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Intervista

Paolo Zardi alle Parole di Lilly

a cura di Laura Monteleone

Paolo Zardi alle Parole di Lilly – Entrare in contatto con Paolo Zardi mi ha permesso di scoprire una persona di straordinaria umanità e amichevole disponibilità. Il desiderio di dialogare con lui nasce dall’incontro con la sua produzione letteraria, per la quale non esito a definirlo una penna di diamante della letteratura italiana contemporanea. Per lui scrivere è una dimensione che comprende il divertimento e la verità. Riporto una sintesi (per nulla sintetica a onor del vero!) della chiacchierata radiofonica del 11 luglio scorso.

Cosa rappresenta per te la scrittura, Paolo?
Per me la scrittura è lo spazio dove metto veramente me stesso. Nella vita faccio un lavoro tecnico. La scrittura mi dà la possibilità di scavare dentro di me e dare quello che c’è.

Io ho parlato di diamante della letteratura italiana, perché per me non sei solo un narratore ma un solido rappresentante della letteratura, resterai nel tempo. Ho letto alcune cose tue, ma sono rimasta folgorata da “XXI Secolo”.
Sì, è molto rappresentativo della mia scrittura, ed è quello che finora mi ha dato maggiore visibilità con l’avventura del premio Strega. Sono molto orgoglioso e grato di questo.

Hai detto che la scrittura è una dimensione che ti permette di esprimerti. Parlaci del tuo carattere e quanto questo ha a che fare con i tuoi personaggi.
Dicono che sono una persona mite, conciliante, molto tranquilla; che ho la tendenza ad appianare i conflitti piuttosto che crearne. I miei personaggi sono molto diversi da me, fortunatamente! Di solito sono un po’ sgangherati e a volte anche abominevoli. Però ovviamente, pur costruendo un mondo completamente disgiunto da me, in ogni personaggio c’è qualcosa di mio. Che cosa ci sia di mio in parte lo so e in parte no. Penso siano parti di me che si scompongono e ricompongono in modi diversi, però i miei personaggi sono senz’altro diversi da me.

Certamente, non potresti nemmeno essere tutti loro, sarebbe una sorta di schizofrenia.
Sono altre dimensioni.

Attraverso la scrittura esci dalla tua dimensione e puoi praticare altri luoghi, in qualche modo.
Soprattutto esplorare. Chi legge si lascia condurre per mano dallo scrittore verso territori nuovi. Chi scrive è davvero un esploratore, si muove su un terreno che non conosce ancora.

Tra i saluti degli ascoltatori abbiamo una domanda “quando siamo diventati umani”?
Riprende il titolo di un mio libro, che è una raccolta di racconti del 2013. Il titolo è il filo conduttore di tutti i racconti in cui ci si domandava se esiste un momento in cui si svela una verità e si costringe una persona, anche con la forza, a diventare umana. Erano momenti piuttosto drammatici, in cui si metteva in luce la fragilità dell’essere umano, e per essere umani bisognava essere fragili e allo stesso tempo perdere qualcosa dell’innocenza.

È complessa questa visione, forse non solo per i tempi che stiamo vivendo, è stato sempre complesso per l’essere umano prendere consapevolezza della sua dimensione, non è una novità.
Certamente, un tema che deve affrontare la letteratura è che in fondo siamo anche animali, ma con la capacità di percepire che c’è molto di più dentro di noi, qualcosa che ha a che fare con l’etereo, col cielo, con l’anima, con la spiritualità. Questo contrasto sicuramente è la crepa che fa scaturire gran parte della letteratura, secondo me.

Certo perché è il luogo della riflessione sull’essere umano. L’uomo è l’unico animale che sa riflettere su sé stesso.
Certo. E questa crepa ti fa fare i conti ogni volta con la felicità, ma anche col dolore, con la morte. Dimensioni che ci costringono a fare i conti con la nostra esistenza.

Ci costringono, esatto, perché tante volte le persone evitano questi temi, questi nodi dell’esistenza, però prima o poi…
Credo che le persone possano dividersi in due gruppi, quelle che parlano di questo e quelle che restano in silenzio. Comunque tutte le persone, anche quelle apparentemente più superficiali, prima o poi sperimentano una condizione, un dolore, che li costringe a prendere coscienza.

