oppure Registrati
Intervista

Maurizio De Giovanni alle Parole di Lilly

a cura di Laura Monteleone

Maurizio De Giovanni alle Parole di Lilly –  La voce inconfondibile di Pino Daniele ci introduce alla chiacchierata con un vero beniamino del pubblico, Maurizio De Giovanni.

Maurizio ho potuto rendermi conto che sei una persona strepitosa, nella tua vita sei riuscito a fare tantissime cose. Mi hai fatto pensare al libro di Neruda “Confesso che ho vissuto”, quanto ti rappresenta questa frase?
La frase molto. Il libro, essendo la storia di un genio, molto meno! Io sono, come tutte le persone, uno che ha vissuto più vite. Separate tra loro, da eventi enormi, fondamentali, belli e brutti. Ero un ragazzo che sognava di scrivere, di fare sport. Giocavo a pallanuoto, ero nel pieno dei desideri e di una carriera anche molto fortunata, poi ho perso mio padre. Aveva cinquant’anni. Io ero il primo di tre figli, e ho dovuto rivedere queste ambizioni, cercando un altro tipo di lavoro che fosse immediatamente produttivo. Così sono entrato in banca, cosa che non avrei mai pensato. Ed è cominciata la seconda vita. Non aveva niente della prima, finito lo sport, finito il sogno di diventare giornalista. Ho accantonato tutto e mi sono dedicato al nuovo lavoro con la voglia di fare bene il mio mestiere. Non è stato un ripiego, mi sono dedicato con tutto me stesso. E ho avuto una carriera positiva e rapida, raggiungendo posizioni di rilievo. Forse perché in banca tendono a promuovere chi non lavora bene e fermano quelli più bravi…. chissà forse io ero scadentissimo e continuavano a promuovermi!!!

Una battuta troppo simpatica, che nasconde delle verità, non è del tutto folle!
Non è del tutto folle, no! Quindi è successo che sono andato avanti così fino a quarantasette anni. Ero già abbastanza grande e tranquillo. Poi i miei colleghi mi hanno iscritto a un concorso di scrittura. Loro sapevano che ero un lettore molto forte, lo sono sempre stato. Mi hanno iscritto a questo concorso per scrittori esordienti, che si teneva al caffè Gambrinus, dove vanno solitamente a prendere il caffè. Mi è giunta una mail di convocazione. Vedevo che loro ridacchiavano…

Tramavano alle tue spalle…
Sì. Per non dargli soddisfazione ho partecipato a questo concorso e l’ho vinto. Ed è nato Ricciardi, che funziona in maniera strana. Ogni volta che qualcuno lo legge mi chiede che altro succede dopo.

Si rimane subito legati ai tuoi personaggi?
Sì. E quindi questa cosa ha cominciato a crescere ed è diventata talmente importante e impegnativa che non mi permetteva di continuare il lavoro in banca. Così ho lasciato, quando è stato proprio necessario, fino all’ultimo ho proseguito….E’ cominciata la terza vita, che è molto rutilante, molto brillante, molto social e molto popolare. Non mi ci ritrovo molto.

Hai imparato a vivere questa dimensione?
La vivo in maniera un po’ turistica. Questo genera sempre sorpresa in tutti, adesso che questi libri sono tradotti in diciotto paesi e parliamo di tre milioni di copie, le cose sono diventate ben diverse, ma tutti si sorprendono a vedere che io mi diverto, vivo senza dare molto peso….

Senza quella serietà un po’ pomposa… che alcuni prendono, anche con molte meno copie vendute!
Vero! Ti dico la verità, per me è come se mi pagassero per respirare. Io scrivo storie e basta. Il mio fine è quello di far passare qualche ora bene a chi legge. Non ho la pretesa di insegnare niente. Invece di dare qualcosa, oserei dire con amore.

Ti giro i saluti dei tuoi fan che stanno seguendo la trasmissione…
Sono felice, io ho un rapporto bellissimo con i miei lettori, loro sentono quanto amore porto a chi condivide le mie storie. Ogni presentazione è un bellissimo abbraccio che io faccio con i lettori.

