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Intervista

Passaporto Nansen, rivista semestrale letteraria

a cura di Luigi Bianco

Intervista su Passaporto Nansen, rivista semestrale letteraria – Parlare di riviste letterarie può sembrare forse anacronistico. In effetti, nell’era dell’istantaneità digitale, dei social network sempre più invasivi (ormai persino notizie, fatti di cronaca, approfondimenti ‘devono’ passare attraverso di essi per essere considerati), le riviste culturali, pur ancora attive e prolifiche in diversi settori, sono sempre di più messe a margine. Eppure nell’universo magmatico, informe e in parte obliante della rete, moltissimo resta in superficie, a discapito certamente dell’approfondimento, dei commenti autorevoli degli esperti, elementi invece su cui si fondano riviste e quotidiani cartacei, come ha già fatto notare Roberto Carnero, giornalista culturale per Avvenire e Sole24Ore.

Esistono però storie diverse, di giovani autori, scrittori, bibliotecari che insieme decidono di fondare e promuovere una rivista cartacea, non ripudiando il web ma sfruttandolo a proprio vantaggio, anche per colmare in parte un “vuoto” concreto e reale. Parliamo di «Passaporto Nansen», semestrale fondato da Paolo Di Paolo e Dario Pontuale, in circolazione da poco più di un mese. Abbiamo raggiunto Angelo Deiana, responsabile coordinamento redazionale e comunicazione di «Passaporto Nansen», per conoscere meglio la storia e le motivazioni che hanno portato all’inizio di questa lodevole esperienza culturale, essenziale per continuare a promuivere un’idea precisa di cultura e di letteratura, essenziale per la nostra società..

 D – La storia delle riviste letterarie è molto articolata nella cultura occidentale. Qualcuna, pensando al caso italiano, è stata davvero incidente nella nostra società (penso a «Officina», «Quindici», «Nuovi Argomenti», «Menabò», etc.). Negli ultimi anni però, la forza, o meglio, la visibilità delle riviste letterarie, è notevolmente diminuita, probabilmente fagocitata dalla sempre più estrema “letteratura di consumo”. Perché la scelta di fondare una rivista letteraria in questo periodo storico? Quale il vostro intento?
R – Per rispondere a questa interessantissima domanda, quel che è più facile fare è partire proprio dalla riflessione di Pasolini, scelta per lanciare il primo numero della nostra rivista: “Che cos’è un vuoto letterario?”, si chiedeva Pasolini, e noi con lui a distanza di ormai 47 anni. Come lei dice, è innegabile che l’incidenza e la visibilità delle riviste letterarie sia notevolmente diminuita, anche a causa della sempre più diffusa “letteratura di consumo”. Ecco, nell’interrogarci noi per primi sulle dimensioni del “vuoto letterario”, abbiamo ritenuto che fondare una nuova rivista letteraria fosse un primo passo per tentare, nel nostro piccolo, di arginare questa preoccupante tendenza. Una nuova rivista letteraria, di carta (ci teniamo a sottolinearlo), ha come obbiettivo principale quello di tornare ad essere fonte di riflessione e dibattito. In questo preciso periodo storico, di vuoto (non solo letterario), vogliamo attraverso la nostra “redazione fluida” (è così che si definisce la redazione di PN, NdR), coinvolgere più persone possibile per provare a ricreare un clima attivo e che non guardi solamente a sé stesso. Nell’epoca dell’individualismo esasperato, della ricostruzione di muri reali e apparenti (pensiamo agli schermi dietro i quali ognuno lancia accuse, insulti e pesantissime manifestazioni di odio), una nuova rivista letteraria cerca di porre le basi per il più banale e importante dei valori: il confronto.