Ad affrontarli.
Però molti hanno il timore poi a parlarne. Ecco quindi che parlarne nei racconti aiuta chi legge a sentirsi meno solo, in fondo. Perché a vivere nelle proprie debolezze siamo in tanti.

Infatti. Una delle mie domande per te è anche questa. Secondo te si può parlare di responsabilità educativa degli scrittori verso le persone, a parte questa dimensione di farli uscire dalla solitudine o comunque accompagnarle, in qualche modo.
Questo è un tema molto dibattuto. Se lo scrittore debba insegnare qualcosa oppure no. Io sono del parere che lo scrittore non debba porsi come insegnante, anche perché non ne ha le caratteristiche. Però la rappresentazione di tematiche complesse può far sì che la gente abbia voglia di educare sé stessa.

Quindi è più una scintilla che una responsabilità diretta.
Esatto, la scrittura può provocare questa scelta educativa.

Le idee che poi sviluppi nelle tue storie vengono a trovarti, oppure sei tu in qualche modo che le provochi?
Diciamo che le idee arrivano sempre per caso. La difficoltà, e l’abilità dello scrittore, sta nel trattenerle e prima ancora nel saperle riconoscere. Quindi lasciarle crescere ed elaborarle in termini letterari.

È un processo.
Sì, anche molto lungo a volte. Anche un racconto può richiedere anni prima di essere portato a termine.

Il rigore è necessario o è un accessorio nell’atto creativo, in particolare letterario?
Dipende dallo scrittore. Alcuni danno il meglio di sé nel momento in cui si lasciano andare completamente, nel mio caso invece sento che il rigore è capacità di organizzare il lavoro. Nel mio caso quindi lo riconosco come una mia caratteristica.

Questa caratteristica del rigore organizzativo ti permette di dominare un po’ il tempo?
Sì, assolutamente. Sia il tempo che mi occorre per scrivere, sia dove andare a cercarmelo nella giornata. Mi sposto molto in treno, e ogni volta so già come passerò le ore di viaggio. L’organizzazione per me è questa, sapere quando si potrà scrivere e arrivare a quel momento prepararti, avendo già pensato cosa scrivere.

Quindi c’è un tempo mentale e un tempo produttivo, possiamo definirlo così?
Esattamente. Naturalmente è molto più ampio il tempo di preparazione mentale.

È necessaria una grande lucidità, anche per trattenere tutto quello che si pensa.
Bisogna dire che dipende dalle idee. Se non sono quelle giuste cadono da sole e spariscono. Io ho notato questo nel tempo, con l’esperienza.

Questo tuo rigore, questa organizzazione mentale, secondo te sono influenzate in parte dal tuo lavoro di ingegnere?
Ho il sospetto che se non fossi stato così, abbastanza rigoroso, non sarei mai riuscito a diventare ingegnere. Non so bene cosa venga prima!! Questo però non toglie nulla alla creatività. Anzi, ho avuto modo di notare che ci sono molti scrittori ingegneri e pochi scrittori architetto, per esempio. L’ingegnere utilizza molto la parte razionale, ma rimane probabilmente sacrificata la parte più creativa. Con la scrittura posso soddisfare questo lato inespresso.

Scrittori si nasce o si diventa?
In qualche modo tutti nasciamo scrittori, nel senso che tutti ci raccontiamo. E comunque tutti nasciamo con il desiderio di fare. L’uomo è fatto per costruire. Anche la parola poesia in greco significa fare. Poi ognuno adatta il suo modo di costruire. Si possono costruire cose, oppure racconti, storie.

La scrittura è esplorazione, allora cosa ti piace esplorare, investigare dell’umano sentire? Dei comportamenti, anche dei personaggi?
Ogni scienza indaga un aspetto differente delle creature. La letteratura penso indaghi tutte quelle zone che oppongono resistenza alla scienza spiegata. E sono essenzialmente due le cose, l’amore e la morte. Sono due aspetti che non riusciamo a descrivere in termini scientifici o razionali. Ecco, l’arte o la scrittura devono muoversi in questa direzione, esplorando questi aspetti che sfuggono a definizioni. Cosa sia l’amore nessuno riesce a dirlo.

Sono inafferrabili, non riusciamo a possederli.
Lo scrittore, come l’artista, si muove esplorando questi misteri. L’amore possiamo definirlo una costellazione. Lo scrittore potrà scrivere di duecento stelle, ma in fondo le galassie sono composte da miliardi. Un territorio misterioso immenso. È questa la direzione che l’arte deve percorrere con i suoi strumenti.

