Narrativa

Accabadora

Murgia Michela

Descrizione: La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull’orlo del precipizio. Maria ha sei anni ed è appena diventata «figlia d’anima» dell’anziana Bonaria Urrai, secondo l’uso campidanese che consente alle famiglie numerose di compensare le sterilità altrui attraverso una adozione sulla parola; il patto tacito è che la figlia acquisirà lo status di erede, ma in cambio promette di prendersi cura della madre adottiva nei bisogni della vecchiaia. La bambina è inizialmente convinta che Bonaria Urrai faccia la sarta, e infatti le giornate sono segnate dallo scorrere nella bottega casalinga di una umanità paesana, fatta di piccole miserie e di relazioni costruite di gesti e di sguardi, molto piú che di parole. Accettata come normale dal paese, l’adozione solidale tra la vecchia e la bambina si consolida malgrado lo sfaldarsi circostante delle antiche certezze. Attraverso lo sguardo privilegiato della bambina che cresce, le contraddizioni tra il vecchio e il nuovo emergono via via piú evidenti: nell’esperienza della scuola dell’obbligo, e in quella del confronto tra la fede cristiana e i retaggi di una religiosità assai piú antica nel tempo. Sarà l’imprevista rivelazione del segreto peccato collettivo dell’accabadura – la fine violenta e pietosa a cui Bonaria è incaricata di sottoporre gli agonizzanti in fin di vita – a infrangere l’armonia tra le due donne, costringendo entrambe a fare i conti tra l’etica millenaria di una società morente e i nuovi valori che l’incalzano.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Anno: 2009

ISBN: 9788806197803

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Maria Listru è figlia adottiva (“fill’e anima”) di Tzia Bonaria Urrai, la Accabadora di Michela Murgia.
Rifiutata dalla madre naturale (“Non l’avessi avuta mai, che lo sa il cielo se tre mi sono sufficienti nella mia condizione…”) con una sorta di “aborto retroattivo”, viene accolta nella casa dell’anziana donna che conduce una doppia vita: artigiana durante il giorno (“Per qualche tempo Maria pensò che Tzia Bonaria facesse la sarta”), di notte misteriosa interprete di un ruolo (“La prima volta che Maria si accorse che Tzia Bonaria usciva di notte aveva otto anni”) che la vita, una delusione amorosa (“Quelle parole … le aveva già sentite molti anni prima, quando… c’erano ancora un bosco e una gioventù da investire in promesse”) e le regole non scritte del villaggio sardo di Soreni le hanno assegnato.

Nell’occasione della morte di Nicola Bastìu, rimasto storpio durante una faida causata da un litigio sui confini dei poderi, Maria scopre il segreto e la storia (“In quella prima e amara scuola di fatto, la figlia di Taniei Urrai apprese la legge non scritta per cui sono maledettte solo la morte e la nascita consumate in solitudine…”) che soltanto lei ignorava, ha una reazione di rifiuto e fugge a Torino per assumere il ruolo di bambinaia dell’enigmatico Piergiorgio e della viziata Anna Gloria in una casa borghese che non esiterà ad abbandonare quando dall’isola giungono notizie sulla salute della vecchia Tzia Bonaria.

Durante la lunga agonia della accabadora, Maria avrà modo di riconsiderare il suo giudizio (“Il dubbio di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto”) sul ruolo svolto da Tzia Bonaria (“Credi davvero che il mio compito sia ammazzare chi non ha il coraggio di affrontare le difficoltà?”), incontrando nuovamente l’amico d’infanzia Andrea Bastìu.

Il romanzo è potente per il tema ad alto contenuto emotivo, per le descrizioni delle atmosfere luttuose (“Gli uomini attendevano fuori che l’ostensione del dolore cessasse di essere rappresentata”) e per la rappresentazione viva della mentalità (“No, Maria, il lutto non serve a quello. Il dolore è nudo, e il nero serve a coprirlo, non a farlo vedere”), del tessuto sociale e dello spirito collettivo della Sardegna rurale degli anni cinquanta.

Bruno Elpis

Qui il sito personale dell’autrice.

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