei metodi che ne sono alla base. Il sapere in quanto tale vale ancora, forse persino più fermamente del passato. L’uomo non ha necessità di riorganizzarlo, di ristabilirne i principi o addirittura di regolarizzarne l’espressione letteraria e artistica[4], ma, a partire dalla certezza dell’efficacia e dell’evoluzione continua della conoscenza, tanto di sé, quanto di ciò che è oltre e fuori di sé, deve riordinarne gli obiettivi, rinunciando, una volta per tutte, a cercare nella scienza e nell’’espressione artistica essenzialmente un valore universale. L’arte, la letteratura, le scienze, la filosofia non possono esistere in quanto tali, ma possono farlo soltanto in relazione al soggetto che le “esercita”, e per il quale devono costituire una fonte, in qualche modo, utile: conforto esistenziale, progresso civile, consapevolezza personale.

L’impossibilità di scavare tanto a fondo da arrivare a dei valori assoluti, dopo le rivoluzioni epistemologiche primonovecentesche e a partire dai dati che l’universo fornisce, ha mostrato che, paradossalmente, ciò che interessa l’analisi o l’espressione dell’uomo deve essere volto allo sviluppo di tutti gli aspetti “artificiali” della realtà e dell’esistenza, riconoscendo che, induttivamente, tutto ciò che è migliorabile (e che contemporaneamente “possiamo” perfezionare) è artificiale: civiltà, etica, arte, letteratura, scienze e metodi di conoscenza. L’uomo ha perso la sua posizione centrale nell’Universo, e forse anche il suo privilegio al cospetto di Dio, ma si è elevato a semi-Demiurgo regolarizzatore e fondatore della convenzione e dell’artificio.

In definitiva, non possiamo affermare che non ci sia un senso, un fine, certamente non ultimo, ma contingente. Per poterlo trovare è necessario chiudere gli occhi di fronte al bagliore dei valori assoluti, come se l’unica realtà esistente fosse la vita terrena, con le convenzioni che l’uomo per propria utilità di sopravvivenza ha generato[5]. È necessario, inoltre, esplicitare che tale prospettiva non circoscrive alcun ambito del sapere, né ne limita alcuni ad analizzare solo taluni aspetti della realtà, ma ci rende consapevoli contemporaneamente del fondamento e degli obiettivi della conoscenza, ossia rispettivamente: l’uomo, la vita umana, che è fine supremo, e il progressivo miglioramento delle condizioni di esistenza.

In questa prospettiva, è veramente possibile chiarire l’essenza, il fine e la potenza[6] della letteratura e delle arti, in generale, e da ciò cercare di spiegare il ruolo e il valore dell’ermeneutica “infinita”.

Piace pensare, con il filtro delle premesse iniziali, all’arte, ma in particolare alla letteratura, come l’ultimo bagliore della superbia prometeica e titanica[7] dell’uomo in quanto tale. Difatti, se si è dimostrato il valore dell’artificio, e soprattutto il ruolo dell’uomo come semi-Demiurgo dei fini dell’esistenza, risulta facile comprendere l’ulteriore passo che infinite (borghesianamente) pagine di fonemi, tra loro convenzionalmente combinati, possono compiere.

Prendiamo ad esempio I sei personaggi in cerca d’autore pirandelliani(1921): di per sé esistenti oltre la volontà e la vita dell’autore, abitano una realtà senza luoghi e senza epoca, trovano il loro creatore nell’uomo che metterà in scena il loro dramma, che darà loro una realtà materiale, non fondamentale ai fini dell’esistenza, ma della vita contenuta ed espressa nel segno che esprime ogni fonema-grafema utilizzato per scrivere la loro vicenda, i loro caratteri, le loro paure, gli incontri e gli scontri. Essi esistono nell’infinita fantasia combinatoria della mente umana.

Tutti i personaggi d’un poema, d’un romanzo, d’un dramma, dopo le osservazioni di Shakespeare o di Pirandello, si sono svincolati dallo spazio-tempo tramite le convenzioni della letteratura e del teatro che hanno stabilito come principio giustificante di questa “realtà artificiale” la possibilità di quest’ultimi di essere pensati, compresi, di essere vivi nella loro essenza letteraria o teatrale, come ben dimostrato da Gabriel Garcia Marquez e prima di lui da Italo Calvino. Gli esseri umani hanno creato la letteratura, le arti, il teatro, un cosmo che esisterà e resisterà fin quando non si esaurirà la possibilità di pensare, agire, amare. Per questo la letteratura, il teatro e le arti tutte si configurano come atto di estrema superbia umana: non potendo trovare principi assoluti nella realtà fisica, l’uomo ne ha creata una in cui un assoluto[8] esiste, ed è conoscibile, accettabile, vero, poiché nata da lui stesso, in quanto creatore e soggetto fantasioso[9].