Il senso dello scrittore è dare un contributo, uno punto di vista sempre diverso, uno sguardo che esplora il mistero. Quindi ogni romanzo può proporre uno sguardo differente?
Certamente, perché le sfumature per descrivere l’amore, per esempio, sono davvero tantissime.

Tu hai una solida frequentazione letteraria. Per quanto ti riguarda, le voci degli altri autori, classici o meno classici, ti permettono di entrare in risonanza con la tua voce o sono accessori, in qualche modo?
Assolutamente indispensabili. Direi che una persona scrive come risposta alla lettura. Quello che però vedo nel mio caso è che alcuni autori mi rimangono troppo in testa e la mia voce sembra quasi stonare vicino alla loro. Quindi c’è il momento in cui mi devo liberare dalla loro voce, imparare ad allontanarla. E dopo aver ascoltato, sapere comunque trovare la mia voce personale per raccontare.

Quindi devi prendere le distanze in qualche modo.
Sì, dopo la fase di innamoramento con uno scrittore bisogna emanciparsi. È un po’ come succede con la relazione mamma bambino. Fermo restando il dialogo con i grandi autori, ogni scrittore deve dare una sua risposta, un suo contributo. Non c’è la presunzione di essere all’altezza dei grandi, però ci si confronta.

Una curiosità. Ti sei accorto se c’è qualcosa nei tuoi scritti che ricorre sempre? Un dettaglio, un oggetto, un personaggio. Perché io noto che negli scrittori c’è spesso qualcosa che ritorna, come un piccolo particolare. A te capita?
Sì, mi sono accorto per caso. C’è qualcosa che ritrovo un po’ da tutte le parti, ed è un gabbiano. Non so perché, non saprei dire nemmeno un significato particolare del gabbiano, però c’è. Spesso ci sono scelte commerciali magari obbligate, ma il gabbiano non ha niente a che fare con questo tipo di scelta. Però compare e adesso, sapendolo, mi impegno anche a non farlo mancare!!

Diventa un amico che ti accompagna nella scrittura.
Sì, quello che mi piace fare è mettere il personaggio di un libro dentro un altro romanzo. Magari di passaggio. Mi piace molto farli muovere da un libro all’altro. Anche come comparse.

Tu li senti come amici, conoscenti, questi personaggi?
C’è una sorta di diatriba tra scrittori. Alcuni dicono che i personaggi a un certo punto diventano umani, con una loro volontà. In questo caso lo scrittore dovrebbe semplicemente assecondarli. C’è invece un’altra scuola, che è quella di Nabokov. Lui dice che i suoi personaggi sono degli schiavi legati ai remi di una galera e lui è quello che batte il tempo e fa fare loro quello che vuole. Ecco Nabokov è chiaramente provocatorio. Comunque io sono più per la seconda scuola, anche se sono aperto a soluzioni che possono sorgere inaspettate dai personaggi. Mi è capitato recentemente, mentre ero concentrato, come di avere i miei personaggi tutti davanti a me e mi son reso conto che voglio loro bene come a persone reali, anche se sono sulla pagina! Anche se li sottopongo a ogni genere di tormento, sono contento di averli creati!

Anche perché i tuoi personaggi prendono un notevole peso nella storia, uno spessore tale che forse supera quello di alcune persone reali che ci circondano nella realtà.
Indubbiamente alcuni personaggi della letteratura diventano importanti e indimenticabili, come fossero reali.

Paolo, il tuo successo, perché tu sei uno scrittore di grande successo, è dovuto al fatto che metti il dito nella piaga secondo te? Cioè metti in luce le fragilità che affliggono gli esseri umani? Li fai sentire giustificati?
Quando sono usciti i racconti sulle creature che diventavano umane non pensavo che avrebbero avuto tanto seguito, perché le storie erano troppo drammatiche. Invece, quello che è accaduto, è che tutti hanno riconosciuto dentro questo libro qualcosa di sé. Probabilmente si percepisce anche il fatto che dietro c’è una persona sincera. Non ho la pretesa, l’ambizione di fare lo scrittore di professione e di diventare famoso. Quello che voglio fare è raccontare l’effetto che fa il mondo su di me. Come essere umano, e rappresentarlo nel modo più fedele possibile. Se sei una persona normale che vive una vita normale, assomigli tanto alla vita di tante persone e forse in questo si stabilisce una vicinanza, che può far nascere qualcosa.