D – Ci sono due elementi emblematici, che con decisione instaurano una serie di riflessioni su ciò che accade quotidianamente intorno a noi: il primo è la scelta del titolo, «Passaporto Nansen», un documento ideato negli anni ’20 del Novecento affinché gli apolidi, i “senza terra” potessero liberamente circolare; il secondo, già citato, è il concetto evidenziato della “redazione fluida”, termine molto presente nel dibattito degli ultimi anni, basti pensare alla metafora della “liquidità” di Zygmunt Bauman che dal 2000 è stata largamente adottata. Perché queste due scelte? Qual è il ruolo di una nuova rivista letteraria in una “società liquida”, in cui la mobilità da una parte è vista come un valore, dall’altra come una minaccia da cui proteggersi? Può il “fluido” essere un’alternativa ai “muri” imposti dall’Occidente, o i due concetti hanno una stessa matrice da cui si dipanano?
R – La seconda domanda è ancora più interessante e complessa della prima, tanto che si articola in tre ulteriori sottodomande. Andiamo con ordine. Partiamo dal valore attorno al quale ci siamo stretti nell’individuazione del nome: «Passaporto Nansen», appunto. Un documento ideato per proteggere gli apolidi: ne poterono beneficiare circa 450mila persone, emigrando in paesi diversi dai propri. Tra i personaggi famosi che ne giovarono vi furono l’armatore Onassis, il pittore Chagall, il compositore Stravinskij, lo scrittore Nabokov. Abbiamo voluto aggiungere al senso reale di quel documento di allora un ulteriore senso metaforico: la letteratura (e la lettura, perché prima di tutto ognuno di noi è un lettore) come possibilità di azzeramento di ogni distanza, di ogni confine, di ogni disuguaglianza. In quanto lettori, siamo tutti apolidi. È chiaro dunque per noi il valore che tutto questo assume in una dimensione come quella attuale, di “società liquida”. Abbiamo scelto di essere “fluidi”. Ad ogni numero si inseriranno nuove voci. Chi scrive sulla rivista non appartiene a un settore unico, ma a un macrocosmo: professori, bibliotecari, scrittori, giornalisti, studenti, critici, appassionati, semplicemente. La pluralità di voci, e il loro continuo cambiamento, sì, è la nostra sfida ai “muri” imposti dall’Occidente.

D – Il tema del primo numero è stato “Che cos’è un vuoto letterario?”, domanda dai molteplici risvolti, estrapolata da un articolo di Pasolini del 1971 su «Nuovi Argomenti». La rivista letteraria, per voi, è uno strumento per colmare il “vuoto”, o piuttosto per comprenderne la natura, analizzarlo, cercare di sezionarlo per fornire a sua volta nuovi o rinnovati strumenti alla letteratura?
R – È interessante sfogliare gli articoli nel primo numero della nostra rivista proprio perché emerge tutta la pluralità di cui abbiamo detto anche nella risposta precedente. Il “vuoto letterario” è un tema assai complesso, ed è per questo che le riflessioni della prima tornata di “redazione fluida” hanno caratteri anche diversi tra loro. Non partiamo da nessun assunto prestabilito. Non crediamo che quello che stiamo vivendo sia a tutti i costi un periodo di “vuoto letterario” assoluto. Il problema esiste, certo, ed è per questo che abbiamo scelto di partire da qui. Va indagato a fondo e in tutte le sue forme. Per noi, quindi, la rivista letteraria è certamente uno strumento per comprendere la natura di questo “vuoto”, analizzarlo, e provare di conseguenza a fornire (ognuno a modo suo) strumenti utili a noi per primi e poi alla letteratura più in generale.

D – Pasolini scrive nel 1971, all’indomani del Sessantotto, in un clima di disillusione rispetto agli ideali sessantottini, di cui è stato critico duro e intransigente fin dalla prima ora. Oggi viviamo in una società profondamente mutata rispetto a quegli anni ’70. Siamo ancora dentro a un “vuoto letterario”, e perché? Esiste qualche collegamento fra le due epoche in questo senso?
R – Per questa domanda mi riservo il diritto (ironico, si intende) di rimandare tutti alla lettura dei pezzi pubblicati sul primo numero della nostra rivista, perché gli elementi che emergono da ogni voce vanno proprio in questa direzione, cioè nel capire l’attuale “vuoto letterario” e metterlo in relazione con il periodo in cui Pasolini scrisse quell’articolo. Per rispondere in breve, però: certo, siamo ancora all’interno di un “vuoto letterario”, diverso e simile a quello degli anni in cui Pasolini scriveva. Diverso per via delle mutazioni rapidissime che viviamo di anno in anno all’interno della società e in campo tecnologico (le due cose sono strettamente collegate); simile perché, pur cambiando mezzi, contesti e idee, alcune dinamiche (quelle che generano i vuoti) sembrano restare comunque le stesse. E sono proprio quelle dinamiche che in modo del tutto libero, indipendente e umile, vorremmo andare ad individuare di volta in volta per cercare di capirle e poi contrastarle.