A questo proposito volevo commentare, io c’ero a una di queste presentazioni e posso testimoniare che i tuoi lettori davvero ti amano, perché si sentono amati, sentono che tu regali una parte di te dentro i tuoi scritti. Sperimentano una lettura empatica, perché la scrittura è empatica.
La lettura e la scrittura sono attività individuali. Non sono immediatamente condivisibili. Non è come andare al cinema o guardare la TV. Questa solitudine della scrittura e della lettura in realtà è un momento di contatto così forte che senti poi il bisogno di condividerlo. Quando i personaggi sono seriali come per Ricciardi, o come per i Bastardi di Pizzofalcone e anche per l’ultima, Sara, tu hai voglia di parlarne e di sentirne parlare. L’incontri con i lettori sono bellissimi, si creano occasioni straordinarie di questa condivisione. A maggio, al salone di Torino avevo la Sala Gialla per incontrare il pubblico. La Sala Gialla sono settecento posti e non solo si è riempita, ma molte persone sono rimaste in piedi. Ho avuto il supporto meraviglioso di Michele Placido e di Maria Pia Calzone che leggevano pezzi di questo libro. Io ho sentito, guardandoli da lontano, un tale silenzio… così profondo, settecento persone!! Un momento incredibile…tu capisci come queste storie possano diventare un bellissimo territorio, un paese di cui diventano cittadini tutti quelli che leggono. Ed è stato un momento meraviglioso, sono stato molto felice al Salone di Torino e naturalmente molto gratificato, mi è spiaciuto per chi non c’era. Avrei voluto vicino a me tutte le persone che amo.

Certamente, per un momento da vivere insieme e condividere, perché raccontarlo non è come viverlo. E a te, che sei un grande uomo e dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, voglio chiedere: quante grandi donne ci sono dietro Maurizio De Giovanni?
Ho la fortuna di averne molte signore, innanzitutto tutte le ragazze delle case editrici, ci sono delle professionalità meravigliose, sono molto fortunato. Sia con Einaudi sia con Rizzoli ho sempre avuto intorno a me donne eccezionali, anche uomini, ma le donne veramente fantastiche. Vorrei ricordarle per nome, ma non vorrei fare torto a nessuno. Poi naturalmente io ho mia madre e mia sorella, che sono due persone di importanza enorme e costante per me. C’è mia moglie Paola, che supporta, condivide e si fa carico della scrittura.

Posso mandarle un saluto speciale? È  lei che mi ha seguito in questo contatto con te infatti.
Persona di una forza enorme, una donna tosta, anche un po’ spigolosa. Poi naturalmente ci sono le donne che ispirano la mia scrittura, che animano le mie storie e entrano a farne parte. Per chi scrive di passioni, scrive di emozioni, scrive d’amore, le donne sono assolutamente imprescindibili.

Posso definire Napoli una donna? Una donna speciale?
Certo la città è femmina, come ho scritto in un mio libro. Lo è perché accoglie, perché nutre, perché respinge e anche perché viene violentata, molto spesso, perché si ribella. Perché ha tutte le lacrime del mondo ma anche tutte le risate del mondo. La città deve esserlo. Qualsiasi città lo è, ma la mia in particolare ha un’intensa personalità, complessa e femminile che si vede chiaramente in ogni sua parte.

È una generatrice ma anche una custode, secondo me.
Sì sì, e poi nutre. Nutre costantemente nel bene e nel male.

Si prende cura. Nutre con le sue storie.
Sì, io dico sempre che Napoli è una madre. Perché è una madre anche invadente, che tu nascondi agli amici, perché un po’ te ne vergogni. Però non cambieresti con nessun altro.

Napoli è madre, quindi il napoletano è figlio due volte. La madre naturale e Napoli.
Assolutamente sì.

Maurizio ti stanno seguendo in tantissimi questa mattina, e non c’è da sorprendersi, perché hai un pubblico che percepisce l’amore e la passione con cui costruisci le tue storie. Sentimenti che generano la verità.
Sì, sono convinto di una cosa. Anche prima quando ero più libero di leggere quello che volevo, adesso devo leggere parecchio per motivi professionali. Credo che la scrittura sia “raccontami una storia”. Credo che sia un tubo, attraverso questo tubo passa un fluido che parte dal cuore dello scrittore e arriva a un altro. Più questo tubo è articolato, più la storia arriverà a una temperatura diversa da quella di partenza. Più questo tubo è lungo e arzigogolato, più strada deve fare questa storia. Quindi l’ideale è tenere questa vicinanza il più possibile. Raccontare con il senso della storia. Mi rendo conto che sto dicendo una cosa impopolare, ma la scrittura poi non è così importante. Vedo che si coltiva molto, corsi e controcorsi, tavole rotonde, incontri, scuole di scrittura degnissime, fatte da persone importanti. Però io credo che meno si elabori, la scrittura, meglio è. Deve tornare a essere uno strumento per raccontare per raccontare la storia. Anche nelle tragedie greche e nella letteratura latina ti accorgi di come le storie sono scritte in modo semplice, eppure sono rimaste eterne. Nelle storie i personaggi devono parlare con la loro voce.