Un principio assoluto è concesso agli esseri umani: è la malleabilità o l’ermeneutica infinita, intesa come possibilità di interpretare un’opera d’arte, in relazione al fatto che ci possano essere sempre nuove prospettive intellettuali che mutano e si accrescono con il trascorrere delle epoche e delle esperienze, adeguandosi e conformandosi a sempre nuove esigenze emotive/emozionali, sociali, storiche, culturali, permettendo, con ciò, a quegli stessi personaggi di possedere una forma definita (significante) che si tramuta continuamente (significato). La realtà, antecedentemente citata, che permette ai personaggi di esistere al di fuori del tempo, non li costringe a vivere[10] nelle menti umane al di fuori delle categorie spazio-epocali. L’ermeneutica infinita, dunque, intesa come interpretazione del significato di un testo in relazione ai lettori, può in questa prospettiva assumere in primis un valore certo e giustificabile, e successivamente acquisire una continuità infinita e una profondità assolutamente comprensibile per l’uomo (a differenza della crisi derivante dalla continuità infinita dell’Universo e dello scorrere del tempo), poiché sempre riferita a una creazione spontanea dell’uomo stesso, fondamento primo (si noti l’accezione temporale) della letteratura e dell’arte. Ciò non significa che si possa interpretare un testo (un’opera d’arte) come si voglia, o leggere ciò che in realtà non esiste, associando alle parole di un autore un significato totalmente incongruo alle volontà espressive, ma, con consapevolezza sia letteraria che storica, mettere in evidenza tratti nuovi, marcare nuove prospettive o modalità di comprensione, o semplicemente adombrare caratteristiche “futili” o “obsolete”.

Il confronto tra episteme della scienza e della letteratura o delle arti, scaturito da una condizione di vera e “irrimediabile” crisi esistenziale (e personale), risolve il “dittico” tra infinità spaziale e temporale, mostrando come in determinati ambiti l’uomo sia costretto, poiché fisicamente posteriore a tali realtà, a rinunciare totalmente a entrambe le dimensioni, e ai principi universali, mentre in altri possa spingersi ben più a fondo nella ricerca di un’essenza e di un senso assoluto, grazie al punto di vista “esterno” che (necessariamente) possiede. La separazione fra differenti ambiti disciplinari non è manifestazione intollerabile o intollerante per l’incontro e il dialogo interdisciplinare, ma, al contrario, è ciò che rende possibile tale dialogo, in quanto consente di riconoscere e accogliere la complessità e le ricchissime differenze essenziali di ogni ambito del sapere.

La fisica che si nasconde ancora nel bosone di Higgs - Le Scienze

Credits e Maestri in ordine sparso

ALIGHIERI, Purgatorio, 2000

SHAKESPEARE, La tempesta, 2004

DE CERVANTES, Don Chischiotte della Mancia, 2011

U. FOSCOLO, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, 1802

L. PIRANDELLO, Sei personaggi in cerca d’autore,1921

L. BORGES, Storia dell’eternità, 2016

CALVINO, Le città invisibili, 2012

U. ECO, Sulla letteratura, 2002

S.HAWKING, La teoria del tutto, 2002

VASSALLO, Teoria della conoscenza, 2015

MORIN, La conoscenza della conoscenza, 1993

BOCCHI, M. CERUTI, La sfida della complessità, 2007

MORIN, Per una teoria della crisi, 2017

MANGONI, La fisica quantistica, 2020

 Note

[1]La fisica stessa ci descrive l’armonia, intesa come possibilità di prevedere e spiegare con mezzi matematici un fenomeno, che necessariamente, a partire da condizioni determinate, si presenta.

[2] Il termine va inteso con il significato originario, ossia quello di “abisso” o “voragine”.

[3]L’indeterminabilità di alcune condizioni fisiche non ci consente più di descrivere la realtà con certezza, poiché impossibilitati a conoscere lo stato iniziale di un sistema (in particolare quantistico).

[4] In questo senso l’arte potrebbe diventare mezzo guidato di esperienza della complessità del sapere, con il fine di rendere tale novità quasi scontata e per questo priva di risvolti esistenziali (propaganda gnoseologica con fine esistenziale e non pedagogico).

[5]Nell’esistenza terrena non vi è la manifestazione di valori assoluti.

[6] Il termine non è casuale ma, come in fisica, (ovviamente con buona approssimazione semantica e letteraria) legato alla condizione temporale.

[7] Il termine è da considerarsi contemporaneamente nell’accezione positiva che può assumere, ma soprattutto nell’arroganza intrinseca che nasconde: un po’ come un fuoco, salvifico, utile, ma pericoloso e “vivo” per antonomasia.

[8] Si noti che quei valori assoluti, successivamente presentati nel testo, sono relativi a questa specie di sotto-Universo creato dall’uomo, e non all’esistenza materiale e reale.

[9]Il termine è sempre relativo al concetto antecedentemente riportato, ossia di fantasia come l’insieme di possibilità combinatorie.

[10]Da rilevare la differenza semantica che assumono il verbo “esistere” e “vivere” nella realtà pseudo-metafisica letteraria: se l’esistenza dipende dalle sole possibilità combinatorie della fantasia umana, la vita di un personaggio sussiste solo nel momento in cui viene specificatamente pensato.

Cover: Reminiscenza archeologica dell’Angelus di Millet, Salvador Dali

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