D – L’esperienza di «Passaporto Nansen» viene promossa in larga misura sui social network, quel particolare elemento fondante il cosiddetto Internet 2.0, che – rivoluzionando l’esperienza umana – ha agito anche su tutto ciò che su di essa ruota, compresa la letteratura e la cultura in senso lato. Anche la presente intervista nasce per la pubblicazione su un blog culturale online. C’è, a vostro avviso, un collegamento fra il “vuoto letterario” odierno, ammessa la sua esistenza, e i social network? Se sì, quale?
R – Rispondere a questa domanda ci mette in stretto collegamento con quanto detto sopra: è chiaro che il cambiamento repentino che viviamo di anno in anno, dovuto alla velocità sempre più incontrollata dell’evoluzione tecnologica, abbia anche a che fare con l’universo social network. Ci teniamo a precisare che «Passaporto Nansen» ha una sua pagina Facebook (ndr: cliccate sul link per visitarla), un profilo Instagram ed un profilo Twitter. Crediamo che ciò che segna il vero discrimine qui, come in ogni altro campo, sia l’uso che si fa degli strumenti di cui si dispone, o di cui si vuole disporre. Abbiamo scelto di investire coraggiosamente e anche donchisciottianamente sulla carta, senza però tralasciare l’aspetto “social” della questione. Facebook soprattutto ci ha dato una grande mano in questa fase iniziale, permettendoci con poco di arrivare in tutta Italia e garantendoci una rete di persone che si è sviluppata in modo velocissimo e ci ha permesso di entrare in contatto con diverse librerie su tutto il territorio nazionale. La gente ha accolto con entusiasmo (un entusiasmo anche al di sopra delle nostre iniziali aspettative) questa iniziativa, tanto che i messaggi arrivati nei primi giorni sono stati moltissimi: le persone stesse che volevano acquistare la rivista ci segnalavano librerie amiche con le quali metterci in contatto per far arrivare «Passaporto Nansen» anche lì. Questa è la potenza (positiva) dei social. Quindi, a questo punto, è interessante analizzare la questione partendo proprio da qui: i social sono (non solo loro, ma anche loro) la causa di questo vuoto letterario? Risponderemmo tutti di sì, forse. Ma in virtù di quanto detto poco fa, non ci sembra anche che, grazie ai social, abbiamo potuto riempire una piccola parte di questo vuoto letterario, facendo arrivare la nostra rivista anche in zone in cui non sarebbe mai potuta arrivare? La questione è assai spinosa. Il problema reale, a mio avviso, è sempre quello dettato dal rapporto qualità-quantità. Anche sui social c’è un numero infinito di pagine, blog, profili e iniziative che si basano sul mondo-libro. La questione è che tutto sembra fin troppo “mordi e fuggi”, giocato più sull’apparenza e sulla promozione che non sull’indagine e sul contenuto. È per questo che dal nostro punto di vista, ad esempio, vogliamo che i social siano solo uno strumento per farci conoscere e per farci stabilire un contatto ancor più diretto con i lettori e i curiosi, ma le nostre riflessioni, le nostre argomentazioni, i nostri confronti, restano e resteranno sempre sul «Passaporto Nansen» di carta.

D – Infine, per fare un esempio già citato, Moravia e Carocci dichiararono che la loro rivista nascente, «Nuovi Argomenti», aveva come modello di partenza «Temps Modernes» di Sartre. Quali sono stati i vostri “maestri”? Avete un modello o una serie di modelli di riferimento?
R – Certamente l’epoca d’oro delle grandi riviste letterarie è un punto di riferimento per ognuno di noi. Non abbiamo mai smesso, da appassionati e da addetti ai lavori, di continuare a leggere quelle ancora in vita e altre interessanti realtà nate negli ultimi anni. Ma, ancora una volta, è impossibile non richiamare quel valore assoluto che è per noi la pluralità e la “fluidità”. Ogni redattore di «Passaporto Nansen» è arrivato, arriva e arriverà con il suo bagaglio. Noi non gli chiediamo cosa ci sia dentro, ma se ha voglia di usufruire del nostro «Passaporto» “verde malaticcio o acqua marina”, come lo definì Nabokov. E qualora fosse disponibile, può soltanto essere il benvenuto.

Luigi Bianco

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Il blog culturale di Luigi Bianco è ricco di iniziative e di articoli ed è vivamente consigliato da www.i-libri.com

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