Questa cosa io la vedo nei tuoi personaggi. Ognuno ha una caratteristica, alle volte ti immergi proprio in Napoli, perché ogni personaggio presenta come una trasparenza della città attraverso la sua voce. Ognuno con le sue caratteristiche. Sono personaggi molto concreti, in carne e sangue, se posso dire così, non sono di carta.
Grazie, lo prendo come un complimento bellissimo. I personaggi vincono. Io vedo le loro interazioni come un uomo alla finestra, che guardi muoversi le persone e le riporti all’interno.

Come se tu avessi un punto di osservazione privilegiato. Noto molto il dettaglio nella tua narrazione. Nelle tue storie il dettaglio è come se crescesse e desse vita a tante cose. Sei un osservatore naturale?
Sono un osservatore, certamente. Penso di non inventare le storie. Credo che ci sia un posto da qualche parte dove le storie esistono e qualcuno fortunato ogni tanto può gettare uno sguardo dentro questo luogo e vedere le storie. Sono convinto. E lo scrittore le può manovrare fino a un certo punto.

Concordo, questo limite è vero. Ogni tanto le storie arrivano e quasi ti tormentano se non le scrivi. Io ho iniziato a leggere i tuoi libri e mi sono appassionata. E mi sono affezionata ai tuoi personaggi, perché è come incontrare persone vere, entrare nelle loro vite. Tu racconti questi personaggi entrando nella loro interiorità, descrivendo le loro situazioni, i loro sentimenti contrastanti, si trova molto la fragilità.
Sì, è così, e questo spiega anche la serialità. Nel senso che quando poi lo scrittore stesso si affeziona a questi personaggi è naturale che li voglia raccontare ancora, li voglia seguire ancora. Quando lo scrittore stesso vorrebbe sapere che succede ancora, diventa naturale raccontarlo.

Comunque hai una fantasia esagerata, o un accesso facilitato a questo luogo delle storie!
Be’, io sono napoletano, nulla facilita come Napoli nell’inventare storie. Napoli racconta talmente tante storie belle, è così stretta, così compatta, così sedimentaria, quindi la gente è vicina, si parla gesticola e si muove costantemente. Quindi è impossibile non avere storie in questa città.

Nei tuoi personaggi si vede questa caratteristica, non sono fatti solo di parole. Io la chiamo archeologia invisibile. Un modo altro di descrivere la città, attraverso questa mimica quasi impercettibile dei tuoi personaggi che tu comunichi benissimo, infatti il lettore la recepisce perfettamente. Quasi una sceneggiatura e forse anche per questo che le tue storie si prestano così bene alla trasposizione televisiva.
Certo il lavoro anche lì è complesso, si avvale della collaborazione di tanti esperti. Io mi limito a inventare le mie storie e cerco di tirarmi indietro per quanto posso. È un lavoro diverso, quello della sceneggiatura. Sono ben contento di potermi mettere al computer a inventare in grande libertà, magari in tuta e spettinato, con la barba lunga. È la parte più bella. A valle di questo lavoro ci stanno tutti gli altri, dagli sceneggiatori, agli attori, ai costumisti e così via, che in qualche modo dipendono dall’invenzione di questo tizio in tuta che ha inventato la storia. Per me una vera fortuna.

Come dicevi prima è questa forza di Napoli, nella sua potenza creatrice, che stimola a generare storie?
Sì. Pensa che mi chiedono spesso, soprattutto all’estero, di inventare storie ambientate da un’altra parte. Ma io spiego sempre che non è possibile. Io ho tutte le città possibili qui. Napoli ha la tempra e l’ostilità che c’è in Sara, la comunicabilità rumorosa e affettuosa che c’è in Ricciardi, ha la sovrapposizione di ingranaggi che ruotano in maniera asincrona, come nei Bastardi di Pizzofalcone. Ho tutte le possibilità.

Anche volendo non ti puoi spostare altrove.
No, non avrebbe senso farlo.