Un po’ come dicevamo prima, se c’è una verità, questa verità mette in comunicazione, e oggi c’è bisogno di comunicazione. Ci sono tanti canali per farlo, ma forse si è un po’ persa la capacità.
Può essere. Sicuramente i social hanno cambiato la comunità e il modo di comunicare. Ma io non sono tra i pessimisti da questo punto di vista. Credo che ci siano stati degli effetti deleteri. Vedi per esempio la politica, il patto politico attuale si basa su questi scambi di Twitter, che danno una visione esasperata della realtà. D’altra parte, i social sono una grande risorsa. Anche noi se in questo momento stiamo parlando è perché i social hanno messo in contato persone con interessi simili. Per cui è un discorso ambivalente. La comunicazione è cambiata, l’importante è produrre e scambiare buoni contenuti. Questa la differenza da chi fa pessima comunicazione. Non andare avanti a colpi di Twitter, ma parlando, come stiamo facendo io e te adesso.

È qualcosa che permette agli altri di entrare in dimensioni che magari non saprebbero come raggiungere, o comunque permette di dare uno spunto. Mi piace l’idea di seminare. Gettare piccoli semi e avere fiducia che poi germoglieranno.
Sicuramente dobbiamo seminare, ma anche essere il terreno fecondo, persone che portano avanti discorsi importanti ma che sono anche pronti ad ascoltare.

Hai ragione, l’ascolto è fondamentale. Senza l’ascolto non ci può essere comunicazione. Una domanda che voglio rivolgerti e a cui tengo molto. Nei tuoi scritti la ricerca del linguaggio è importante, perché deve essere in grado di raccontare uno specifico contenuto. Leggendoti ho capito che forse il contenuto si sottomette in qualche modo al linguaggio nella tua area di creatività.
Sicuramente ogni linguaggio è adatto ad esprimere determinati contenuti. Spesso il contenuto si porta dietro il modo particolare con il quale bisogna raccontarlo. Non è possibile raccontare qualsiasi cosa in qualsiasi modo, certi contenuti richiedono una lingua adeguata. Una lingua che sia a supporto di questo. A volte può succedere che venga prima la lingua. Nel mio ultimo, uscito adesso in maggio, mi è successo di avere da tempo in mente una lingua chiara che volevo utilizzare, piuttosto di un contenuto adeguato a questa storia. Piano piano ho dovuto capire di che storia avevo bisogno per utilizzare questa lingua. Ho fatto un percorso un po’ al contrario. Volevo usare una lingua che piacesse a me. Comunque il linguaggio è il libro, non si può fare a meno del linguaggio. Storie ce ne sono tante e spesso simili tra di loro. Cambia il modo di raccontarle.

E questa secondo te è una verità che vale per tutti? O per alcuni scrittori può essere diverso?
Penso che non sia per tutti così. Ci sono anche scrittori che privilegiano la storia rispetto alla voce. La voce rimane, in qualche modo, in secondo piano. A me piacciono gli autori che hanno una voce particolare, nuova, che mi costringa anche a pensare le cose in modo diverso. Amo molto di più la lingua che la trama, ma questo per mia passione, per mia inclinazione. Il linguaggio è il punto centrale.

Questa cosa io la noto nelle mie letture. Ci sono cose che mi colpiscono particolarmente. Nel tuo caso il linguaggio è stato più folgorante della trama. Io ti ho definito il dermatologo delle parole, perché tu metti la pelle giusta alle storie. Ma forse dovevo dire il cardiologo, perché il linguaggio è il cuore della tua creatività, della tua storia?
Per me viene prima la creazione del linguaggio che della storia. Ci sono autori che considerano il linguaggio più importante della trama, anche se devo dire che la trama ultimamente mi piace molto di più, ha delle grandi potenzialità. Comunque, senza avere in mente una lingua non inizio a scrivere una storia.

Quindi costruisci la trama sulla tua pista della lingua.
Sì, è così.

