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Intervista

Naboheme

a cura di Simone Pozzati

Naboheme è una rappresentazione che intreccia danze tribali, musiche coinvolgenti, sguardi d’intesa ed energia del corpo, dando vita a uno spettacolo dove il fuoco diviene il protagonista indiscusso. La fiamma è spinta di vita catalizzata da un respiro capace di forgiare lo spirito dell’artista, al contempo è eterna metafora di rinascita. Il Fuoco sacro. Antico quanto il mito della fenice che silenziosamente attraversa tutte le culture. Fuoco che distrugge, che tutto incendia, fuoco che alimenta e dissipa anche l’ultima speranza.O anche spinta verso quell’eudaimonia tanto celebrata dalla cultura ellenistica, volta a raggiungere l’autorealizzazione. Ma tra tutti i brucianti ardori il più invisibile è senz’altro l’amore, quello lungamente decantato nelle liriche dei poeti, da Dante a Baudelaire. Naboheme - proprio come rievoca il nome stesso – è uno show itinerante che celebra la vita dissoluta, nomade e gitana degli artisti bohémien e che attraversa piazze e belvederi per portare un messaggio chiave: riscoprire il proprio fuoco significa dar vita e regalare luce a tutto ciò che ci circonda.
Mangiafuochi, spirali di luce e vorticose danze sono solo alcuni degli elementi che trasportano lo spettatore altrove. In un luogo senza tempo, dove la donna diviene custode di profondi segreti, avvicinandola alla terra ma elevandola al divino in quanto portatrice di vita.
Ora conosciamo meglio Giusi Boemio e Giovanna Napolano, le due giovani ideatrici di questo gioco tra tenebra e luce.

D – Il vostro spettacolo ha un sottile legame con la letteratura, ce ne parlate?
Giovanna: Non c’è un legame con la materia letteraria in sé, piuttosto sono i significati complessi che si rivelano nelle giuste parole ad affascinarci. Naboheme incontra la letteratura quando le cose da dire sarebbero troppe e quindi si creano metafore per esprimersi oltre il significato oggettivamente percepito.
Giusi:Il fuoco, come uno dei quattro elementi naturali, e la sua conoscenza hanno segnato in modo profondo l’intera evoluzione dell’uomo e del suo rapportarsi con il mondo che lo circonda. Naboheme non nasce da un’idea letteraria precisa, ma nel senno di poi esiste inevitabilmente una connessione con il proprio percorso culturale. “La luna e il falò” è un romanzo che ha segnato parte della mia adolescenza: lì il fuoco ha un’altra vita, si trasforma in falò come metafora di come tutto si confonde e si sgretola in fiamme, il falò tocca la luna come se si parlassero, in sé è la storia tragica di una giovane della quale non dovevano rimanere tracce: ma il fuoco che distrugge lascia cenere che rivela, il fuoco affascina, è ricco di interpretazioni e chiavi di lettura differenti eppure tutte valide…

D – Cosa racconta Naboheme?
Giovanna: Naboheme è la fusione della napoletanità, quindi dell’improvvisazione scaltra, e dell’arte fatta di poco degli artisti bohémien. Abbiamo le idee molto chiare sul nostro spettacolo, ma le adattiamo ogni volta allo spazio che ci accoglie, quindi generiamo sempre uno spettacolo diverso. Non esiste una location perfetta, come non può esistere uno spettacolo perfetto. Tutto si trasforma continuamente, l’unica variabile fissa è la nostra sinergia nello scambiarci sguardi e movimenti per emozionare e incuriosire le persone.
Giusi: Naboheme è un connubio di due anime che, incontrandosi, si sono scoperte in sintonia, due donne che giocano in una dimensione altra e una fiamma intorno alla quale ruotano la passione, la dedizione e la voglia di far emozionare chi ci guarda, in ogni dove.