Parlando del momento d’oro che sta vivendo il genere giallo in Italia. Qualche considerazione in merito.
Sono molto contento del momento d’oro che sta vivendo il romanzo nero italiano in generale. Tu sai che ci sono molte distinzioni all’interno del genere, del  “crime”. Thriller, poliziesco, il legal thriller, il medical thriller. Ci sono moltissime sfumature all’interno di quello che noi chiamiamo giallo facendo riferimento alle copertine dei gialli Mondadori. Io direi che il maestro Camilleri abbia costituito una rivoluzione. Diciamo che Camilleri è il motivo per cui il romanzo nero italiano sbarca nelle librerie e scala con grande velocità, fino ai primi posti in classifica. Fino a dieci anni fa c’erano i nordici, gli anglosassoni e perfino i francesi, che accedevano ai massimi posti. Oggi invece c’è il romanzo nero italiano ai massimi posti della classifica. Posso citare almeno una ventina di scrittori che escono costantemente e immediatamente vanno ai primi posti della classifica. Questo dipende dal fatto, secondo me, che il romanzo nero oggi sia l’unico vero romanzo sociale. È il romanzo della strada, il romanzo che spiega quello che succede in strada. L’altra letteratura mainstream fa riferimento ai rapporti familiari, ai rapporti sentimentali. Quello che invece racconta la strada, racconta anche i luoghi, le città, è il romanzo nero. Non è un caso che ci sia una fortissima regionalizzazione nel romanzo nero. Tu, se fai mente locale, puoi trovare dei riferimenti di scrittori per le singole regioni. Hai modo di raccontare il luogo. Questo modo di raccontare i luoghi lo ha solo il romanzo nero. Quindi il romanzo nero risponde alla voglia della gente di sapere di più del posto in cui vive, e anche degli altri posti. Io credo che i miei romanzi abbiano tanto successo per il fatto che io racconto ciò che succede in questa città. E lo racconto con un approccio meno stereotipato di quello che si pensa la gente voglia sentire. Non parlo mai di camorra, per esempio. Non perché sono negazionista, parlo di delitti passionali in un luogo dove le passioni sono fortissime.

Hai citato tantissimi autori (Massimo Carlotto, Marilù Oliva, Gabriella Genisi, Antonio Manzini, Bruno Morchio, Enrico Pandiani, Gianrico Carofiglio, Carlo Lucarelli) che si muovono nel territorio del romanzo nero italiano. È finalmente arrivata una rivincita della nostra identità letteraria?
Direi proprio di sì, e per fortuna.

Per essere un bravo scrittore devi prima essere un fortissimo lettore.
Credo che la pretesa di scrivere senza leggere sia pari alla pretesa di voler giocare in serie A, senza aver mai visto una partita. Leggere è primario, ti crea il territorio, la dimensione, senza la quale non è possibile pensare di scrivere.

Come un campo che devi coltivare. Questa che sembra una verità scontata, oggi non lo è affatto, anzi va riproposta in una maniera convinta e sicuramente piacevole. La lettura deve essere un incontro, e in particolare la lettura ad alta voce, ti fa entrare in una dimensione differente.
Non c’è dubbio. I reading sono un territorio poco frequentato da noi. Si preferisce fare queste presentazioni in cui si chiacchiera del libro. È sbagliato. In tutto il mondo le presentazioni si fanno con dei brani scelti, dal libro. Magari accompagnati dalla musica. La gente deve ascoltare il libro come uno spettacolo. La prossima presentazione che farò del libro di Ricciardi, il 2 luglio, nei Giardini di Palazzo Reale, a Napoli alle 19.00, la farò in forma di spettacolo. Letture e dialoghi con un attore e due musicisti, perché la gente deve divertirsi.

Devono esserci entrambe le dimensioni, lettura e dialogo.
Certo. In coda al reading lo scrittore risponde alle domande del pubblico. Credo che si debba aprire alle domande del pubblico, dopo aver ascoltato il libro.

La lettura è importante per la vita. I giovani, e non solo loro, esposti alla lettura scoprono molto di più di sé stessi.
La lettura è l’alimentazione dell’immaginazione. Per inventare qualcosa che non esiste si deve immaginarla. Per immaginare, l’immaginazione va allenata, e l’allenamento consiste nella lettura. La lettura è funzionale al miglioramento della vita, e anche della vita collettiva. Credo fermamente che il fatto che le donne, che maggiormente leggono narrativa, vengano tenute incolpevolmente a distanza dei luoghi delle decisioni e del potere sia uno dei motivi per cui non riusciamo a migliorare come paese. Le donne che sono lettrici di narrative, vanno inserite in quei luoghi dove è necessario usare intelligenza e immaginazione.

