Narrativa

A cosa servono i gatti

Nori Paolo

Descrizione: Ci sono periodi in cui avresti voglia di comprare un'affettatrice, un prosciutto, sedici pacchi di pan carrè e otto tubetti di maionese, tornare a casa, mangiare, andare a letto, svegliarti, mangiare, andare a letto. E ti ritrovi il lunedì sera, sdraiato con una scarpa sì e una no, a guardare su YouTube delle cose che proprio non ti interessano. E in quei giorni ti viene spesso da chiederti: ma sta andando tutto bene o tutto male? Che cosa vuol dire incidere sulla realtà? E soprattutto: a cosa servono i gatti?

Categoria: Narrativa

Editore: Terre di mezzo

Collana: Narrativa

Anno: 2021

ISBN: 9788861897588

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Guardo il mio gatto Leo mentre si accovaccia con me sul divano e – raggiunto dalle sue fusa rumorose e gorgoglianti – mi domando A cosa servono i gatti

Guardo Leo dritto negli occhi di giada e gli parlo con ironia: «I cani fanno la guardia o vanno a caccia. Le galline ci danno le uova, le mucche il latte. Del maiale non si butta nulla, dice il proverbio. Ma voi, che appartenete a una dinastia tanto nobile nel portamento quanto altezzosa nel comportamento, voi a cosa servite?»
Leo strizza i suoi occhi verde smeraldo, ho letto che questo gesto equivale a inviarmi dei baci.
Allora intuisco A cosa servono i gatti ma la risposta è fin troppo romantica, ha a che fare con la purezza dell’amore disinteressato:
«Non ti starò idealizzando?», gli domando incantato e, per tutta risposta, ricevo un’altra istrionica e demagogica strizzata di occhi.

Sapere che uno scrittore divertente del calibro di Paolo Nori se ne è occupato, di A cosa servono i gatti intendo dire, mi intriga. E allora me lo procuro, A cosa servono i gatti di Paolo Nori, con illustrazioni di Andrea Antinori (“Noi quando succedevano questi piccoli disastri, davamo la colpa agli Antinori”) e lo leggo, fianco a fianco con Leo che, acciambellato, dorme il sonno degli innocenti, forse confidente che io, in quel testo che ha lo spessore di una favola, troverò risposta al famoso quesito-ritornello, A cosa servono i gatti

Ben presto giunge la prima rivelazione di Nori ed è un piccolo colpo di scena: “Che poi, il mio gatto, era una gatta, anche se, poverina, aveva un nome da gatto, che poi era un nome da uomo, si chiamava Learco”.

Ma io sono alla ricerca di ben altre risposte, che non siano soltanto di tipo negativo (“I gatti, come Fufi, per dire, se te sotto casa hai un parco, non servono mica a usare un parco, come servirebbe un cane, se tu avessi un cane”) o omissivo (“Io quando andavo in giro, a Milano, a Torino, nei parchi, sui palchi, io passavo dei giorni che io Fufi non lo vedevo… Se avessi avuto un cane non avrei potuto non pensarci”).

Accarezzo Leo che, pur dormendo, inarca il dorso, mentre nelle pagine Nori celebra in modo irrituale il suo gatto (“Che poi ogni tanto lo chiamavo anche Avvocato”) e quello della nonna:

Mia nonna, gli ultimi tempi aveva una gatta che si chiamava Agostina, anche se, in casa, la chiamavan tutti Gosta.
Questa cosa si chiama aferesi, credo.
Fa chiamare l’adunata Dunata, l’amante Mante…
Il contrario è la prostesi…”

tra un impegno letterario (“Ne parlavano tutti, di questo fatto di incidere sulla realtà”) e l’altro (“Oblomov, per dire, si era perso da qualche parte della scrivania, là in fondo, a destra, nell’angolo, era lì a prendere della polvere, erano ormai dieci giorni che non lo toccavo”).

La famosa domanda – A cosa servono i gatti - aleggia ancora sospesa a mezz’aria, ma richiede un’opportuna contestualizzazione (“Mia nonna era nata in degli anni che i gatti, e i cani, non ci si badava tanto. Non c’erano le crocchette, per dire…”) rispetto ai tempi che cambiano velocemente (“A mia nonna non ci credevo tanto perché ogni tanto faceva sparire un cane, o un gatto”).

A un certo punto anche Paolo Nori sembra accogliere la risposta sentimentale, enfatizzata dalla situazione di crisi esistenziale in cui versa (“E quando le cose andavano male, e le cose andavano piuttosto male, mi veniva su una tenerezza, per me, per la mia vita insensata, che non avrei saputo dire se fosse stata un bene, un male, oppure niente”), ma il gatto  si oppone a questa risposta con ostinazione (“E sapeva miagolare in un modo che non sembravano miagolii, sembravan dei versi gutturali, o rumori di freni, tamburi, quando son consumati. E io pensavo di non avergli cambiato la sabbia…”).

Oramai mancano poche pagine e la risposta alla famosa domanda (“E i gatti, a cosa servono i gatti?”) non si intravede ancora.

Ma Paolo Nori non è scritture che delude e, finalmente, a pagina 56 risponde… e l’esito è lì, incontrovertibile, glielo spiffero a Leo, facendomi beffe di lui, ma non rivelo nulla ai potenziali lettori, amanti dei gatti o anche agnostici, perché spifferare la risposta non è deontologico e si chiama spoiler!

Bruno Elpis

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