Letteratura americana

A ovest di Roma

Fante John

Descrizione: Quattro figli scansafatiche dediti alla marijuana e alla musica di Frank Zappa, una moglie annoiata, una gloriosa casa a forma di ipsilon sulla costa dell’oceano: la vita di Henry Molise, scrittore cinquantenne in crisi di ispirazione, sembra destinata a una quotidianità prevedibile fatta di litigi e rappacificazioni domestiche, quando una sorpresa – un vero dono dal cielo – si unisce alla sgangherata famiglia: un gigantesco cane testardo e ottuso il cui nome è una iscrizione sepolcrale: STUPIDO. Con lui il tran tran di Molise scivola verso un’allegra e tenerissima catastrofe.

Categoria: Letteratura americana

Editore: Einaudi

Collana: SiperET

Anno: 2019

ISBN: 9788806240974

Recensito da Elpis Bruno

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A ovest di Roma di John Fante

Henry J. Molise, coniugato con Harriet (“La mia Harriet aveva resistito venticinque anni accanto a me e mi aveva dato tre figli e una figlia, ognuno dei quali, o tutti e quattro, avrei senza rimpianti scambiato per una nuova Porsche”) ha quattro figli: Dominic (“Dominic… Ricordi, o Gennaro, come distrusse la mia T-Bird?… Era un tipo assolutamente imprevedibile aveva abbandonato l’università per andare in Marina. Ora era un macchinista, guadagnava diecimila l’anno, che non gli bastavano nonostante li spendesse tutti per sé…”), Dennis (“Dennis, il mio secondogenito, l’attore… Era entrato nelle riserve dell’esercito due anni prima per evitare la leva”), Tina (“Rick Colp, l’ex marine, con il suo furgone Volkswagen stava riportando a casa mia figlia Tina”) e Jamie (“Era il migliore dei miei figli. Non fumava erba, non beveva, non si faceva donne nere e non voleva diventare un attore… Aveva diciannove anni, aveva ottenuto il rinvio militare per meriti scolastici ed era un mago della matematica con un brillante futuro”).

Con la moglie vige un rapporto altalenante: scandito dalle fughe di lei (“Il suo ritegno aveva un limite, passato il quale lei se ne andava… In presenza di sua zia, mi inginocchiai e la supplicai di tornare a casa”), alle quali assistono i figli (“Ti lascia, papà”) e il mal di stomaco (“Sentivo che il solito dolore al duodeno stava tornando, la fitta che mi attanagliava sempre prima di un incontro con un produttore… Era il pensiero di Harriet che se ne andava e dello sfibrante processo per farla ritornare”), un rapporto frammisto di complicità (“Cercavamo di evitare un argomento che ci pesava moltissimo sul cuore, ovvero l’indipendenza dei nostri figli… Quando immergevamo la lingua nell’alcol, specialmente nel vino, Harriet e io davamo il meglio di noi in un gioco crudele…”) e con qualche impennata dei sensi (“Un marito chiede di fumare un po’ di marijuana con sua moglie e lei ha paura… Era stupro, il suo essere indifesa mi risucchiava in un delirio orgiastico… Fu l’avventura più mozzafiato.. quando la mattina si svegliò, non ricordava niente”).

Naturale che di fronte a tanta insoddisfazione (“Chi era quella donna?… Quanto di lei e quanto poco di me era stato trasmesso ai nostri ingrati figli?… Quelli non erano figli miei. Erano solo quattro spermatozoi ai quali era stata tesa un’imboscata in qualche oscura tuba di Falloppio”), il desiderio di rivincita e/o di evasione nel ritorno alle origini italiane siano i motori delle azioni di Henry Molise.