Grazie di questa sottolineatura, che detta da un uomo è più efficace che detta da una donna, per ovvie ragioni. Certo che accogliere il punto di vista femminile porterebbe a una completezza di sguardo produttiva. Le donne in effetti hanno capacità decisionali, abilità nell’operare scelte e capire le situazioni, anche grazie all’esperienza pregressa di dover fare tante cose contemporaneamente. In qualche modo si sviluppa la capacità sul campo, oltre ad essere innata probabilmente.
Ma parliamo del commissario Ricciardi. Per la gioia dei tuoi lettori innamorati di queste storie sta per uscire un nuovo romanzo a lui dedicato.
Sì, come dicevo sarà presentato il 2 luglio in questo luogo meraviglioso che sono i Giardini di Palazzo Reale, che meno vengono visitati dai turisti, paradossalmente. Mi sono permesso di invitare tutti i miei lettori per mostrare questa parte bellissima della mia città. Per quanto riguarda Ricciardi, devo dire che quando scrivi di un personaggio seriale hai due opzioni. O lo lasci sempre fermo com’è, ed è la scelta che ha fatto Simenon con Maigret. In questo caso puoi scrivere quante storie vuoi, perché il personaggio è la cornice. Oppure fai la scelta che ho fatto io con Ricciardi, ma pure con i Bastardi, cioè quella di far succedere delle cose a questi personaggi, nel frattempo, e queste cose che succedono devono avere una fine, come le altre cose che accadono nelle storie. Questa conclusione l’ho fissata per Ricciardi nel prossimo libro che sarà il dodicesimo. Questo è l’undicesimo quindi prepara la conclusione, succedono molte cose, sono molto contento di questo libro. I personaggi mi hanno raccontato una bellissima storia, sia di sé stessi che degli altri. Ho una punta di malinconia per dover lasciare questi personaggi, ma sono felice per i lettori, perché non rimarranno delusi. Il titolo è “Il purgatorio dell’angelo, confessioni del commissario Ricciardi”. Un titolo che già racconta molto, della sua vita e della sua storia.

Bella questa tua malinconia, fa percepire il tuo coinvolgimento, quasi i tuoi personaggi fossero persone reali. Hai una relazione affettiva con loro.
Sì, è come essere all’interno di un condominio da molti anni. Quindi col tempo conosci le case di tutti, conosci le persone. Le incontri, ci sono quelli simpatici, antipatici, quelli a cui ti senti più legato, quelli che hai perduto nel frattempo. Quelli arrivati di recente. Voglio molto bene a tutti i miei personaggi.

Anche perché senza questa concretezza forse non avresti la lucidità di seguire ogni singolo aspetto delle storie, ogni dettaglio, in modo separato e poi invece tutto insieme.
Non avrei questa capacità. Mi avvalgo di straordinari collaboratori che mi tengono ben insieme le cuciture della storia. Se dovessi cadere in contraddizione c’è qualcuno che ripara, immediatamente.

I tuoi libri infatti sono molto corposi, e sono tanti diversi.
Vero. Siamo all’undicesimo Ricciardi. Ci sono sette Bastardi di Pizzofalcone, c’è Sara. Ci sono dei racconti che diventeranno anche libri. I Guardiani. Poi ci sarà un libro per Sellerio in uscita a settembre, su un personaggio presente in alcuni racconti. È un mondo. Anzi più mondi che si sovrappongono nella testa, nemmeno molto spaziosa, quindi devo tenere tutto a bada!

Un’osservazione riguarda la tua capacità di scrivere con il dono della velocità. In fondo tutte queste cose che tu hai elencato le hai scritte in una manciata di anni.
Sì poco tempo. Risale al 2007 la prima pubblicazione con Fandango. Quindi undici anni. Ventuno romanzi e sette racconti a firma singola. Più “enne” racconti all’interno di antologie. Articoli per i giornali. Ho lavorato molto, diciamo che rompo un po’ lo stereotipo del napoletano pigro.

Ringrazio di cuore Maurizio De Giovanni, per la generosità e la disponibilità. Un vero piacere aver potuto dialogare con lui, lasciandoci condurre nella genesi pura delle sue storie. Tra i profili dei suoi personaggi, vestiti dalle mani innamorate di un sarto perfetto, avaro di giudizi e capace di eclissare i loro difetti, esaltandone le virtù.

La pagina FB de Le parole di Lilly

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati
Text selection is disabled by content protection wordpress plugin