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Intervista

Intervista a Iacopo Barison, autore di “Stalin+Bianca”

a cura di Lucilla Parisi

Ciao Iacopo, grazie per aver concesso alla Redazione di i-Libri questa intervista. Ho letto con piacere il tuo romanzo “Stalin + Bianca” (Tunué – Editori dell’immaginario). Le domande, però, erano troppe e quindi ho abbandonato l’idea di recensirlo, pensando che la cosa migliore fosse parlarne direttamente con te. Andrò dritta al punto:

 D – Per le strade della capitale, respireremo la crisi di un’epoca che ha fatto il suo tempo. Le banche, i centri commerciali, i ristoranti di lusso. La speranza di un ritorno alle origini è svanita nel nulla: ormai, le persone si augurano di non svanire anche loro. Scomparire da un momento all’altro, disperdersi nello spazio e chiamare le costellazioni coi nostri nomi. Sarebbe bello e agghiacciante allo stesso tempo.” Più che rabbia, nelle parole di Stalin – il giovane protagonista del tuo romanzo – c’è tutta la rassegnazione di una generazione rimasta senza prospettive. Niente di nuovo, mi verrebbe da dire. E’ morta quindi anche la voglia di lottare per cambiare le cose?

R – Il punto è che, quando ho scritto questo romanzo, non avevo intenzione di scrivere un romanzo “generazionale”, nonostante ora venga etichettato in questo modo. Parlare a nome di un gruppo così vasto, se vogliamo anche così astratto come i giovani d’oggi, sarebbe folle e pretenzioso. Probabilmente, però, c’è qualcuno che si rispecchia nelle cose che ho scritto e non so se sia un bene o un male, perché nei personaggi di S+B c’è davvero una grande rassegnazione, la consapevolezza di non avere un futuro degno di questo nome. Dal mio canto, non saprei, non sono il tipo che scende in piazza per lottare contro qualcosa, per protestare, per manifestare. La mia coscienza politica lascia molto a desiderare. Posso soltanto dirti che, certi giorni, sono fiducioso e il mondo mi piace così com’è. Riesco a essere positivo, a credere in quello che faccio e nelle persone. Altre volte, invece, mi sembra di vivere in un film di Bergman: le persone mi fanno paura e ai miei occhi sembrano tutte fredde e calcolatrici. Potrebbe essere un principio di bipolarismo, chi lo sa. Magari è la realtà ad essere diventata bipolare e il mio atteggiamento è solo una conseguenza.

 D – Pensi che la scrittura debba assumersi la responsabilità della propria epoca? O pensi che una scrittura d’evasione per non pensare e per “disperdersi nello spazio” sia necessaria?

R - Mah, la scrittura è un processo quasi sciamanico. Non so neanch’io come mi vengano certe cose. So solo che mi siedo al computer e le parole, piano piano, iniziano a riempire il foglio. Proprio per questa ragione non caricherei la scrittura di troppe responsabilità, non a questo livello almeno. Ognuno è libero di scrivere ciò che vuole, quando vuole e come vuole. Poi, certo, Tolstoj aveva un’altra predisposizione rispetto a, che ne so, un Fabio Volo o a una Chiara Gamberale. È anche vero che questi sono dei casi limite, pure una scimmia lobotomizzata scriverebbe meglio di loro. Certo, vendono un sacco di copie perché in fondo sono testi elementari, di facile fruizione, e questa è un’epoca dove la gente non ha più voglia di impegnarsi. Basta solo non chiamarli “autori” però o ancor peggio “scrittori”, sarebbe come dare la stella Michelin a un Burger King.

D – Sei un osservatore, si capisce da quello scrivi. Un buon osservatore, di quelli che vedono anche “la patina grigia” che avvolge le persone (o la gente). E’ facile farsi travolgere da quello che, nel tuo romanzo, definisci l’intorpidimento che ci accomuna tutti? Tu, da che parte ti collochi della patina?

R – L’ho detto anche prima, dipende dai giorni. Oscillo continuamente fra i due poli, fra la patina grigia e la totale fiducia in me stesso e negli altri. Ma forse è giusto così, bisogna sempre vivere nel dubbio, aiuta a temprarci. Non so dirti se questo atteggiamento mi porterà al nirvana oppure a un esaurimento nervoso. Risentiamoci fra qualche anno, magari saprò essere più preciso.

