Saggi

Alighieri passatemi il sale

Pischedda Anna

Descrizione: Cosa si mangiava nel Medioevo? E perché? Cosa è rimasto di tutto ciò nell'alimentazione di oggi? La storia del cibo è una storia affascinante perché, come quella del pensiero, ricca di scoperte e di imprese anonime, ma non per questo meno importanti. Dall'alimentazione romana alla corale conversione del mondo mediterraneo verso la carne, si rende in questo libro pian piano evidente come gli uomini si adattino spesso e con rapidità a cambiare i loro gusti. Una curiosa e interessante vicenda collettiva che ci trascina fino ad approdare al Medioevo,tra gusti, odori e aspetti del cibo e dell'umanità sempre diversi.

Categoria: Saggi

Editore: Effequ

Collana:

Anno: 2011

ISBN: 9788889647592

Recensito da Laura Barbieri

Le Vostre recensioni

Per quocere ova nello spedo. [S]chalda molto bene el spedo e ficha lova dentro pel lungo ho per traverso come ti piace e falle voltare al fuoco amodo di arrosto e quando ti paiono cotte chavale fuora e mandale a tavola” (Ricette di Maestro Martino – XV secolo).

Interessante e ben scritto, il saggio di Anna Pischedda si legge davvero tutto d’un fiato, ingolositi, si può ben dire, da numerose curiosità che ci trasportano in un’epoca lontana, ma nemmeno tanto, dove hanno avuto inizio alcune di quelle che diventeranno le nostre tradizioni alimentari e quella che sarà la cosiddetta “dieta mediterranea”: il Medioevo.

Il primo aspetto che colpisce del lavoro è stato lo scoprire che quelli che noi tutti consideriamo alimenti da sempre fortemente legati agli usi e ai costumi del nostro territorio sono, in gran parte, frutto di una continua commistione ed integrazione con gusti e tradizioni alimentari portati da popoli stranieri che hanno attraversato la nostra penisola, pacificamente e non, lasciando un retaggio culturale che ha toccato anche la sfera gastronomica. Ed ecco che in seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le popolazioni di origine germanica che occupano l’Italia portano con sé il proprio sistema alimentare che prevedeva una massiccia presenza di prodotti animali, il maiale in primo luogo. Prima di loro, nella cultura romana, i punti di forza dell’alimentazione quotidina erano il grano, la vite e l’ulivo. Altro aspetto che stupisce è la scoperta che solo il lusso ellenistico ha fatto sì che la pesca e il consumo di pesce fossero allargati ai ceti di elevata cultura e posizione sociale, dal momento che per i romani il pesce era cibo estremamente modesto e non raffinato. Anche da tutto ciò possiamo ben comprendere quanto le cosiddette ‘tradizioni’ siano lontane dall’essere meri fatti essendo piuttosto il frutto di un’evoluzione continua.

Un altro punto veramente interessante e sorprendente del saggio è la trattazione del significato simbolico e religioso che il cibo ha sempre avuto nel corso della storia dell’uomo: partendo dalla famosa cacciata dal Paradiso Terrestre a causa di Eva che mangiò la mela proibita, passando all’estrema mortificazione della carne con i digiuni estenuanti predicati dal monachesimo del X secolo, per arrivare al ruolo centrale che il vino e il pane hanno nella liturgia cristiana.

Il saggio della Pischedda è completato da una sezione di ‘Contenuti speciali’ dedicata allo studio delle testimonianze iconografiche e alle ricette originali medievali che ci trasmettono una grande passione e un raffinato sapere, uniti alla voglia costante di stupire i commensali. Fra le varie preparazioni citate spiccano le varie versioni del ‘biancomangiare’ che, lungi dall’essere il dolce delicato che oggi conosciamo, è nato come pietanza leggera rigorosamente bianca, a base di carne di pollo o di pesce.

In conclusione, il saggio si segnala come un modo intrigante e coinvolgente di fare storia, ricordandoci che quest’ultima non è fatta solo di grandi avvenimenti ma, anche, dall’evoluzione delle pratiche quotidiane.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Anna

Pischedda

Libri dallo stesso autore

Intervista a Pischedda Anna


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Può una vendetta realizzarsi nell’arco di un’intera esistenza? Amélie Nothomb torna con una storia d’amore nero in cui tocca le corde più intime del desiderio, là dove è difficile distinguere l’amore dal suo riflesso malato, e dove vincere o perdere diventano l’unica ragione per cui vale la pena vivere. Il 12 settembre 1970 Dominique conosce Claude sulla terrazza di un caffè a Brest, e non sa ancora che la sua vita sta per cambiare per sempre. Il destino ha fatto incontrare due persone dai nomi epiceni, maschili e femminili insieme. Lui la seduce con un bicchiere di champagne, un flacone di Chanel n° 5 e la promessa di trasferirsi a Parigi. La nascita della figlia tanto desiderata, Epicène, suscita tuttavia in Claude un incomprensibile disinteresse che, col passare degli anni, spinge la ragazza a odiare il padre e a desiderare di ucciderlo…