D – Il nome Nabohème a cosa è dovuto?
Giovanna:Per un anno non abbiamo avuto un nome, ci esibivamo solo perché funzionava, non eravamo neanche amiche. L’amicizia/Amore tra noi due è nato con il tempo: inizialmente i nostri rapporti erano di puro interesse e nessuna delle due ne faceva mistero. Poi abbiamo capito che, senza l’altra, gli spettacoli erano belli a metà e ci siamo quindi unite sotto un nome che rappresentasse la nostra filosofia. Analizzandoci, il caso, se esiste, ha voluto che due cognomi come i nostri si incontrassero, ed ecco che da Napolano e Boemio è nato Naboheme.
Giusi:Volevamo un nome, una parola che ci identificasse, ma allo stesso tempo potesse esprimere un pensiero preciso.Banalmente abbiamo giocato con i nostri cognomi e pian piano ci siamo rese conto che erano davvero un incastro perfetto, una storia già scritta.Cosi il nome Naboheme nasce per ricordare noi, la nostra terra, Napoli, e per omaggiare la vita dissoluta, nomade e gitana degli artisti bohémien…

D – Ci parlate del legame con la cultura bohémien?
Giovanna:Gli artisti bohémien erano quelli ai margini della società per ragioni economiche o sociali; noi spesso siamo state spesso ghettizzate perché donne e le offese non sempre sono arrivate dagli uomini. Spesso abbiamo contrastato pareri e giudizi offensivi sul nostro aspetto fisico, in quanto non veramente abili ma fortunate nell’aspetto fisico, una caratteristica a tempo determinato. Il mondo dell’arte di strada in Campania è spietato, poco umile, vile per molti versi e molto piatto per certi altri. Le occasioni di confronto si riducono al minimo e tutto si basa sulla rappresentazione di sé: raccontare quanto lavori, fotografare i soldi nei capelli, offendere pubblicamente le persone con le quali non si è in sintonia. Spesso chiudersi a sviluppare nuove idee è l’unica ragione per continuare a creare. In Campania, nell’arte di strada, tutti ghettizzano tutti, quindi tutti siamo un po’ artisti bohémien.
Giusi: bohémien è uno stile di vita che identifica un bisogno di libertà, la necessità di rompere schemi preimpostati di una società che imprigiona l’immaginazione, la fantasia; per tali motivi gli artisti erano mal visti o derisi, perché semplicemente non compresi. Inevitabilmente l’animo di chi vive la contraddizione eterna tra individuo e artista ha un legame forte con tale cultura, cosi Naboheme . 

D – Cosa rappresenta per voi il fuoco?
Giovanna:Il fuoco riesce a creare atmosfere uniche. Più è buio, più il fuoco riesce ad avere un ruolo dominante. Le mie foto più belle sono con il fuoco, rivelano una parte di me strana che, allo specchio, di giorno, non ho mai visto. Il fuoco è una magia per me e lo rispetto perché, nonostante dialoghiamo da anni, temo sempre di potermi far male.
Giusi:Il fuoco – a poterlo descrivere – direi che è qualcosa di familiare, l’elemento di sicurezza in cui mi ritrovo, di cui ho paura, ma allo stesso tempo voglia di conoscere sempre più. Controllare il fuoco e lasciarsi guidare da lui è un gioco senza fine, l’intrinseca contraddizione del fuoco, che distrugge ma allo stesso tempo protegge, mi rappresenta: il fuoco è parte di me…

D – Qual è il messaggio che volete trasmettere?
Giovanna:non ho missioni né messaggi, m’interessa la sinergia che creiamo, sempre intensa e sempre diversa. Non voglio cambiare il mondo con una performance, voglio solo conoscermi meglio e condividere con chi ha voglia di apprezzare qualcosa di mistico.
Giusi: il fuoco ha varie interpretazioni. La storia che raccontiamo può essere letta in base alla propria personalità, alla propria vita, ma di sicuro la volontà risiede nel comprendere che non bisogna mai mettersi al di sopra, in termini di supremazia, verso nessuno.  Conoscere chi ti è di fronte può solo accrescere te stesso e dare davvero una luce differente a ciò che ci circonda.

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