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Intervista

Irena Sendler. La terza madre del ghetto di Varsavia

a cura di Laura Monteleone

Irena Sendler. La terza madre del ghetto di Varsavia (ndr: cliccando qui, sarete rimandati alla scheda del libro sul sito www.lafeltrinelli.it) – Un’intervista dedicata alla settimana della memoria oggi a Le Parole di Lilly, in compagnia di Roberto Giordano e del suo libro dedicato a Irena Sendler.

D – Roberto Giordano, chi è Irena Sendler?
R – Un’infermiera e assistente sociale polacca cattolica, che – durante la seconda guerra mondiale – ha organizzato una rete di soccorso, portando in salvo più di 2500 bambini dal ghetto di Varsavia ed è una storia ancora poco conosciuta in Italia. Il mio è il primo testo drammaturgico sul suo magistero. Ha avuto una prima edizione con La Mongolfiera editrice ed è stato patrocinato da Amnesty International, dall’ambasciata Polacca in Roma, dal consolato onorario della Repubblica di Polonia in Napoli, dal comune di Napoli. Poi è nata una seconda edizione, con la casa editrice Nuvole di Ardesia in Portici.

D – A lungo la storia di Irena Sendler è rimasta sconosciuta e poi?
R – È stata riscoperta solo nel 1999 da alcuni studenti di una scuola superiore del Kansas, il loro professore aveva letto il nome di Irena sulla lista dei Giusti tra le Nazioni. I Giusti tra le Nazioni sono i non ebrei che hanno aiutato gli ebrei durante la guerra e le persecuzioni. Questo professore aveva letto dei 2500 bambini salvati ed era molto sorpreso che Irena Sendler non fosse famosa. Così incaricò i suoi studenti di approfondire. Perché è una storia che merita di essere conosciuta.

D – Questo tuo testo è drammaturgico, perché tu fai teatro. Quindi il tuo primo approccio a questa storia è stato attraverso la rappresentazione. È stato naturale, per te, raccontarla attraverso questa dimensione?
R – Certamente, proprio così.

D – Penso sia un’iniziativa bellissima, perché ne hai fatto qualcosa di tuo. Ti ha toccato nel profondo. Possiamo leggere un piccolo brano iniziale, che mi sembra fondamentale?
R –  Sì, esatto. La scena si apre con le parole di Irena Sendler, l’insegnamento avuto dal padre, quando lei aveva solo sette anni. È il messaggio che lei dà a tutti, quello di porgere la mano a chi è in difficoltà.

D – Una cosa che si impara nella propria interiorità e che poi si porta nella vita, una cosa che credo tu voglia fare, Roberto, e che noi abbiamo accolto come messaggio, e quindi siamo un anello di questa catena. “… Conta solo questo, che persona sei… non essere indifferente alle difficoltà altrui… è un dovere, tutti noi siamo chiamati a obbedire…” Perchè questa storia è rimasta a lungo sconosciuta?
R – Una storia a lungo dimenticata per diverse ragioni, soprattutto ideologiche perché lei, pur essendo una donna di sinistra, alla fine della seconda guerra mondiale, in una Polonia comunista che si nutriva ancora di una cultura antisemita, era un personaggio scomodo in quanto amica degli ebrei. Era un argomento che non si poteva affrontare. Nel 1965 fu eletta Giusta fra le Nazioni e solo in quell’occasione la Polonia le diede il permesso di uscire dal suo paese. Pensare che, tre anni dopo, siamo già nel 1968, il governo chiede una nuova espulsione di circa 350.000 ebrei, ognuno di loro poteva portare con sé solo 30 chili di bagaglio. Una delle ultime persecuzioni di ebrei in occidente. Solo dopo la caduta del muro di Berlino l’atmosfera cambia. Grazie a questo professore americano di cui dicevamo prima, la sua storia comincia a essere conosciuta.

D – Volevo precisare una cosa, dicevamo prima che Irena Sendler ha salvato circa 2500 bambini eberei, del ghetto, però lei non era ebrea, quindi non l’ha fatto per appartenenza, l’ha fatto per altruismo.
R – Tutto viene proprio dall’esempio del papà di Irena, lui era un dottore. Un dottore che curava proprio gli ebrei, perché nessuno a quel tempo voleva curare gli ebrei, soprattutto i malati di tifo. Sia per un fatto di razza, sia per la paura del contagio. Il padre di Irena, infatti, è morto proprio di tifo. La comunità ebraica, grata per l’operato di questo medico, volle aiutare Irena negli studi. E lei stessa, durante gli anni universitari, cominciò alcune battaglie. Per le sue amicizie con gli studenti ebrei venne sospesa dall’università per tre anni. Quando si costruì il muro nel ghetto di Varsavia, i suoi più cari amici vennero rinchiusi. La molla che fece scattare questo magistero della Sendler è stata proprio la sua più cara amica, Ewa, che le diede la forza di organizzare la rete dei soccorsi.