Questo ultimo nato, Tutto male finché dura (ndr: cliccate sul titolo per visualizzare la scheda del libro): dimmi un’impressione tua, qualcosa che ti ha dato felicità di questo libro.
Diciamo che questo è stato il libro assolutamente più anarchico. Uscivo dall’esperienza di “XXI Secolo”, con la partecipazione al Premio Strega, e questo ha fatto sì che ci fosse il rischio che dovessi adeguarmi all’idea di dover stare al passo con “XXI Secolo”. Invece dovevo ribellarmi a questo. Nel momento in cui ho messo dentro tutto quello che mi veniva in mente con grande libertà, sono riuscito a liberarmi da questo rischio. Sono stato certo che mai mi sarei adeguato alle aspettative degli altri. È stato molto divertente, anche perché c’è questa idea di rompere con le strutture consolidate.

Con dei binari a cui magari ti devi adeguare, invece puoi scegliere di non farlo.
Esatto, mi sono mosso in estrema libertà. Tutte le cose più strampalate che mi venivano in mente le ho volute organizzare in un romanzo. È stata una bella sfida. Ma divertente. Anche avere a che fare con personaggi molto balordi.

Prima di chiudere vorrei che ci parlassi del tuo blog Grafemi (ndr: il link per visitare il blog).
Diciamo che se sono scrittore lo devo ai blog. Non mai scritto nulla fino al 2006, quando ho aperto il blog. Quindi il blog è il motivo per cui io scrivo. “Grafemi” è il mio diario di bordo, le cose che succedono nella vita, anche l’occasione per restituire quello che ho ricevuto. Pubblico racconti di autori più o meno esordienti, emergenti. Un piccolo spazio per contribuire alla diffusione della letteratura. È un diario che tengo con serietà, ma anche con leggerezza. Un luogo dove annoto le cose che mi interessano.

E sei in compagnia di queste penne giovani, magari non anagraficamente, ma come scrittura.
Sì, sono sempre alla ricerca di voci, nemmeno tanto per la visibilità, piuttosto per lo scambio, il dialogo. Avere la possibilità di parlare di racconti, di storie. Non è sempre possibile nella vita di tutti i giorni.

C’è una bellezza in questa condivisione della letteratura.
Sì, soprattutto una passione. Bisogna trovare anche il coraggio di costruire, di contribuire.

E chi non scrive può contribuire in altri modi a diffondere la scrittura, la narrativa.
Certo, anche momenti come questo. Tutto quello che produce cultura, che produce arte, che coltiva gli aspetti meno razionali di noi, fa bene. Fa bene alla gente, alle persone.

Credo che la cultura, sotto tutte le forme artistiche, porti la dimensione estetica nella vita e faccia crescere le persone, faccia sviluppare e diventare più consapevoli, migliorando le relazioni e quindi anche il futuro dell’umanità.
Crescono le speranze. Quando siamo davanti alla bellezza.

Infatti. Io vedo comunque una positività nei tuoi scritti, anche in “XXI Secolo”. Questo protagonista che sembra schiacciato da tutto il negativo che c’è intorno, da tutto ciò che è morto o sta morendo. In parte una proiezione del nostro mondo? Però lui resiste e questo è un messaggio.
Sicuramente per me è fondamentale l’ottimismo. Non avrei fatto figli se non ci credessi, nel futuro. Non penso che si debba stare a subire gli eventi. Attualmente ci sono delle spinte interne che portano a qualcosa di nuovo. Bisogna avere la capacità e il coraggio di vedere queste cose nuove e di non rimanere ancorati al passato. A quelle superate.

Come dire, volgere lo sguardo nella direzione corretta. C’è un flusso molto potente di cambiamento attualmente e c’è sempre la tentazione di focalizzarsi sugli aspetti negativi. Però dentro questo flusso sicuramente ci sono degli spunti molto positivi. Tante volte i media non aiutano a farci guardare nella direzione giusta. Questa riflessione più narrativa della letteratura invece può aiutare a migliorare.
Questa possibilità di avere dei figli, per me è come avere delle piccole spie di come sta andando il mondo. Certi nostri timori per loro sono stati assimilati. Sono stati superati. Noi adulti ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ma loro stanno già ragionando nei termini di questo XXI secolo.

Quindi siamo noi che saremo salvati da loro?
Spesso accade che le cose vadano diversamente dalle aspettative. L’importante è essere pronti e disposti a mettere da parte i modi superati di vedere le cose.

Grazie Paolo. Ti auguro il meglio. Anche per questo libro anarchico Tutto male finché dura.

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