D – Non ti chiederò degli arcobaleni che non esistono più. Ti chiedo di parlarmi dei sentimenti, dell’amore in particolare, di quello che tiene uniti Stalin e Bianca, nonostante lo schifo che c’è intorno. Una convinzione profonda la tua, o un escamotage letterario? (L’amore tormentato tra due giovani “problematici” non passa mai di moda).

R- No, questa è una mia convinzione. L’amore è una delle poche cose in cui credo. Sono certo che spieghi e giustifichi gran parte delle nostre azioni, del modo in cui stiamo al mondo. Tutto ciò che facciamo, in fondo, lo facciamo per amore di noi stessi o di qualcun altro. Infatti non sopporto le persone che hanno il mito dell’autonomia emotiva, dell’indipendenza dagli altri. Questa è una grande cazzata, come insegnava Platone con la metafora della “mezza mela”. Tutte le storie che scriverò, in un certo senso, saranno storie d’amore. Non ho altra scelta. Potrei anche impormi di scrivere un thriller ma alla fine sarebbe un thriller che parla d’amore. Era una cosa che capitava anche a Truffaut, infatti mi ispiro molto a lui, ai suoi film, al suo sguardo sul mondo.

D - C’è poesia nel tuo libro, anche musica. What a wonderful world, mi sembra di sentirla. Sono curiosa di sapere come scrivi, come nasce un romanzo, a parte l’esigenza di dare forma ai pensieri. C’è altro? Hai una tua colonna sonora che ti accompagna quando butti giù le parole o ti tormenti in silenzio?

R – A un certo punto, senza che mi sia successo nulla in particolare, sento che ho una storia da raccontare e allora inizio a scriverla. È una cosa che non mi capita tanto spesso, non riuscirei mai a scrivere un libro all’anno. Ogni storia, credo, ha il dovere di autogiustificarsi. Scrivere per il gusto di scrivere è positivo, certo, ma a quel punto sarebbe un esercizio di stile. La letteratura, invece, deve avere una marcia in più. I romanzi davvero belli aggiungono sempre qualcosa a quanto già detto, a quanto c’è stato prima, nonostante le librerie straripino di libri di generi diversissimi. Quando scrivo, comunque, lo faccio in silenzio. È una questione di concentrazione. Sono un tipo che si distrae facilmente. Invidio i miei colleghi che riescono a scrivere anche nei bar affollati. Non ho idea di come ci riescano.

D – Due adolescenti in mezzo al mondo. Fortunatamente un po’ particolari direi. Stalin è consapevole. E’ grande per i suoi diciotto anni, distante anni luce dai suoi coetanei. Nonostante il disagio che lo circonda e che, inevitabilmente, vive dentro di sé, è un tipo in gamba. Come sei arrivato a questo ragazzino con i baffoni?

R – Stalin è arrivato tutto d’un colpo, in una notte d’insonnia. Fino al minuto prima, non avrei mai pensato di scrivere un libro del genere. L’ho trovato subito un personaggio promettente. Volevo raccontare la storia di fuga e d’amore di un ragazzino con grandi baffi, soprannominato Stalin. Di conseguenza è nato il personaggio di Bianca e, il giorno dopo, ho scritto la prima pagina. Te l’ho detto, non so come funzionino certe cose. La scrittura e le sue dinamiche, per me, restano un grande mistero. Provo sempre una grande empatia verso i miei personaggi, diciamo che mi immedesimo molto. Non soffro di attacchi d’ira, ma posso capire l’ansia e l’insicurezza di Stalin, il suo timore di essere inadatto alla vita, il suo continuo bisogno d’amore.

 D – Ora la domanda che tutti si aspettano: stai già lavorando a un altro romanzo?

R - Sto lavorando a tante cose. Un nuovo romanzo, delle sceneggiature, eccetera, ma forse è prematuro parlarne. Preferisco concentrarmi su S+B fino almeno a gennaio. Mi sta dando tante soddisfazioni, vorrei che la vita di questo libro fosse il più lunga possibile.

Grazie.

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