D – Roberto, parlaci di come Irena riuscì a portare i bambini fuori dal ghetto. Perché da sola non avrebbe potuto farcela. Intorno a lei ci sono state persone preziose che l’hanno sostenuta e aiutata.
R – Lo dico sempre, la storia di Irena Sendler è una storia di grande umanità, e deve essere diffusa per ricordarci che ci sono state delle persone che hanno messo a rischio la propria vita e la vita dei familiari, pur di aiutare il prossimo. Lei lo ha ripetuto fino all’ultimo respiro: “Io non avrei potuto fare nulla, se non ci fossero stati i miei collaboratori”. Come pure diceva sempre: “I veri eroi non siamo stato noi che abbiamo dato una mano, ma i bambini e i genitori che dovettero separarsi in modo così crudele.

D – Questa cosa mi ha colpito moltissimo, perché mi sono immedesimata e ho immaginato il mio bambino in una situazione così drammatica, il mio affetto, e me ne devo staccare forse per sempre, e non so nemmeno che fine farà.
R – È proprio così, pensa che Irena, che è morta a 98 anni, nelle sue interviste ha dichiarato fino all’ultimo: “Ancora oggi io, di notte, mi sveglio perché sento il pianto straziante dei bambini e delle mamme che si staccavano dai bambini”.

D – Ecco, questo miracolo che sia vissuta così a lungo lo si deve anche ai suoi collaboratori, perché so che lei ha rischiato di morire durante quegli anni proprio per via della sua attività clandestina.
R –  Sì esattamente, lei fu catturata. Sotto tortura era difficile non parlare, e qualcuno fece il suo nome, un nome in codice, che si davano proprio per evitare di rivelare le vere identità. Lei si chiamava Jolanta. Quando la catturarono, i nazisti non sapevano di avere tra le mani il capo dell’organizzazione, pensavano fosse solamente una pedina. Quando fu catturata, si mosse anche la Zegota, che era l’organizzazione clandestina appoggiata dal governo polacco in esilio. La Zegota mandava segnali e informazioni a Ilena per tranquillizzarla. In parte perché avevano paura che potesse parlare sotto tortura. E in parte per farle sapere che stavano facendo di tutto per salvarla. E, infatti, poi corruppero con un’ingente somma di denaro un ufficiale tedesco per salvarla. Quando la mandarono alla fucilazione con altre sue collaboratrici, la fecero scappare, mentre nei documenti ufficiali risultava giustiziata.

D – Una volta liberata, e nonostante la menomazione alle gambe che le erano state fratturate più volte durante le torture, continuò a occuparsi dei bambini?
R – In seguito visse nella clandestinità. Il suo primo pensiero, uscita dal carcere, fu quello di sotterrare l’archivio con i nomi dei bambini che erano stati salvati. Irena trascriveva sui foglietti il nome originario del bambino, quello ebraico. Accanto segnava la nuova identità e il nome della famiglia o della struttura ove veniva accolto. Ogni fascetta di carta venne arrotolata e conservata in barattoli di marmellata o in bottiglie, che lei seppellì sotto un pero nel giardino di casa di una delle staffette di fiducia. La speranza restava il ricongiungimento dei superstiti con le loro famiglie di origine alla fine della guerra. In realtà la maggior parte delle famiglie di questi bambini fu sterminata nel ghetto o nei campi di concentramento.

D – Per questo il tuo libro definisce Irena la terza madre del ghetto, perché questi bambini passavano di madre in madre. Un esempio molto rappresentativo è quello di Bieta, la bambina più piccola all’epoca dei salvataggi. Aveva solo sei mesi. “Nella mia vita ho avuto tre madri, quella ebrea che non ho conosciuto… quella polacca, che mi ha dato amore e sicurezza… e la terza, Irena Sendler, alla quale devo la vita… Venni portata fuori dal ghetto, nella parte ariana, in una cassetta per gli attrezzi insieme a un cucchiaino d’argento… ho ancora quel cucchiaino c’è inciso il mio nome e la mia data di nascita.
R  – Il momento delle testimonianze nello spettacolo è il momento più intenso. Con Bieta si è creato un rapporto personale. Sono stato due volte a trovarla. La sua famiglia ha ospitato la nostra. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Io sono in debito con Dio, perché vivo grazie alla mia testimonianza.”

D – Bella questa gratitudine, del riconoscimento della sua condizione, della sua vita.
R – Sì, indubbiamente. Ci ha mostrato tante foto della sua vita e della sua famiglia, naturalmente di quella adottiva, perché dell’altra non ha nulla. Ci ha mostrato il cucchiaino, è stato un momento davvero emozionante. Con quella storia lei è un monumento vivente. Ho visto le foto con sua madre, che era una delle staffette di fiducia di Irena Sendler, faceva partorire le donne ebree all’interno del ghetto. In tutto questo, la raccomandazione di Bieta era sempre di ricordare i collaboratori di Irena. Ci volevano dieci persone per portare fuori un bambino dal ghetto. Dieci persone disposte a rischiare la propria vita.