I nomi epiceni

Nothomb Amélie

"Tanto per cominciare, Zooey era un giovanotto piccolo, dal corpo estremamente esile. Da dietro (soprattutto dove gli si vedevano le vertebre) sarebbe quasi potuto passare per uno di quegli sparuti bambini di citta che ogni estate vengono spediti alle colonie a ingrassarsi e prendere il sole. Visto in primo piano, di faccia o di profilo, era straordinariamente, spettacolosamente bello. La sorella maggiore mi ha pregato di dire che assomigliava all'"esploratore mohicano ebreo-irlandese dagli occhi azzurri che mori tra le vostre braccia al tavolo della roulette di Montecarlo".A salvare in extremis quel volto dall'eccessiva bellezza, se non addirittura dallo splendore, era un orecchio che sporgeva leggermente piu dell'altro. Per conto mio, comunque, non condivido affatto ne l'uno ne l'altro di questi punti di vista. Ammetto che il volto di Zooey fosse un volto bellissimo, quasi perfetto. Come tale, naturalmente, era passibile di quella stessa varieta di giudizi scorrevoli, imperterriti e spesso capziosi cui e soggetta ogni autentica opera d'arte. Penso resti solo da aggiungere che una qualunque delle cento minacce giornaliere - un incidente d'auto, un raffreddore di testa, una bugia prima di colazione - avrebbe potuto deturpare o imbruttire la sua generosa bellezza nel giro di un giorno o di un minuto. Ma quello ch'era deteriorabile, quello che qualcuno ha categoricamente definito una gioia di tipo imperituro, era un autentico esprit impresso su tutto il viso, specie negli occhi, dove attirava l'attenzione come una maschera di Arlecchino, e a volte disorientava".

FRANNY E ZOOEY

Salinger Jerome D.

Uno strano rapporto, quello che lega il protagonista e io narrante di questo romanzo, uno scrittore scorbutico e arrabbiato con il mondo, in crisi creativa, e Davide Yalta, un paralitico dotato di un senso dell'umorismo molto particolare, e a tratti sinceramente sgradevole. Un'amicizia, se tale si può definire, nata da un incontro casuale in un bar in un giorno di temporale e vissuta tra cene e situazioni imbarazzanti, soprattutto per il narratore. Davide Yalta infatti non fa nulla per rendersi simpatico: usa il suo handicap come un'arma contro le persone "normali", se ne fa scudo e ci gioca prendendo in giro tutto e tutti, alla faccia di ogni correttezza politica, vera o presunta. Quando tra i due uomini si mette di mezzo una donna, un'affascinante vicina di casa di Yalta da lui corteggiata, la situazione si complica...

La sfida

Vichi Marco

Una casa di famiglia, sull'Appennino bolognese. Una vecchia casa. Gli animali sono una presenza nota. Non si tratta sempre di animali domestici, o quantomeno la loro domesticità è lontana dalla nozione tradizionale. Se nell'annus mirabilis 1992 quella di topi, arvicole e ratti era stata una vera e propria invasione, il dibattito si riapre quando arrivano i piccioni con il vaiolo: la sorella del narratore, dolce animalista, si fa in quattro per curarli, e nondimeno cura, almeno idealmente, i topi, anzi i ratti che turbano la quiete della magione. Uno in particolare, piuttosto abitudinario, compare sempre sullo stesso ripiano della libreria, dal che sorge spontaneo il sospetto che il topo sia un osservatore consapevole delle cose umane. Ugo Cornia parte da qui per una scorribanda dentro tutte le convivenze che hanno a che fare con figure animali. Alle derattizzazioni e alle stragi di volatili innocenti fan seguito storie di gatti (il cacciatore di prede Cito, l'avventuroso Cionci, la depressa Pinzia), e di cani (il setter cieco Billo e Tobi, il cane pazzo della sorella). Attraverso gli animali Cornia ricostruisce la storia di famiglia, dove con le bestie si parla, si confligge, si fanno patti, si stabiliscono confini, dove attraverso le bestie si dispiegano il labirinto emotivo degli affetti, le stagioni di un'esistenza, lo spazio delle assenze e la sequenza delle morti.

Animali (topi gatti cani e mia sorella)

Cornia Ugo