Così, il ritrovamento di un cane (“Credo che sia un orso”) di grosse dimensioni (“Era una pecora… È un leone… Ed era proprio un cane…”) in una notte di pioggia battente, nonostante un inizio difficile (“Non hai nessun orgoglio di razza?”) e una caratteristica stravagante dell’animale (“Aveva un’altra erezione… Vorrei poterlo fare anch’io”) si trasforma (“Il matrimonio abbruttisce l’uomo. E così l’essere padre. E così la disoccupazione. E i cani”) in occasione di riscatto che passa attraverso l’identificazione della razza (“Quello lì è un akita”), la scelta del nome (“Stupido. Quel nome gli andava alla perfezione”), l’assegnazione ideale del cane a Jamie, il figlio ritenuto migliore (“Mi piacevano i ragazzi che dormivano con i cani”) in modo istintivo e illusorio (“Ho lasciato la scuola. Non l’hai lasciata, ti hanno buttato fuori”), e… la vendetta sullo spocchioso vicinato (“Point Dume era un paese di cani, il paradiso canino per doberman, pastori tedeschi, labrador, boxer, alani e dalmata”). Una rivincita attuata dal cane, che umilia il miglior esemplare dell’aristocratico vicinato (“Rommel… era il sovrano assoluto dell’impero canino di Port Dume”) sotto l’impulso di istinti canini ambigui (“È un finocchio, papà”), ma tenaci (“Ringhiando disgustato, Rommel si dibatteva per liberarsi da quell’assalto osceno… e trascinava il sedere per proteggerlo. Ora sapeva che il suo avversario era un perfido mostro con intenti depravati…”).

Sapevo bene perché volevo tenere quel cane… Ero stanco di sconfitte e fallimenti. Ero affamato di vittoria… Stupido rappresentava la vittoria, i libri che non avevo scritto, i luoghi che non avevo visto, la Maserati che non avevo avuto, le donne che desideravo…”

Intanto le vicende familiari procedono nel ranch a ipsilon sull’oceano in un contesto sospeso tra presagi (“La pioggia ricominciò, e si rovesciava sul tetto inclinato, e mi piacque, perché significava denaro, abbondanza, innaffiava la nostra proprietà e riduceva il rischio di incendi”), comicità grottesca (“Una piccola fox terrier mi abbaiò da dentro una Mercedes coupé… Mi avvicinai alla macchina e le feci una linguaccia… Prendendo la mira le sputai sui muso”), rivalità puerili (“Rick Colp aveva mangiato più di mille uova e settanta chili di prosciutto dal mio frigorifero… Risolsi il problema comprando… scotch Bonnie Lassie a sette dollari il mezzo gallone e mettendolo in bottiglie vuote di Cutty Sark”) e qualche pennellata di poesia (“Il mare era una grande torta di mirtilli e il cielo era brillante come il manto della Madonna”).

Mentre lievita il sentimento per il cane, ricompare la pulsione creativa (“Lui mi faceva bene. Dopo un mese dal suo arrivo iniziai un romanzo… Scrivere sceneggiature era più facile ed era più remunerativo… La formula era sempre la stessa: botte e sesso”).

E se Dennis (“Ma è un buon tema… Hai mai provato a leggere una commedia di Shaw?”) riesce a evitare la leva (“Era stato riformato… Denny… il suo carisma era una bandiera che garriva al vento.. Era stato così già dal primo sperma che era risalito per la tuba di Falloppio e che era arrivato nell’ovaio dove si era formato lui”), Jamie parte (“Abbiate cura del mio cane”), lasciando Henry nel dubbio sul da farsi (“Dopo tutto non era un gran cane. Era un vero schizofrenico. Aveva terrorizzato Rick Colp. Aveva morso Denny. Era saltato addosso a Galt ed era probabilmente responsabile della chiamata di Jamie. Verso di me si dimostrava freddo e indifferente”) e con il solito desiderio riaffiorante (“Mi tornò l’antica smania di abbandonare la famiglia”) e vago (“Ero stufo di quella grande casa. Che senso hanno le stanze vuote e un giardino vasto come un parco se nessuno ci cammina? Che senso hanno gli alberi se non ci sono cani che ci pisciano sopra?”) di tornare A ovest di Roma, lì a sfidare un epilogo ammiccante e aperto tanto alla fuga quanto alla permanenza (“Amavo quella maledetta Porsche. Era un bull terrier con le ruote”).

Quanta (auto)ironia nella scrittura di John Fante!

Bruno Elpis

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