D – E non si sapeva nemmeno come sarebbe andata a finire. Questa fiducia, questo coraggio nel provare – nonostante tutto – mi colpisce tantissimo, perché esprime la vera dimensione umana, un messaggio forte. Donne che hanno agito come levatrici, portando bambini fuori da un anti-grembo che li avrebbe uccisi, permettendo loro di rinascere a nuova vita. Una maternità che va oltre il mero concetto biologico. Ed è stata una storia di successo, perché noi contiamo 2500 bambini, ma ognuno di loro ha avuto una vita, una famiglia, i numeri si sono moltiplicati. Gli ebrei hanno il detto: “Chi salva una vita, salva uno stato”.
R – Esattamente, nel Talmud si dice: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Eppure non era semplice portare via i bimbi. Oltre al distacco affettivo, i parenti ostacolavano la partenza per motivi religiosi, perché con le nuove famiglie cattoliche i bambini avrebbero perso le radici ebraiche. Alcune volte la famiglia chiedeva a Irena di trascorrere un giorno in più con il bambino prima dell’affidamento. Irena tornava il giorno dopo, e spesso non trovava più nessuno, perché già erano passati i tedeschi a portarli via. Di solito a Treblinka.

D – Infatti so che Irena, per tutta la vita, si è rammaricata per quello che non ha potuto fare. Per i bambini che non ha potuto salvare.
R – Sì. Dice: “Avrei potuto fare di più, questo rimpianto non mi lascia mai”. Lei ha salvato 2500 bambini insieme ai suoi collaboratori, ed è un numero grandissimo. Ma se pensiamo che più di un milione di bambini sono morti, ecco che la cifra prende un’altra dimensione. Resta comunque il fatto che sono state salvate anche le generazioni a venire di questi bambini.

D – Roberto, parlaci di Irena Sendler nel dopoguerra: non è tutto finito. Perché?
R – Dopo la guerra Irena non ha avuto una vita facile, per i motivi che sappiamo. Per alcuni anni la figlia le chiedeva: “Ma cosa hai combinato di così grave da stare in questa situazione?” Quando Irena fu riconosciuta, con tutte le onorificenze che le sono state assegnate, il nipote le chiese: “Nonna, cosa hai fatto di bello per essere così importante?”. Mi sono sempre chiesto cosa ha spinto una donna a compiere un’azione di tale entità e la risposta è semplice. Il senso di accoglienza, di umanità, di rettitudine. Moni Ovadia dice che ognuno di noi dovrebbe partire dal comandamento “Ama il tuo prossimo come te stesso”: se così fosse, sicuramente avremmo una società civile molto più umana.

D – Oggi si tende a disperdere questa riflessione su cosa siamo e cosa potremmo essere. Vorrei leggere una frase di Irena Sendler: “Dobbiamo lottare per ciò che è buono. Il buono deve prevalere. Deve prevalere e io ci credo. Finché vivrò, finché avrò forza, professerò che la cosa più importante è la bontà”. Accanto a questa bontà dobbiamo tenere la memoria. I testimoni diretti stanno venendo meno per motivi anagrafici. Quindi è un compito che spetta alle nuove generazioni. Come stai facendo tu. Liliana Segre, neo senatrice a vita, ha indicato la memoria come vaccino all’indifferenza, e oggi non parliamo solo di ebrei.
R – Il dovere di tutti noi. Chi testimonia è egli stesso un testimone. Dobbiamo ricordare, non dimenticare. Non ci facciamo ancora carico abbastanza di tutte le esperienze passate. Bisogna fare una distinzione netta, seppur retorica, tra il bene e il male. Non si può vivere stando alla finestra. Sarebbe un’omissione colpevole.

D – Con la testimonianza prolunghiamo, per certi versi, il progetto di Irena. Arriviamo dove lei non ha potuto arrivare e, in parte, esaudiamo il suo desiderio di fare di più. Noi diventiamo collaboratori. Di qualcosa che va oltre questa singola storia di Irena alla fine. Questa tua testimonianza, Roberto, ti fa onore.
R – Vi voglio lasciare con l’ultima frase di Irena Sendler, proprio per far capire il lato umile di questa donna straordinaria. “Ogni bambino salvato col mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra. E non un titolo di gloria.”

Per chi volesse approfondire, consigliamo la lettura del libro e la consultazione della pagina Facebook che porta lo stesso titolo, Irena Sendler la terza madre del ghetto di Varsavia (cliccando qui, sarete rimandati alla pagina FB).

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